Cyclops

Prologo

9 marzo 1918

Mar dei Caraibi

 La Cyclops aveva meno di un’ora di vita davanti a sé. Entro quarantacinque minuti, infatti, si sarebbe trasformata in una tomba collettiva per gli uomini a bordo: 309 persone in tutto, tra passeggeri e membri dell’equipaggio; una tragedia imprevista, una crudele beffa, che la cristallina serenità del cielo e il mare calmo e deserto non lasciavano minimamente supporre. Perfino i gabbiani che veleggiavano ormai da una settimana nella scia della nave, proseguivano con languida indifferenza nel loro volo planato alternato a improvvise picchiate, come se i loro sensi acuti, placati da quella dolce atmosfera, non presagissero il minimo allarme.
Spirava da sud-ovest una leggerissima brezza che bastava appena a far palpitare la bandiera americana a poppa. Alle tre e mezzo della mattina dormivano quasi tutti, passeggeri e uomini dell’equipaggio non in servizio. Soltanto qualcuno, reso insonne dal caldo oppressivo portato dagli alisei, si attardava sul ponte di coperta, affacciato alle murate, a osservare la prua che fendeva le onde lunghe del mare aperto sciabordando sommessamente. L’andamento altalenante della nave era in apparente contrasto col ridotto moto ondoso in superficie e sembrava scaturire piuttosto da imponenti forze sommerse.
Nella plancia di comando della Cyclops, il tenente di vascello John Church scrutava con aria assente attraverso uno degli ampi oblò anteriori. Aveva il turno di guardia peggiore, quello che va da mezzanotte alle quattro di mattina, e non poteva far altro che cercare di rimanere sveglio. Notò con indifferenza che il mare si andava sollevando, ma, poiché l’onda si manteneva lunga e spaziata, non giudicò necessario ridurre la velocità.
Agevolata da una corrente favorevole, la carboniera stracarica arrancava a nove nodi appena. In realtà, l’apparato propulsore aveva da tempo bisogno di un’accurata revisione e, in quel momento, la nave procedeva affidandosi soltanto al motore di sinistra: subito dopo la partenza da Rio de Janeiro, infatti, quello di destra aveva ceduto; il direttore di macchina aveva asserito che non poteva essere riparato prima di giungere a destinazione, nel porto di Baltimora.
Partendo dalla gavetta, John Church aveva fatto carriera e, un gradino alla volta, era giunto fino alla nomina a secondo ufficiale. Emaciato e prematuramente ingrigito, avrebbe compiuto trent’anni fra qualche mese. Aveva già prestato servizio su parecchie altre navi, facendo quattro volte il giro del mondo. Tuttavia, nei dodici anni passati in Marina, non aveva mai incontrato un’unità più singolare della Cyclops. Il suo primo imbarco su quella nave carboniera, vecchia di otto anni, non era infatti stato dei più rassicuranti, a causa di una serie di eventi nefasti.
Già alla partenza, in porto, un marinaio era caduto in mare finendo maciullato dall’elica di sinistra. Quindi c’era stata una collisione con l’incrociatore Raleigh, risoltasi comunque senza gravi danni per entrambe le navi. Nella stiva, poi, c’erano cinque uomini ai ferri. Tra loro, anche un marinaio, condannato per il brutale assassinio di un compagno, che doveva essere tradotto nel carcere della Marina Militare a Portsmouth, nel New Hampshire. Appena fuori del Rio Harbor, inoltre, la nave aveva evitato per un pelo d’incagliarsi su una scogliera sommersa e, quando l’ufficiale in seconda aveva accusato il comandante di mettere a repentaglio la sicurezza di tutti modificando arbitrariamente la rotta, era stato confinato agli arresti nel proprio alloggio. A tutto questo si sommavano le continue avarie del motore di destra, il malcontento dell’equipaggio e il comandante che beveva come una spugna cercando l’oblio in fondo alla bottiglia. Assommando tutti questi presagi negativi, Church non poteva evitare di sentirsi sull’orlo di un baratro.
Le sue amare considerazioni furono interrotte dai passi pesanti di qualcuno che entrava in plancia. Il tenente di vascello si girò di scatto e, vedendo il comandante, s’irrigidì.
Il capitano di corvetta George Worley sembrava uscito dalle pagine dell’Isola del tesoro. Gli mancavano soltanto la benda su un occhio e una gamba di legno per essere perfetto. Era un vero e proprio toro. La testa massiccia sembrava piantata direttamente sulle spalle, quasi senza il tramite del collo. Le mani erano le più grosse che Church avesse mai visto: parevano due volumi di enciclopedia. Regolamenti e norme d’etichetta della Marina erano applicati in modo molto elastico dal comandante Worley: la sua uniforme abituale, quando era a bordo, consisteva in un paio di ciabatte, mutandoni di lana e bombetta. L’uniforme regolamentare l’indossava soltanto quando la Cyclops era in porto e lui doveva recarsi a terra per sbrigare faccende di carattere ufficiale.

Worley entrò, grugnì una specie di saluto e si avvicinò al barometro, battendoci sopra le grosse nocche. Studiò per qualche attimo come reagiva l’ago indicatore, poi annuì.

«Non c’è malaccio», bofonchiò col suo leggero accento tedesco. «Altre ventiquattr’ore di bel tempo, a quanto pare. Con un po’ di fortuna dovremmo avere una navigazione tranquilla, a meno che non ci aspetti una delle solite buriane attorno a capo Hatteras.»

«Il mare grosso al largo di capo Hatteras è praticamente inevitabile», disse Church in tono distaccato.
Worley passò in sala nautica e scrutò sulla carta la rotta tracciata a matita e la posizione approssimativa della Cyclops in quel momento.
«Faccia rotta cinque gradi più a nord», ordinò poi, tornando in plancia. «Costeggeremo il Great Bahama Bank.»
«Siamo già venti miglia a ovest del canale principale», obiettò Church.
«Ho le mie ragioni per evitare le rotte commerciali», commentò sbrigativamente Worley.
Church si limitò a fare un cenno al timoniere e la Cyclops cominciò a virare. Col lieve mutamento di rotta, la fiancata di sinistra della nave si dispose più al traverso delle onde e il rollio si accentuò in modo fastidioso.

«Il mare sembra calmo, ma è un’impressione ingannevole», osservò Church. «Si sta sollevando.»
«Capita di frequente, in queste acque», ribatté Worley. «Siamo vicini alla zona in cui la Corrente nord-equatoriale incontra quella del Golfo. A volte ho incontrato un mare piatto come una tavola, simile al letto di certi laghi inariditi in mezzo al deserto; altre volte, invece, mi sono trovato davanti a onde alte fino a sei metri ma ben spaziate, che la nave può cavalcare tranquillamente.»

Church stava per obiettare qualcosa, ma si zittì, tendendo l’orecchio. In sottofondo arrivò l’eco stridente di uno strofinio tra superfici metalliche. Worley parve disinteressarsene, ma Church, incuriosito, si accostò a un oblò della paratia posteriore e guardò verso poppa, attraverso il lungo ponte di carico della nave.

Per i suoi tempi, le dimensioni della Cyclops – centosettanta metri di lunghezza e quasi venti di larghezza massima – erano davvero notevoli. Varata a Philadelphia nel 1910, operava nel Naval Auxiliary Service, flotta atlantica. Le sue sette ciclopiche stive potevano contenere fino a 10.500 tonnellate di carbone; per quel viaggio, però, erano state caricate 11.000 tonnellate di manganese. Il pericoloso sovraccarico era evidenziato dal fatto che la nave era immersa ben oltre la marca di bordo libero. E Church non si sentiva affatto tranquillo.

Individuò nell’oscurità le sagome imponenti dei ventiquattro picchi di carico per il carbone, con le enormi benne a cucchiaio assicurate contro il maltempo. Ma individuò anche qualcos’altro.
Il ponte di coperta a centro nave sembrava sollevarsi e abbassarsi all’unisono con le onde che scorrevano sotto la chiglia.

«Mio Dio», mormorò. «Lo scafo si flette a ogni onda.»
Worley non si curò di controllare. «Non ha motivo di preoccuparsi, figliolo. L’ha sempre fatto; sono piccole sollecitazioni che non pregiudicano la solidità della struttura.»
«Non ho mai visto una nave contorcersi in questo modo», obiettò Church, per nulla convinto.
Worley si sprofondò in una poltroncina di vimini che teneva sul ponte di comando, puntando i piedi sulla chiesuola della bussola. «Figliolo, non stia a preoccuparsi. La Cyclops continuerà a solcare il mare per molti anni ancora, anche quando noi ce ne saremo andati da un pezzo.»

Ma l’olimpica serenità del comandante non riuscì a dissipare i cupi presagi che opprimevano l’animo di Church. Anzi, li aggravò.

Passate le consegne a un collega ufficiale al termine del turno di guardia, Church lasciò la plancia e sostò in sala radio per prendere una tazza di caffè insieme col marconista di servizio. Com’è consuetudine sulle navi americane e inglesi, il marconista veniva indicato sbrigativamente con un soprannome: Sparks, cioè «Scintille».

«Buondì, tenente.»
«Nulla d’interessante dalle navi intorno?»
Sparks sollevò un auricolare della cuffia. «Mi scusi… diceva?»

Church ripeté la domanda.
«Soltanto un paio di marconisti di navi mercantili che giocano a scacchi via radio.»
«Dovresti unirti anche tu, per rompere la monotonia.»
«La mia specialità è la dama», sospirò Sparks.
«Quanto saranno lontane queste altre due navi?»
«I segnali sono piuttosto deboli… Almeno cento miglia.»
Church si mise a cavalcioni di una sedia, incrociando le braccia sullo schienale. «Chiamali e chiedi loro che condizioni di mare stanno incontrando.»
Sparks allargò mestamente le braccia. «Non posso.»
«La trasmittente fa i capricci?»
«È in perfetta efficienza come una di quelle vecchie bagasce dell’Avana.»
«E allora? Non capisco.»
«Ordini del comandante Worley», spiegò Sparks. «Subito dopo la partenza da Rio, mi ha chiamato nel suo alloggio e mi ha detto di non inviare messaggi senza il suo permesso. Almeno fino a quando non saremo a destinazione, a Baltimora.»
«Ha spiegato perché?»
«Nossignore.»
«È strano.»
«Credo che abbia a che fare con quel pezzo grosso che abbiamo imbarcato a Rio.»
«Il console generale?»
«Già. Dopo che è salito a bordo quello lì, il comandante mi ha dato l’ordine…»
Sparks s’interruppe, premendosi la cuffia sulle orecchie per ascoltare un messaggio in arrivo. Dopo averlo trascritto un foglietto, levò uno sguardo crucciato verso Church.
«Una richiesta di soccorso.»
Church scattò in piedi. «Posizione?»
«Venti miglia a sud-est degli Anguilas Cays.»
Church fece un rapido calcolo mentale. «A una cinquantina di miglia davanti a noi, cioè. Che altro?»
«Nome della nave: Crogan Castle. La prua s’è squarciata. Anche la sovrastruttura è seriamente danneggiata. Imbarcano acqua. Chiedono immediata assistenza.»
«Si è squarciata la prua?» gli fece eco l’altro, incredulo. «Com’è successo?»

«Non l’hanno detto, tenente.»
Church si avviò deciso verso la plancia. «Vado a informare il comandante. Di’ a quelli della Crogan Castle che stiamo arrivando a tutta velocità.»

«La prego, signore, non posso», protestò Sparks con una smorfia afflitta.
«Chiamali!» ordinò Church. «Me ne assumo la totale responsabilità.»

Uscì e salì di corsa la scaletta che portava sul ponte di comando. Worley se ne stava ancora sbracato sulla poltroncina di vimini, ondeggiando in sincrono col rollio della nave. Aveva gli occhiali da presbite sulla punta del naso ed era immerso nella lettura di una copia molto sgualcita della rivista Liberty. «Sparks ha raccolto una chiamata di soccorso», gli annunciò Church. «A meno di cinquanta miglia da qui. Ho dato ordine di rispondere che abbiamo ricevuto il messaggio e che stiamo cambiando rotta per accorrere in loro aiuto.»

Worley spalancò gli occhi, scattò in piedi e strinse con violenza un braccio del tenente. «Le ha dato di volta il cervello?» ruggì. «Come diavolo si è permesso di contravvenire ai miei ordini?»

Sul volto di Church comparve una smorfia di dolore, perché la manaccia del comandante gli serrava il bicipite in una specie di morsa, come se volesse stritolarglielo. «Santo cielo, non possiamo ignorare la richiesta di soccorso di un’altra nave.»

«Possiamo benissimo, se lo dico io!»
La collerica reazione di Worley fu del tutto inattesa per Church, che rimase allibito. Tuttavia, senza lasciarsi intimorire, fissò gli occhi vacui e iniettati di sangue del comandante e sostenne il puzzo di whisky del suo alito. «È una regola fondamentale per chiunque vada per mare», dichiarò. «Dobbiamo assisterli.»

«Stanno affondando?»
«Il messaggio dice che imbarcano acqua.»

Worley lo sospinse via. «Tanto peggio, allora. Che si arrangino a pomparla fuori finché non arriverà qualcuno a salvare la loro pellaccia; ma non saremo certo noi della Cyclops.»

Il timoniere e l’ufficiale di guardia si scambiarono un’occhiata smarrita, mentre Church e Worley continuavano a fronteggiarsi a muso duro. L’atmosfera in plancia era carica di tensione. La reciproca antipatia che entrambi avevano covato in quelle settimane di convivenza stava venendo allo scoperto.

L’ufficiale di guardia accennò a intervenire, ma Worley si girò di scatto e sibilò: «Si tolga di mezzo e badi a mantenere la rotta».

Church si massaggiò il braccio indolenzito e disse, in tono di sfida: «Protesto formalmente contro il suo rifiuto di rispondere a una richiesta di soccorso ed esigo che questo episodio sia annotato sul diario di bordo…»

«L’avverto….»
«… insieme con l’ordine impartito al marconista di tenere il silenzio radio.»
«Be’, adesso ha passato il segno», replicò in tono gelido Worley, il viso grondante di sudore. «Si consideri agli arresti e si ritiri nel suo alloggio.»

«Se mette agli arresti gli ufficiali così facilmente», insorse Church, abbandonando ogni remora, «dovrà portarsela da solo, questa bagnarola del malaugurio.»

Improvvisamente, prima che Worley potesse replicare, la Cyclops sembrò precipitare in un profondo avvallamento tra due onde. D’istinto, da vecchi uomini di mare, tutti quelli che stavano in plancia si aggrapparono all’appiglio più saldo a portata di mano. Le lamiere dello scafo gemettero sotto lo sforzo e si udirono allarmanti scricchiolii che facevano supporre qualche cedimento.

«Madonna santa!» fece il timoniere, con la voce incrinata dalla paura.
«Silenzio!» grugnì Worley, mentre la Cyclops si assestava. «Questa nave ha affrontato senza danni condizioni di mare ben peggiori.»
Un pensiero agghiacciante si fece strada nella mente di Church. «La Crogan Castle, la nave che ha chiesto aiuto, sostiene di avere la prua squarciata e gravi danni alle sovrastrutture.»

Worley lo fissò, impassibile. «E con ciò?»
«Non capisce? Dev’essere stata investita da un’onda anomala.»
«Lei parla come un pazzo. Vada nella sua cabina e ci rimanga. Non voglio più vederla finché non saremo in porto.»

Church esitò, serrando i pugni. Poi, lentamente, tornò ad allentarli, rendendosi conto che non valeva la pena di sprecare il fiato con uno come Worley. Senza una parola, fece dietrofront e lasciò la plancia.

Uscì in coperta e scrutò la distesa del mare oltre la prua. Appariva ingannevolmente placida. Le onde erano calate d’altezza fino a meno di tre metri e gli spruzzi non scavalcavano più i masconi. S’incamminò allora verso poppa e si accorse che le tubature che distribuivano il vapore ai motori degli argani e degli apparati ausiliari si deformavano, sfregando contro le murate, ogni volta che la nave saliva e scendeva tra le onde lunghe e gonfie.

Decise allora di scendere sottocoperta per controllare le stive che ospitavano il minerale, passando in rivista con la torcia elettrica i puntelli e i cunei predisposti per evitare che il carico di manganese si spostasse. I grossi sostegni metallici scricchiolavano e gemevano, ma sembravano reggere. Inoltre, nonostante le forti sollecitazioni, nella struttura non c’erano tracce né di crepe né di falle.

Tuttavia, e a dispetto della stanchezza, il tenente si sentiva molto irrequieto; allora, con un supremo sforzo di volontà, si riscosse, respingendo l’idea di rifugiarsi negli angusti confini della propria cabina e di chiudere gli occhi, affogando nell’oblio gli allarmanti presagi che minacciavano la navigazione. Fece un altro giro d’ispezione in sala macchine per scoprire se si era notato un aumento del livello dell’acqua in sentina. Anche questo controllo ebbe esito negativo e parve avvalorare la fiducia del comandante Worley nella robustezza della Cyclops.

Mentre Church percorreva un corridoio che portava al quadrato ufficiali, con l’intenzione di prendere un’altra tazza di caffè, si aprì la porta di una cabina e comparve Alfred Gottschalk, il console generale americano in Brasile. L’uomo indugiò sulla soglia, continuando a parlare con qualcuno all’interno. Passando, Church gettò un’occhiata sopra la spalla del console e vide il medico di bordo chino su un uomo steso in cuccetta. Il volto del paziente appariva molto tirato e giallastro, un volto giovanile che mal si conciliava con la folta chioma di capelli bianchi che spioveva sulla fronte. Gli occhi erano spalancati e in essi si leggevano la paura e un’acuta, prolungata sofferenza: si sarebbe detto che quegli occhi ne avessero viste ormai troppe. La scena fu un ulteriore elemento di stranezza da sommare a tutti quelli che avevano già caratterizzato il viaggio della Cyclops.

In qualità di ufficiale di coperta, Church aveva presieduto all’imbarco del carico, alla partenza da Rio de Janeiro, ed era rimasto colpito nel vedere arrivare sul molo un piccolo corteo di veicoli. Il console generale era sceso dall’auto di testa, una limousine con autista, e aveva seguito attentamente le operazioni di carico dei suoi bauli e delle numerose valigie. Poi aveva alzato gli occhi a contemplare la Cyclops, valutandone ogni particolare, dalla sgraziata prua perfettamente verticale fino all’elegante andamento curvilineo della poppa, simile a una coppa di champagne. Nonostante il fisico piuttosto basso e rotondetto, quasi comico, il console sfoggiava quell’aria tanto autorevole quanto indefinibile di chi è abituato a occupare i più alti gradi di una gerarchia. Portava i capelli biondo-argentei tagliati cortissimi, in stile prussiano. Le sue sopracciglia dritte e sottili parevano replicare l’andamento lineare dei baffetti estremamente curati.

Il secondo veicolo del corteo era un’ambulanza. Church aveva seguito con gli occhi l’uomo che veniva portato a bordo sopra una barella, ma gli era stato impossibile osservarlo in volto celato da una fitta zanzariera. Sebbene fosse ovvio che facesse parte dell’entourage del console generale Gottschalk, questi aveva mantenuto un atteggiamento alquanto indifferente nei confronti del malato, rivolgendo invece la propria attenzione al camion Mack con trasmissione a catena che accostava il cassone posteriore alla fiancata della nave.

Era rimasto a osservare con aria ansiosa mentre una grossa cassa oblunga veniva sollevata da uno dei picchi di carico della Cyclops e calata successivamente nella stiva anteriore. Nel frattempo, era comparso Worley per sovrintendere personalmente allo stivaggio della cassa, quasi che fosse partecipe delle ansie del console generale. Terminata l’operazione, era andato incontro a Gottschalk e lo aveva scortato fino al suo alloggio. La nave stava già mollando in fretta gli ormeggi e poco dopo aveva superato l’imboccatura del porto per uscire in mare aperto.

Quando Gottschalk si accorse della presenza di Church nel corridoio, chiuse immediatamente la porta. «Posso esserle utile, tenente…?» gli disse, accompagnando la frase con un’occhiata sospettosa.

«Mi chiamo Church, signore. Ho appena terminato un giro d’ispezione e stavo andando in quadrato a prendere una tazza di caffè. Ne gradirebbe una anche lei?»

L’espressione del console lasciò trapelare un certo sollievo. Sorrise e rispose: «Perché no? La notte dormo sempre molto poco, mai più di qualche ora alla volta. È una cosa che fa ammattire mia moglie».

«È rimasta a Rio, in occasione di questo viaggio?»

«No, le ho detto di precedermi e adesso mi aspetta nella nostra casa nel Maryland. Sono giunto al termine del mio mandato in Brasile e spero di passare il resto della mia carriera a Washington.»

Church si accorse che il console era piuttosto nervoso. Continuava a lanciare occhiate inquiete all’intorno e a passarsi il fazzoletto di batista sulla bocca, che era singolarmente piccola. Poi prese Church sottobraccio. «Prima di prendere questo caffè, tenente, sarebbe così gentile da accompagnarmi nella stiva dei bagagli?»

L’altro lo fissò, perplesso. «Certo, signore, come desidera.»

«Grazie», disse Gottschalk. «Ho bisogno di prendere qualcosa da uno dei miei bauli.»

Senza lasciar trapelare la sua sorpresa per quella richiesta inusuale, Church si avviò verso la zona prodiera della nave, col console che ansimava nella sua scia. Salirono fino in coperta e percorsero la passerella che collegava il castello di poppa a quello di prua, passando sotto la sovrastruttura del ponte di comando insolitamente sospesa su pilastri di ferro, come una palafitta. Le luci di via stavano sospese al di sopra, su un cavo teso tra i due alberi prodieri collegati al traliccio che sosteneva le benne per il carico del carbone, e proiettavano una luce giallastra e vagamente sinistra, riflessa dalle onde fosforescenti davanti alla prua.

Quando furono vicini a un boccaporto, Church lo aprì e cominciò a scendere una scaletta, facendo strada al console con la sua torcia elettrica. Arrivati in fondo alla stiva, il tenente rintracciò un interruttore e accese le luci, così tenui e giallognole da creare un’atmosfera irreale.

Oltrepassando Church, Gottschalk s’insinuò tra il carico e puntò verso la grt ssa cassa oblunga, assicurata per mezzo di catene e lucchetti agli occhielli che sporgevano dal pavimento. Rimase a contemplarla per qualche istante con un’espressione quasi riverente. Sembrava perso nei suoi pensieri, lontano nel tempo e nello spazio e da quello che lo circondava.

Per la prima volta, Church ebbe modo di osservare la cassa da vicino. Sulle spesse tavole di legno non compariva nessun contrassegno d’identificazione. A occhio, stimò che misurasse tre metri di lunghezza per uno di altezza e per uno e mezzo di larghezza. Sul peso non osava fare congetture, ma era indubbio che fosse notevole. Aveva notato lo sforzo dell’argano della nave per issare a bordo quel contenitore… Non riuscì più a mascherare la propria curiosità.

«Le secca se le chiedo che cosa contiene?»
Gottschalk rispose senza distogliere gli occhi dalla cassa. «Un reperto archeologico destinato a un museo», rispose in tono vago.

«Dev’essere di grande valore», azzardò Church.

Il console non rispose: qualcosa lungo il bordo del coperchio aveva attirato la sua attenzione. Allora inforcò un paio di occhiali da presbite e studiò la cassa. Poi, d’un tratto, s’irrigidì e le mani presero a tremargli.

«È stata aperta!» esclamò boccheggiando.
«Non è possibile», obiettò Church. «Il coperchio è fissato così strettamente dalle catene, che queste hanno perfino lasciato il segno sul margine delle assi.»
«Guardi qui», ribatté il console. «Questi graffi dimostrano chiaramente che qualcuno l’ha forzata.»
«Probabilmente sono stati fatti al momento di sigillare la cassa.»
«Quando l’ho controllata, due giorni fa, non c’erano», affermò con decisione Gottschalk. «Dev’essere stato qualcuno dell’equipaggio.»
«Si sta allarmando senza motivo. Quale dei nostri uomini potrebbe avere interesse a un reperto archeologico che pesa almeno due tonnellate? Inoltre non è lei l’unico ad avere le chiavi dei lucchetti?»

Il console si buttò in ginocchio e, afferrato un lucchetto, lo scosse vigorosamente. Il gambo ricurvo si staccò e gli rimase in mano. Non era quello originario, di ferro, bensì un’imitazione di legno intagliato. L’uomo parve terrorizzato da questa scoperta. Si rialzò lentamente, come se fosse ipnotizzato, scrutò la stiva con aria ansiosa e pronunciò una parola.

«Zanona.»

Fu come dare il via a un incubo. I sessanta secondi seguenti si riempirono di orrore. L’assassinio del console generale avvenne con tale rapidità che Church, paralizzato dalla sorpresa, non poté far altro che assistervi, impotente. La sua mente si rifiutava di accettare ciò che gli occhi vedevano.

Dall’interno buio della cassa emerse una figura umana. Indossava un’uniforme da marinaio, ma le caratteristiche somatiche – gli spessi capelli lisci e neri, gli zigomi rilevati, gli occhi stranamente scuri e inespressivi – erano chiaramente quelle di un indio.

Senza proferire parola, l’indio vibrò un colpo di lancia e la punta acuminata trapassò il petto di Gottschalk da parte a parte, fino a sporgere di una trentina di centimetri tra le scapole. Il console generale non cadde subito a terra. Si volse lentamente a fissare Church, con gli occhi spalancati ma già vitrei. Aprì la bocca come per dire qualcosa, ma l’unico suono che riuscì a emettere fu uno straziante gorgoglio soffocato, mentre le labbra e le guance diventavano vermiglie. Quando si afflosciò a terra, l’indio gli puntò un piede sul petto ed estrasse la lancia.

L’assassino era un perfetto sconosciuto per Church. Non faceva parte dell’equipaggio della Cyclops: doveva quindi essere un clandestino. L’espressione di quel volto scuro non suggeriva né ferocia né ira e nemmeno odio: rimase assolutamente indecifrabile e distante, mentre l’indio saltava silenziosamente fuori dalla cassa e impugnava la lancia.

Church si riscosse, fronteggiando l’assalto. Schivò destramente il colpo di lancia e scagliò la torcia in faccia all’indio. Si udì un tonfo sordo quando il tubo di metallo colpì la mascella destra, spezzando l’osso e qualche dente. Poi gli sferrò un pugno che prese l’altro alla gola. La lancia cadde a terra. Church se ne impadronì e la alzò sopra la testa, pronto a colpire.

All’improvviso, però, all’interno della stiva, si scatenò il finimondo. Church si ritrovò a lottare per mantenere l’equilibrio, mentre il pavimento s’inclinava di quasi sessanta gradi. Riuscì in qualche modo a tenersi dritto, ma non a rimanere fermo; la forza di gravità lo catapultò infatti contro la paratia anteriore obliqua e il corpo inerte dell’indio gli rotolò appresso, fermandosi vicino ai suoi piedi. Fu allora che, con impotente terrore, l’indio si vide piombare addosso la cassa, la quale, non più trattenuta dalle catene, lo travolse, schiacciandogli le gambe contro la paratia metallica. L’impatto inoltre fece sì che il coperchio si aprisse a metà, rivelando il contenuto.

Sbigottito, Church guardò dentro la cassa. E l’incredibile spettacolo che, alla luce intermittente delle lampade della stiva, si offrì ai suoi occhi fu l’ultima immagine che la sua mente registrò, nei pochi attimi che precedettero la sua morte.

Sul ponte di comando, intanto, Worley era testimone di una scena ancor più agghiacciante. La Cyclops pareva essere precipitata improvvisamente in un buco senza fondo. La prua sembrò precipitare nel cavo dell’onda e la poppa si sollevò in aria, al punto che le eliche uscirono completamente dall’acqua. Oltre la prua, in mezzo alle tenebre, le luci di via della Cyclops si riflettevano su un nero muro d’acqua ribollente, così alto da oscurare le stelle.

Dalle viscere della nave, nelle stive, giunse un rombo spaventoso, del tutto simile a quello di un terremoto, che scosse da un capo all’altro l’intera struttura. Worley non ebbe neppure il tempo di gridare l’allarme per fronteggiare il catastrofico evento da lui previsto. Ormai i fermi del carico avevano ceduto e la massa di manganese slittò dentro le stive accelerando la caduta e sbilanciando ancor più verso il basso la prua della Cyclops.

Il timoniere fissò attonito il muro d’acqua, alto quanto un palazzo di dieci piani, che si profilò attraverso l’oblò della plancia per scagliarsi poi, ruggendo, contro la nave, rapido e letale come una valanga. La cresta di quell’onda immane si franse, rovesciandosi sopra di loro. L’impeto di un milione di tonnellate d’acqua si abbatté contro la prua, sommergendola insieme con la sovrastruttura. Le porte che davano sulle ali laterali del ponte di comando andarono in pezzi e il mare infuriato inondò la plancia. Worley, disperatamente aggrappato a un mancorrente, si sentiva come paralizzato; era incapace d’immaginarsi la fine tanto inevitabile quanto imminente.

L’onda passò sopra la nave. L’intera sezione di prua venne divelta, spezzando i bagli d’acciaio come fuscelli e deformando la chiglia. Le pesanti lastre imbullonate che rivestivano lo scafo furono strappate via come se fossero di carta. La Cyclops s’immerse ancora di più sotto l’immensa pressione dell’onda. Le eliche tornarono a mordere l’acqua, contribuendo a spingere più rapidamente la nave verso gli abissi. Ormai non poteva più riemergere.

E infatti continuò ad andare a fondo, giù, giù, sempre più giù, finché la sua carcassa contorta, tomba degli uomini rimasti imprigionati all’interno, si adagiò sul fondale sabbioso continuamente rimescolato dalle correnti abissali, lasciando come unica traccia del proprio passaggio uno sparuto stormo di gabbiani storditi.

PARTE PRIMA

IL »PROSPERTEER«
 
1.

10 ottobre 1989

Key West, Florida

 
Il piccolo dirigibile stava immobile a mezz’aria, pacifico e sereno contro il cielo tropicale, simile a un pesce addormentato dentro un acquario. L’ogiva di prua si strofinava lievemente contro un giallo pilone d’ormeggio, mentre l’aeromobile panciuto si bilanciava come una ballerina sull’unica ruota d’atterraggio. I segni del tempo erano ben visibili; l’involucro – una volta uniformemente argenteo – si era screpolato fino ad apparire biancastro e presentava numerose rappezzature. La navicella, agganciata sotto la pancia e contenente la cabina di pilotaggio, aveva un’antiquata forma a barchetta e la finestratura si era ingiallita con l’età. Soltanto i due motori Wright Whirlwind da duecento cavalli sembravano nuovi, dato che erano stati rimessi in piena efficienza.

A differenza dei dirigibili più recenti (e spesso visibili al di sopra degli stadi, durante le partite o i concerti), l’involucro stagno era costituito di fogli d’alluminio saldati grazie a cuciture rivettate, invece che con poliestere gommato, ed era sostenuto da dodici tralicci circolari che formavano un’ossatura interna a spina di pesce. Il grande pallone a forma di sigaro misurava quarantacinque metri di lunghezza, poteva contenere duecentomila metri cubi di elio e, se i venti contrari non si accanivano contro la rotonda ogiva di prua, riusciva a filare tra le nuvole a oltre novanta chilometri all’ora. La sua denominazione originale era ZMC-2, cioè Zeppelin Metal Clad Number Two (dirigibile tipo Zeppelin rivestito di metallo numero 2), era stato costruito a Detroit per finire poi, nel 1929, alla Marina Militare degli Stati Uniti. Diversamente dalla maggior parte delle aeronavi, non aveva le solite quattro massicce derive stabilizzatrici, bensì otto piccole pinne che facevano corona alla coda affusolata. Nato da un progetto ai tempi giudicato assai innovativo, lo ZMC-2 aveva reso un fruttuoso servizio fino al 1942, allorché, finito in un deposito, era stato smontato, cadendo quindi nell’oblio.

Per quarantasette anni aveva languito in un hangar che sorgeva lungo una pista in disuso di una base aeronavale vicino a Key West, in Florida. Nel 1988, però, l’intera area era stata venduta dal governo a un gruppo finanziario alla cui testa stava un certo Raymond LeBaron, affermato editore, che intendeva trasformare quella ex base della Marina in un luogo di vacanze.

LeBaron era dunque giunto a Chicago, dove si trovava la direzione della finanziaria, per ispezionare il suo nuovo acquisto. E fu così che s’imbatté nella carcassa polverosa e arrugginita dello ZMC-2, rimanendone affascinato. Decise all’istante di destinare la vecchia aeronave a scopi pubblicitari; di conseguenza dispose che fosse rimessa in efficienza e che i motori venissero revisionati e la ribattezzò Prosperteer, come la testata della sua rivista d’economia, pilastro del suo impero finanziario. E questo fu il nome impresso, in sgargianti caratteri rossi, sul fianco dell’involucro.

LeBaron imparò a pilotare il Prosperteer, a tenere sotto controllo le capricciose reazioni dell’aeronave, regolando continuamente la rotta, l’assetto e la velocità in modo che il volo risultasse regolare, nonostante il regime incostante del vento. Non c’era nessun pilota automatico ad alleviare l’incombenza di tenere abbassato il muso se una raffica investiva il dirigibile di prua, o di alzarlo se il vento languiva. L’equilibrio aerostatico praticamente neutro, che doveva mantenere costante la quota di volo, variava alquanto in relazione alle condizioni atmosferiche. Bastava un leggero piovasco per impregnare d’acqua tutti quei metri quadri di superficie dell’involucro e appesantirlo così di parecchie centinaia di chili, tanto che il dirigibile faceva fatica a stare in aria; se, al contrario, spirava un vento secco da nord-ovest, per il pilota non era facile contrastare l’insistente tendenza a puntare verso quote indesiderate.

Per LeBaron, queste continue sfide costituivano un’esperienza esaltante. Si divertiva enormemente a intuire le capricciose reazioni del vetusto dirigibile e la lotta per tenerlo a bada, a dispetto della sua bizzarra aerodinamica, gli dava sensazioni molto più esaltanti che non pilotare uno dei cinque jet executive di proprietà della sua compagnia. Perciò approfittava di ogni occasione per sottrarsi ai noiosi consigli d’amministrazione, tornare a Key West e andare a zonzo, volando tra le isole dei Caraibi. Ben presto il Prosperteer divenne una sagoma familiare nei deli delle Bahama. Qualche isolano, al lavoro nei campi di canna da zucchero, levando la testa per osservare il dirigibile, già lo descriveva come «quel maialino che corre all’indietro».

LeBaron, tuttavia, come la maggior parte degli imprenditori di successo, aveva una mente vulcanica, ed era divorato dalla frenesia di cimentarsi in imprese sempre nuove. Dopo circa un anno, il suo interesse per il vecchio dirigibile cominciò quindi ad affievolirsi.

Poi, una sera, in un bar della zona del porto, incontrò un vecchio lupo di mare di nome Buck Caesar, proprietario di una società di recuperi marittimi designata in modo piuttosto altisonante come Exotic Artifact Ventures, Inc.

Nel corso di un colloquio confortato da parecchi bicchieri di rum, Caesar pronunciò la parola magica che, da vari secoli or sono fino a oggi, ha spinto tanti uomini sin sull’orlo della follia, causando probabilmente più lutti delle guerre: tesoro.

Dopo aver ascoltato da Caesar una serie di racconti a ruota libera sui relitti di galeoni spagnoli che pullulano sul fondo del mar dei Caraibi, con le stive piene d’oro e d’argento celate da incrostazioni di corallo, persino un astuto manipolatore di capitali come LeBaron, con il suo proverbiale fiuto per gli affari, si lasciò prendere all’amo. E la nascita di una nuova società fu suggellata all’istante, con una semplice stretta di mano.

In LeBaron rinacque l’interesse per il Prosperteer. Il dirigibile era infatti il mezzo ideale per individuare le probabili zone in cui trovare qualche relitto interessante. Gli aerei, troppo veloci, erano meno indicati per questo scopo, e così pure gli elicotteri, sia per la loro limitata autonomia di volo, sia perché l’aria mossa dalle pale dei rotori faceva increspare la superficie dell’acqua. Il dirigibile, al contrario, poteva volare per due giorni di seguito e perlustrare dall’alto con tutta calma, lentamente. Da una quota di un centinaio di metri, le forme squadrate di un qualsiasi manufatto potevano essere avvistate da un occhio esercitato anche a trenta metri di profondità, posto che il mare fosse calmo e cristallino.

Mentre si annunciava l’alba sullo stretto di Florida, i dieci uomini del personale di terra cominciarono a darsi da fare attorno al Prosperteer per eseguire l’ispezione che precede ogni volo. I primi raggi di sole accesero riflessi iridescenti sul grande involucro d’alluminio velato dalla rugiada notturna, rendendolo simile a un’enorme bolla di sapone. Il dirigibile stava in mezzo a una pista in cemento, tutta crepe e fessure dove, quasi a sottolinearne lo stato di abbandono, crescevano numerosi ciuffi d’erba. Una brezza leggera soffiava dallo stretto e sospingeva l’aeronave che continuava a sfregare la prua a bulbo contro il pilone d’ormeggio.

Gli uomini appartenenti al personale a terra erano quasi tutti giovani, volenterosi e abbronzati, abbigliati in modo variopinto e informale, in bermuda o costumi da bagno e giubbotti di tela leggera. Continuarono a lavorare anche quando una Cadillac limousine a passo allungato attraversò la pista, andando a fermarsi accanto al grosso camion che fungeva da officina mobile per il dirigibile, ufficio del responsabile dei controlli tecnici e centro trasmissioni.

L’autista aprì lo sportello e LeBaron sbucò dal sedile posteriore, seguito da Buck Caesar, che si avviò immediatamente verso la navicella del dirigibile con un rotolo di carte nautiche sotto un braccio. LeBaron, sessantadue anni portati benissimo, giovanile e in forma come sempre, torreggiava sopra tutti gli altri con il suo metro e novanta di statura. Gli occhi, ombreggiati da un ciuffo scomposto di capelli con qualche filo grigio, erano color nocciola e, in quel momento, avevano un’espressione distaccata e ansiosa, tipica di chi sta già prefigurando ciò che, nella realtà, accadrà soltanto in capo ad alcune ore.

LeBaron si chinò verso la portiera della Cadillac e scambiò qualche parola con una donna attraente seduta in auto. Poi la baciò delicatamente su una guancia, richiuse la portiera e s’incamminò verso il Prosperteer.

Con fare zelante, il responsabile dei controlli tecnici, che indossava un immacolato camice bianco, avanzò e gli strinse la mano. «I serbatoi del carburante sono pieni fino all’orlo, signor LeBaron. I controlli preliminari sono stati effettuati.»

«Com’è la spinta di sollevamento?»

«Dovrà compensare duecentocinquanta chili extra a causa dell’umidità.»

LeBaron annuì, pensoso. «Tra un po’ si alleggerirà, quando il sole sarà alto.»

«Dovrebbe rispondere con maggiore prontezza ai comandi. I cavi del timone di quota cominciavano ad arrugginirsi, quindi li ho sostituiti.»

«Che si prevede riguardo alle condizioni atmosferiche?»

«Nuvole basse stratificate per la maggior parte della giornata. Scarse probabilità di pioggia. Uscendo al largo incontrerà un vento di prua sugli otto chilometri all’ora da sud-est.»

«Ma potrò tornare con il vento in poppa. Meglio così.»

«Stessa frequenza radio dell’ultima volta?»

«Sì, comunicheremo la nostra posizione e le condizioni di volo ogni mezz’ora, normalmente. Se dovessimo individuare un obiettivo promettente, trasmetteremo invece in codice.»

Il capo dei servizi tecnici fece un cenno d’intesa. «D’accordo.»

Senza dir altro, LeBaron salì la scaletta per entrare nella navicella e si accomodò sul sedile del pilota. Si unì a lui il copilota, Joe Cavilla, un caparbio sessantenne dallo sguardo malinconico; praticamente non apriva mai bocca, se non per sbadigliare o starnutire. Trasferitosi dal Brasile negli Stati Uniti all’età di sedici anni, in seguito si era arruolato in Marina e aveva pilotato dirigibili finché, nel 1964, anche l’ultimo esemplare era stato ritirato dal servizio. Poi, un bel giorno, Cavilla si era presentato spontaneamente a LeBaron, e questi era rimasto assai colpito dalla sua consumata esperienza in fatto di mezzi più leggeri dell’aria. Così l’aveva assunto.

Il terzo membro dell’equipaggio era Buck Caesar. Sulla sua vecchia faccia mite e segnata dalle intemperie aleggiava sempre il sorriso, ma lo sguardo era acuto e furbo e il fisico ancora asciutto e scattante come quello di un pugile. Se ne stava chino su un tavolino ingombro di carte nautiche, intento a tracciare una serie di quadrati lungo un tratto del Bahama Channel.

Una nuvoletta azzurrina uscì dai tubi di scarico dei motori quando LeBaron li mise in moto. Il personale di terra mollò una serie di sacchi di iuta che stavano appesi sotto la navicella e che fungevano da zavorra. Il «cacciatore di farfalle» (come viene chiamato in gergo) reggeva un lungo palo con una manica a vento sulla cima per indicare a LeBaron la direzione del vento.

LeBaron fece un segnale con una mano al capo dei servizi tecnici a terra. Venne rimosso il cuneo di legno che bloccava il carrello monoruota, fu sganciato il fermo che teneva il dirigibile legato al pilone d’ormeggio e gli uomini che trattenevano i cavi di manovra penzolanti a prua, diedero uno strattone di lato e poi li mollarono. Quando l’aeronave fu libera e non ebbe più il pilone di fronte, LeBaron spinse in avanti le manette del gas e fece girare il grosso volante, situato di fianco al sedile, che faceva girare i timoni. Il Prosperteer puntò il suo buffo muso verso l’alto con un angolo di cinquanta gradi e, lentamente, si sollevò.

Il personale a terra rimase a osservare il grosso pallone finché non sparì alla vista sopra le acque blu-verdi dello stretto. Infine il loro interesse si rivolse alla limousine e alla figura femminile che s’indovinava dietro i vetri affumicati.

Jessie LeBaron condivideva la passione del marito per l’avventura e lo sport, ma era una donna metodica, che preferiva organizzare feste di beneficenza o di sostegno a qualche candidato politico piuttosto che sprecare tempo andando a caccia di un improbabile tesoro. Energica e piena di vita, capace di sfoggiare un vasto repertorio di sorrisi, aveva passato da sei mesi i cinquanta, ma non ne dimostrava più di trentasette. Era di corporatura piuttosto solida ma senza un filo di grasso; il viso appariva liscio e morbido, illuminato da occhi grandi e scuri, mobilissimi e incorniciato da capelli che, con il tempo, erano diventati color sale e pepe.

Quando non riuscì più a scorgere il dirigibile, Jessie comunicò attraverso l’interfono della limousine. «Angelo, mi riporti in albergo, per favore.»

L’autista, un impassibile cubano dal viso così affilato da sembrare un’incisione su un francobollo, portò due dita alla visiera del berretto e annuì.

Gli uomini osservarono la lunga Cadillac mentre si girava per dirigersi, attraverso la base abbandonata, verso il cancello principale. Allora uno di loro tirò fuori una palla. Rapidamente fu delimitato un campo da pallavolo e venne piazzata anche una rete. Le due squadre presero posizione e cominciarono una partita per combattere la noia dell’attesa.

Invece, dentro il camion dotato d’aria condizionata, il capo dei servizi a terra e l’operatore radio ricevevano e registravano le comunicazioni provenienti dal dirigibile. LeBaron trasmetteva ogni trenta minuti esatti, descrivendo la posizione stimata, l’evoluzione del tempo e i natanti che passavano sotto di lui.

Finché, alle due e mezzo del pomeriggio, la consueta comunicazione via radio non arrivò. L’operatore cercò di ristabilire il contatto con il Prosperteer, però non ottenne risposta. Si fecero le cinque: del dirigibile, nessuna traccia. I pallavolisti avevano smesso di giocare per radunarsi attorno al comparto radio. L’inquietudine crebbe finché, alle sei, dato che il dirigibile non era ancora comparso nel cielo, il capo dei servizi a terra chiamò la Guardia Costiera.

In quel momento, però, nessuno poteva immaginare che Raymond LeBaron e i suoi amici a bordo del Prosperteer fossero letteralmente svaniti e che il mistero della loro sparizione andasse ben al di là di qualsiasi banale caccia al tesoro.

 

2.

 

Dieci giorni più tardi, il presidente degli Stati Uniti, tamburellando su un ginocchio, fissava con aria assorta il paesaggio che scorreva fuori del finestrino della sua limousine. In realtà era troppo immerso nelle proprie riflessioni per far caso alle pittoresche tenute, famose per i loro allevamenti di cavalli, di quella zona del Maryland che si stendeva lungo il Potomac. Nemmeno la vista dei purosangue dal manto lucente, che sgroppavano liberi nei verdissimi pascoli, ebbe effetto su di lui. Le immagini proiettate dalla sua mente ripercorrevano invece la serie di strani eventi che lo avevano letteralmente catapultato alla Casa Bianca.

Nella sua qualità di vicepresidente, si era insediato d’ufficio al vertice della nazione quando il suo predecessore era stato costretto a dimettersi, in seguito alla palese incapacità di portare a termine il suo mandato per via della malattia mentale di cui soffriva. Con gesto insolitamente pietoso, i mezzi di comunicazione avevano evitato di approfondire la faccenda. Al di là delle consuete interviste coi collaboratori della Casa Bianca, coi rappresentanti più in vista del Congresso e con alcuni psichiatri di fama, a nessuno era venuto in mente di creare uno scandalo, inventandosi intrighi o cospirazioni di sorta. Il presidente dimissionario aveva lasciato Washington e si era ritirato nella sua fattoria del New Mexico, circondato ancora dalla stima e dalla simpatia della nazione. Della verità rimasero al corrente soltanto in pochissimi.

Il nuovo presidente era un uomo energico, grande e grosso, dato che superava abbondantemente il metro e ottanta di altezza e il quintale di peso. Il volto, caratterizzato da tratti decisi, squadrati, e da sopracciglia che sembravano perennemente aggrottate, dava un’impressione di estrema severità, sebbene gli occhi grigi fossero comunque limpidissimi. I capelli ingrigiti erano accuratamente pettinati con la riga sulla destra, nello stile un po’ provinciale di un bancario del Kansas.

Non era propriamente affascinante né un trascinatore di folle, ma incontrava molta simpatia per il suo stile e il suo garbo. Al contrario di tanti politici di professione, conservava un atteggiamento piuttosto naïf e considerava il governo come una gigantesca squadra e se stesso come l’allenatore che dettava gli schemi di gioco mentre la partita era in corso. Pur essendo circondato da una solida fama di uomo d’azione, e di grande irrequieto, aveva preferito circondarsi di collaboratori d’indiscutibili doti professionali, che facevano del loro meglio per lavorare in armonia con il Congresso, piuttosto che arruolare una banda di fedelissimi preoccupati unicamente di rafforzare il loro potere personale.

Il presidente si riscosse dai suoi pensieri soltanto quando l’uomo del servizio segreto che fungeva da autista rallentò, abbandonando la River Road North per oltrepassare un imponente portale di pietra, fiancheggiato da un’inferriata dipinta di bianco. Una guardia in uniforme e un agente del servizio segreto con gli immancabili occhiali da sole e l’abito scuro uscirono dal piccolo edificio della sorveglianza. Si limitarono a scrutare nell’abitacolo dell’auto e a fare un cenno d’assenso. L’agente comunicò attraverso la piccola trasmittente assicurata al polso come un orologio.

«Sta arrivando il boss.»

La limousine percorse silenziosamente il viale circolare del Congressional Country Club (il circolo sportivo riservato ai parlamentari), passò oltre i campi di tennis sulla sinistra (sfilando così sotto gli occhi delle mogli di deputati e di senatori) e infine si arrestò sotto il portico della clubhouse. Elmer Hoskins, della scorta presidenziale, si affrettò ad aprire la portiera posteriore. «Pare una giornata ideale per giocare a golf, signor presidente.»

«Sono talmente scarso, che anche se ci fosse un metro di neve non farebbe differenza», ribatté l’altro, sorridendo.

«Il mio sogno è quello di concludere una volta con meno di ottanta colpi.»

«Anche il mio», disse il presidente, seguendo Hoskins lungo il perimetro esterno della sede del circolo sino all’ufficio della direzione. «Da quando mi sono insediato nella Sala Ovale della Casa Bianca, ho peggiorato il mio score di cinque colpi.»

«Be’, niente male per uno che gioca soltanto una volta la settimana.»

«Il guaio è che diventa sempre più difficile per me concentrarmi sul gioco.»

Il direttore del circolo gli si fece incontro e gli strinse la mano. «Reggie l’aspetta con le sue mazze al primo tee.»

Il presidente fece un cenno d’assenso. Salirono a bordo di un cart e imboccarono un sentiero che costeggiava un laghetto per sbucare quindi su uno dei più lunghi percorsi di golf della nazione. Reggie Salazar, un ometto segaligno di origine latinoamericana, era in attesa alla piazzola di partenza, appoggiato a una grossa sacca piena di mazze da golf che gli arrivavano all’altezza del petto.

L’aspetto di Salazar traeva in inganno. Come un asinello delle Ande, poteva portarsi in spalla anche trenta chili fra sacca e bastoni metallici lungo un percorso a diciotto buche, senza farsi venire il fiatone e senza neppure una goccia di sudore. Appena tredicenne, aveva attraversato il confine tra il Messico e la California, percorrendo cinquanta chilometri di arido deserto fino a San Diego, portando tra le braccia la madre ammalata e la sorellina di tre anni a cavalluccio. Dopo l’amnistia del 1985 per gli immigrati clandestini, aveva trovato lavoro nei campi da golf, diventando uno dei caddie più quotati nel giro dei professionisti. Rivelava un’abilità particolare nell’afferrare il ritmo del gioco (sosteneva che era come se il percorso gli parlasse), e sceglieva infallibilmente il bastone più appropriato per eseguire un tiro difficile. Inoltre era arguto e, a suo modo, filosofo: conosceva innumerevoli massime, adatte a ogni occasione. Il presidente l’aveva utilizzato per la prima volta cinque anni prima, in un torneo tra membri del parlamento, e da allora erano diventati buoni amici.

Salazar andava sempre vestito come un bracciante agricolo: jeans di cotone, camicia a scacchi, stivaletti militari e un cappello di paglia a tesa larga. Era la sua caratteristica distintiva.

«Saludos, signor presidente», esordì, l’accento tipico della frontiera messicana e gli occhi scuri e brillanti come chicchi di caffè. «Preferisce andare a piedi o con il cart?»

Il presidente strinse con calore la mano che Salazar gli tendeva. «Un po’ d’esercizio mi farà bene: andiamo a piedi, per adesso. Se mai, potremo prendere il cart per le seconda metà del percorso.»

Tirò il primo colpo dalla piazzola di partenza, molto alto e con un leggero effetto, e la palla terminò la sua corsa vicino al bordo del fairway, centottanta metri più avanti. Poi, mentre lasciava la piazzola per raggiungere la palla, il presidente si sforzò di accantonare i problemi di governo a favore del gioco.

In silenzio, riuscì a mettere in buca la palla con un numero di colpi pari a quello teorico. A questo punto si rilassò e consegnò il putter a Salazar. «Allora, Reggie, hai qualche consiglio da darmi su come regolarmi con quelli del Campidoglio?»

«Ci sono troppi formiconi neri», rispose Salazar con un sogghigno sulla sua faccia di cuoio.

«Formiconi neri?»

«Vanno in giro tutti vestiti di scuro e si affannano come pazzi. Non fanno altro che produrre tonnellate di carta e parlare in continuazione. Per conto mio, farei una legge dove si dice che il parlamento può riunirsi soltanto un anno sì e uno no. In questo modo creerebbero meno fastidi.»

Il presidente scoppiò in una risata. «Credo che almeno duecento milioni di elettori approverebbero la tua idea.»

Proseguirono lungo il percorso di gara, tallonati a una certa distanza, con discrezione, da due agenti del servizio segreto a bordo di un cart, mentre almeno un’altra dozzina stava sparpagliata nei dintorni. Lo scambio di battute scherzose continuò, anche perché il presidente stava giocando abbastanza bene ed era di buonumore. Dopo aver recuperato la palla dal fondo della nona buca, il suo score era a quota trentanove: un risultato di cui andare fieri.

«Facciamo una pausa, prima di attaccare le nove buche discendenti», disse il presidente. «Ho voglia di festeggiare con una birra. Vuoi unirti a me?»

«No, grazie, signore. Approfitterò dell’intervallo per ripulire i bastoni dalla polvere e dall’erba.»

Il presidente gli passò il putter. «Come vuoi. Ma devo insistere che tu venga a bere qualcosa con me dopo la diciottesima buca.»

Salazar fece uno smagliante sorriso. «È un onore per me, signor presidente.» Poi si allontanò verso il capanno riservato ai caddie.

Mezz’ora più tardi, dopo aver risposto a una telefonata del capo del suo staff e aver bevuto una Coors, il presidente lasciò la clubhouse e raggiunse di nuovo Salazar, che attendeva comodamente seduto su un cart alla partenza della decima buca, con il cappello di paglia a larga tesa calcato sulla fronte. Le mani, appoggiate stancamente sul volante, erano adesso inguauiate in un paio di guanti da lavoro di pelle.

«Bene, adesso vediamo se riesco a chiudere in meno di ottanta», disse il presidente, con lo sguardo acceso, pregustando un buon risultato.

Salazar si limitò a passargli un legno numero uno.

Il presidente prese il bastone e lo osservò perplesso. «Questa è una buca corta. Non sarebbe meglio un numero tre?»

Sempre con il cappello di paglia che gli copriva la faccia, Salazar guardò verso il campo e scosse la testa senza dire una parola.

«Sei tu l’esperto», fece il presidente, in tono conciliante. Si avvicinò alla palla, aggiustò la presa attorno al bastone, lo sollevò all’indietro descrivendo un semicerchio, e poi in avanti, sferrando il colpo con un’elegante movenza, ma con risultati deludenti. La palla volò infatti rettilinea al di sopra del fairway e atterrò ben oltre il green.

Sconcertato, il presidente recuperò da terra il tee e salì a bordo del cart. «È la prima volta che mi consigli il bastone sbagliato.»

Il caddie non rispose. Pigiò il pedale dell’acceleratore e diresse il cart verso il decimo green. Quando furono più o meno a metà percorso, al centro del fairway, si sporse verso il presidente e sistemò un pacchetto sul ripiano portaoggetti del cruscotto.

«Ti sei portato dietro la merenda, nel caso di un attacco di fame?» fece il presidente, in tono scherzoso.

«No, signore. È una bomba.»

Lievemente irritato, il presidente inarcò un sopracciglio. «Che scherzi sono, Reggie…?»

Ma la frase gli si spense sulle labbra, perché l’altro aveva sollevato la tesa del cappello: era un perfetto sconosciuto e gli puntava addosso due occhi blu.

 

3.

 

«Tenga le mani ferme al loro posto», disse lo sconosciuto in tono pacato. «So benissimo che ha convenuto dei segnali con quelli del servizio segreto per i casi di grave pericolo.»

Il presidente rimase assolutamente immobile, incredulo, più incuriosito che impaurito. Sulle prime non riuscì a neppure a parlare. Come ipnotizzato, non distoglieva lo sguardo dal minaccioso pacchetto.

«Un gesto molto stupido», disse infine. «Non vivrà abbastanza a lungo per poterne andare fiero.»

«Non intendo ucciderla. Non le sarà fatto del male se seguirà le mie istruzioni. D’accordo?»

«Ha un bel fegato, amico.»

Lo sconosciuto ignorò l’osservazione e continuò a parlare col tono di un maestro che indichi agli alunni le norme di comportamento. «La bomba è del tipo a frammentazione e può fare a pezzi un uomo fino a venti metri di distanza. Se cercherà di avvertire le sue guardie del corpo, la farò esplodere attraverso un comando elettronico a distanza che porto allacciato al polso. Per favore, prosegua la sua partita come se fosse tutto normale.»

Arrestò il cart a pochi metri dalla palla, scese sul prato, e lanciò un’occhiata guardinga all’intorno, compiacendosi del fatto che gli agenti della scorta apparivano più intenti a scrutare in giro nella boscaglia che verso il percorso di gara. Poi prese la sacca e ne estrasse un ferro sei.

«È evidente che non capisce un accidente di golf», fece il presidente, soddisfatto di poter conservare almeno in minima parte un certo controllo della situazione. «Qui ci vuole un colpo di approccio. Mi dia un ferro nove.»

L’intruso acconsentì di buon grado e rimase accanto al presidente mentre questi tirava il suo colpo dentro il green e poi metteva in buca. Quindi si diressero verso il tee successivo e il presidente ebbe tutto il tempo di studiare la fisionomia di quello scomodo accompagnatore.

I rari fili grigi che spuntavano da sotto il cappello di paglia e le rughe agli angoli degli occhi rivelavano che doveva avere passato la cinquantina. Aveva un fisico molto asciutto, quasi fragile all’aspetto, coi fianchi sottili, un sosia abbastanza efficace di Salazar, a parte una decina di centimetri in più di statura. Il volto, piuttosto allungato e scarno, faceva pensare a un’origine scandinava. Parlava in modo garbato, anche se i modi distaccati e le spalle squadrate davano l’idea di una persona abituata ad avere una certa autorità; comunque, non pareva mosso da animosità personale o tantomeno da follia omicida.

«Ho la strana impressione», osservò con calma il presidente, «che lei abbia messo in atto questo gesto a titolo dimostrativo.»

«È andato molto vicino alla verità, in effetti. Lei è molto astuto. Non mi sorprende, del resto, dato il ruolo che riveste.»

«Insomma, chi diavolo è lei?»

«Può chiamarmi Joe, se le fa piacere. Abbia pazienza, potrà sapere di che cosa si tratta non appena arriveremo alla prossima piazzola. Lì c’è un capanno adibito a bagno.» S’interruppe, estrasse lestamente da sotto la camicia un fascicolo e lo porse al presidente. «Vada dentro e dia una rapida scorsa a questo documento. Badi a non trattenersi più di otto minuti, per non insospettire le sue guardie del corpo. In caso contrario, può immaginare da sé quali saranno le conseguenze.»

Il veicolo si arrestò. Senza fare obiezioni, il presidente si diresse verso il bagno, sedette sulla tazza e si mise a leggere. Esattamente otto minuti più tardi uscì. Pareva sbalordito.

«Che razza di folle trucco ha escogitato?»

«Nessun trucco.»

«Non capisco perché si è preso la briga di fare tutta questa messinscena per costringermi a leggere un fumetto di fantascienza.»

«Non è un fumetto, è tutto vero.»

«Allora dev’esserci sotto qualche imbroglio.»

«La Jersey Colony esiste», mormorò Joe in tono paziente.

«Certo, come Atlantide.»

Il sorriso dell’altro fu ironico. «Lei è appena stato introdotto in un club molto esclusivo. Soltanto un altro presidente era al corrente del progetto. Le suggerisco di ricominciare a giocare come se niente fosse; io intanto le farò un quadro della situazione. È ovvio che sarà un riassunto sommario, dato che il tempo a disposizione è limitato. Inoltre, è bene che lei, per adesso, non sappia certe cose.»

«Prima, però, deve rispondere a una domanda.»

«Dica pure.»

«Reggie Salazar?»

«Se la dorme della grossa nel capanno dei caddie.»

«Guai a lei se mi ha detto una bugia.»

«Quale vuole?» disse Joe, senza scomporsi, accennando ai bastoni.

«È una buca corta. Mi dia un ferro quattro.»

Il presidente effettuò il colpo in modo meccanico, ma la palla volò dritta e sicura, atterrando al centro del green, a tre metri dalla buca. Poi il capo di Stato lanciò il bastone a Joe perché lo prendesse al volo e si accomodò stancamente sul cart, in attesa del seguito della storia.

«Dunque, allora…» esordì Joe, accelerando verso la piazzola seguente. «Nel 1963, due mesi prima di essere assassinato, il presidente Kennedy s’incontrò nella sua casa di Hyannis Port con un gruppo di nove persone, venute a proporgli un audace e segretissimo progetto da sviluppare dietro le quinte del programma mirato a portare l’uomo nello spazio, programma che a quell’epoca muoveva i primi passi. Quegli uomini – giovani scienziati, dirigenti di grosse società, ingegneri, politici tra i più illustri dell’intero Paese – costituivano un vero e proprio ‘nucleo d’azione’. Kennedy non soltanto aderì al loro piano, ma formò addirittura un apposito ente statale di copertura, cui venne destinata una parte delle entrate fiscali, a favore del progetto che divenne noto con il nome in codice di Jersey Colony. Gli esperti finanziari interni al gruppo riuscirono a mascherare tutto alla perfezione, creando un fondo per far quadrare i conti di fronte agli organi di controllo governativi. Si utilizzarono strutture preesistenti, soprattutto stabilimenti industriali in disuso, sparsi in tutto il Paese, per ospitare i laboratori di ricerca. In questo modo, non soltanto si risparmiarono milioni di dollari per la costruzione di nuovi impianti, ma si allontanarono pure i sospetti che avrebbe potuto creare un nuovo centro di ricerca di grandi dimensioni.»

«Com’è possibile che nessuno ne abbia saputo niente?» chiese il presidente. «Prima o poi, c’è sempre qualcuno che si lascia sfuggire qualcosa.»

Joe diede una scrollata di spalle. «Con un sistema assai semplice. Ogni squadra di ricercatori lavorava a una parte del progetto e in località diverse. Si seguì la vecchia regola di non far sapere alla mano destra quello che fa la sinistra, insomma. La realizzazione dei componenti strutturali fu appaltata a piccole fabbriche esterne. Tutto qui. Più difficile fu coordinare gli sforzi evitando di far capire alla NASA quello che stava succedendo. Così, per sfuggire a controlli imbarazzanti, vennero insediati alcuni finti ufficiali in vari posti chiave dei centri spaziali di Cape Canaveral e di Houston.»

«Vuol farmi credere che il ministero della Difesa non ne sa nulla?»

Joe sorrise. «Niente di più facile. Uno dei componenti del ‘nucleo d’azione’ era un ufficiale di grado elevato… del quale è inutile che le faccia il nome. Data la sua posizione chiave, comunque, fu un giochetto da ragazzi, per lui, aprire l’ennesimo ufficio di controllo militare pro-forma all’interno di quel labirinto chiamato Pentagono.»

Joe s’interruppe mentre si avvicinavano alla palla. Il presidente, sempre più sconcertato, tirò come se fosse in trance. Poi si sedette di nuovo sul cart e guardò Joe.

«Non mi pare possibile che quelli della NASA avessero a tal punto gli occhi bendati.»

«Anche qui, uno dei membri del ‘nucleo d’azione’ era uno dei dirigenti dell’ente spaziale. Il suo obiettivo era realizzare una base permanente per sfruttare le opportunità che si offrivano, invece di limitarsi a pochi sbarchi temporanei di uomini sulla Luna. Tuttavia, poiché si rendeva conto che la NASA non era in grado di gestire contemporaneamente due programmi spaziali così complessi e costosi, aderì al progetto Jersey Colony. Il progetto rimase segreto, per evitare interferenze da parte dell’esecutivo, del parlamento, o del Pentagono. Una decisione che, a conti fatti, si è rivelata molto opportuna.»

«E la sostanza di tutto questo discorso è che gli Stati Uniti hanno uno stabile caposaldo sulla Luna.»

Joe annuì. «Proprio così, signor presidente.»

Il presidente stentava ad afferrare la portata sconvolgente di quella rivelazione. «È incredibile che un progetto di così ampia portata sia andato avanti per ventisei anni dietro un’impenetrabile cortina di segretezza, senza che si sia mai verificata la minima falla, la minima fuga di notizie.»

Joe guardò lontano, verso la radura in fondo al percorso. «Mi ci vorrebbe un mese per descriverle tutti i problemi, gli smacchi e le tragedie che ci sono stati in questi anni; oppure i grandi passi avanti in campo scientifico e tecnico, come la messa a punto di un processo di riduzione dell’idrogeno per ottenere acqua, di un apparato per l’estrazione dell’ossigeno e di un impianto generatore mosso da turbine ad azoto liquido… Posso soltanto accennare al fatto che un gran cumulo di materiali ed equipaggiamenti furono messi in orbita da un ente spaziale privato finanziato e promosso dal ‘nucleo d’azione’; successivamente fu costruito un apposito veicolo per traghettare ogni cosa fino alla Jersey Colony sulla Luna.»

«Sempre sotto il naso di quelli che mandavano avanti il nostro programma spaziale ufficiale?»

«Negli annunci alla stampa, venivano fatti passare per lanci di satelliti per le comunicazioni, ma in realtà si trattava di sezioni camuffate del traghetto lunare e ognuna di esse celava, in una capsula interna, un astronauta. Ci sono voluti dieci anni per pianificare l’operazione, estremamente complessa, di ricongiungimento delle varie sezioni, che presupponeva l’utilizzo di uno dei nostri laboratori spaziali in disuso. Ma sarebbe troppo lungo parlare di questo, o dell’innovativo, leggerissimo motore ideato per il traghetto, alimentato da cellule fotovoltaiche e da ossigeno come combustibile. Quello che conta è che l’operazione è stata coronata dal successo.»

Joe s’interruppe per consentire al presidente di effettuare un altro tiro, quindi riprese: «A questo punto, si provvide a radunare tutti gli apparati per vivere nello spazio e le scorte già messe in orbita e trasportarli, o meglio rimorchiarli come una chiatta, fino alla destinazione prefissata sulla Luna. Non soltanto: furono rimorchiati fino alla Jersey Colony anche un vecchio laboratorio orbitante sovietico e tutti i residuati che continuavano a girare attorno alla Terra e che parevano ancora utilizzabili. Fin dall’inizio, si è trattato di un’operazione mirata, di tipo pionieristico, con uno scopo ben preciso: costituire un insediamento umano sulla Luna, la svolta più importante nella storia dell’evoluzione da quando, trecento milioni di anni fa, i primi pesci si adattarono faticosamente a vivere sulla terraferma, fuori dall’acqua. Ma, grazie a Dio, ce l’abbiamo fatta. In questo preciso momento, mentre noi stiamo parlando, dieci uomini vivono e lavorano in un ambiente ostile a 384.400 chilometri di distanza».

Nel dire queste cose, Joe assunse un’aria ispirata, come se si sentisse un messia. Poi però, svanita la visione, abbassò gli occhi per consultare l’orologio. «Sarà meglio affrettarci, prima che quelli del servizio segreto comincino a insospettirsi. Comunque, ormai le ho spiegato il nocciolo della faccenda. Se ha domande da porre, cercherò di rispondere mentre finisce di giocare.»

Il presidente lo fissò con una certa soggezione. «Gesù mio!» gemette. «Sono così strabiliato che non riesco ancora a riavermi dal colpo.»

«Mi rendo conto di averla travolta con questa storia e le faccio le mie scuse», si giustificò Joe. «Ma era inevitabile.»

«In quale zona della Luna si trova Jersey Colony?»

«Studiando attentamente le foto fornite dalle esplorazioni delle sonde Lunar Orbiter e dalle missioni Apollo, avevamo individuato al bordo estremo della Luna, nell’emisfero meridionale, un geyser di vapore che scaturiva da una regione vulcanica. Un’indagine più accurata ci permise di appurare che si trattava di una vasta caverna, ideale per dare ricovero alle prime installazioni.»

«Ha detto che ci sono dieci uomini lassù?»

«Sì.»

«Come vi regolate per il ricambio, i turni di riposo?»

«Non c’è nessun ricambio.»

«Santo cielo, questo significa che l’equipaggio originale che ha assemblato il traghetto lunare è in missione nello spazio da anni.»

«Proprio così», confermò Joe. «Ma uno di loro è morto, nel frattempo, e altri sette sono stati inviati a rafforzare l’insediamento quando è stato possibile espandere la base.»

«E le loro famiglie?»

«Sono tutti scapoli. Erano tutti coscienti dei rischi e dei disagi che avrebbero dovuto affrontare e li hanno accettati liberamente.»

«E lei dice che soltanto un altro presidente prima di me è stato al corrente del progetto?»

«È così.»

«Tenere all’oscuro il capo dello Stato su un fatto di questa portata è un insulto alle istituzioni del Paese.»

Fissando il presidente con aria disincantata, gli occhi blu di Joe parvero incupirsi. «I presidenti sono animali politici. Il loro bene più prezioso sono i voti degli elettori. Nixon avrebbe potuto usare la Jersey Colony a mo’ di cortina fumogena per tirarsi fuori dallo scandalo del Watergate. Lo stesso per Carter, dopo il suo fiasco con quella faccenda degli ostaggi in Iran. Idem anche per Reagan, che ne avrebbe fatto un’arma in più per sopravanzare i russi. Ancor peggio, temevamo le reazioni inconsulte del Congresso al progetto, coi membri divisi nella solita sterile disputa: da una parte quelli che avrebbero lamentato la sottrazione di fondi alla difesa, dall’altra quelli che si sarebbero battuti per impiegare i fondi in opere assistenziali. Io amo il mio Paese, signor presidente, e mi considero molto più patriottico di tanti altri, ma ormai non nutro più la minima fiducia nel governo.»

«Vi siete appropriati dei soldi dei contribuenti, però.»

«Saranno resi con gli interessi in termini di progresso scientifico. E poi non dimentichi che il progetto è stato finanziato per metà da privati e dalle società da loro dirette; vale inoltre la pena di aggiungere che l’hanno fatto senza il minimo obiettivo di profitto personale. Quelli che hanno in mano gli appalti per la difesa e per lo spazio non possono certo dire lo stesso.»

Il presidente evitò di ribattere. Posò tranquillamente la palla sul tee ed effettuò il tiro d’inizio della diciottesima buca.

«Se ha una simile sfiducia nei presidenti», disse con tono scettico, «come mai salta adesso fuori dal nulla per venire a raccontare tutto questo proprio a me?»

«Perché, a quanto sembra, ci troviamo di fronte a un problema.» Joe sfilò una fotografia dal fondo del fascicolo e la tese al presidente. «Attraverso certi contatti, mi è arrivata questa foto scattata da un ricognitore dell’Aeronautica Militare in volo sopra Cuba.»

Il presidente ritenne superfluo chiedere a Joe delucidazioni su come si era procurato quel documento top secret. «Che cosa devo guardare?»

«Osservi per favore la zona al largo della costa settentrionale dell’isola, a metà strada dalle Florida Keys.»

Il presidente cavò dal taschino della camicia un paio di occhiali e, inforcatili, scrutò l’immagine fotografica. «Sembra il dirigibile della Goodyear.»

«Si tratta invece del Prosperteer, una vecchia aeronave appartenente a Raymond LeBaron.»

«Credevo che fosse scomparso nei cieli dei Caraibi due settimane fa.»

«Dieci giorni fa, per essere precisi, insieme col suo dirigibile e con i due uomini d’equipaggio.»

«Allora questa foto è stata scattata prima della sua scomparsa.»

«No, la pellicola è arrivata direttamente dall’aereo soltanto otto ore fa.»

«Dunque LeBaron dev’essere ancora vivo.»

«Mi piacerebbe crederlo, ma tutti i tentativi per ristabilire i contatti radio con il Prosperteer sono stati infruttuosi.»

«Che cosa c’entra LeBaron con la Jersey Colony?»

«Era un membro del ‘nucleo d’azione’.»

Il presidente si avvicinò a Joe. «E lei? Fa parte anche lei del gruppo originario di nove uomini da cui è nata l’idea di questo progetto?»

Joe non rispose. Non ce n’era bisogno. Il presidente, fissandolo, non ebbe dubbi.

Soddisfatto, si appoggiò allo schienale e si rilassò. «Okay, qual è il suo problema?»

«Tra dieci giorni i sovietici inaugureranno il loro ultimissime modello di razzo vettore di grande potenza e lo lanceranno nello spazio insieme con un gigantesco modulo lunare pilotato dall’uomo, sei volte più grande di quello usato dai nostri astronauti nel quadro del Programma Apollo. Lei conosce già i dettagli attraverso i rapporti della CIA.»

«Sono stato informato sull’argomento», confermò il presidente.

«Quindi saprà anche che, negli ultimi due anni, i russi hanno inviato in orbita attorno alla Luna tre sonde automatiche per individuare i punti più idonei per l’atterraggio. L’ultima, la terza, si è schiantata sulla superficie lunare. La seconda ha avuto un guasto al motore che ha causato l’esplosione del propellente. Con la prima sonda, tuttavia, le cose sono andate meglio, almeno all’inizio. Ha percorso dodici orbite intorno alla Luna. Poi sono cominciati i problemi. Quando è tornata nell’orbita terrestre, prima del rientro nell’atmosfera, ha incominciato a non rispondere più ai comandi da terra. Per i diciotto mesi successivi, quelli del centro di controllo spaziale sovietico hanno fatto tutto il possibile per riportare a terra intatta la sonda. Non abbiamo modo di sapere se siano riusciti a ottenere che la sonda trasmettesse a terra i dati forniti dagli strumenti ottici. Alla fine, dopo molti tentativi, hanno messo in funzione i retrorazzi. Ma la Selenos 4, la sonda, invece di atterrare in Siberia, è finita nel mar dei Caraibi.»

«Che cosa ha a che fare questo, con LeBaron?»

«Era andato in cerca della sonda sovietica.»

Il presidente assunse un’espressione perplessa. «Secondo i rapporti della CIA, i russi hanno già recuperato il veicolo spaziale dal fondo del mare al largo di Cuba.»

«Una cortina fumogena. Hanno allestito una messinscena per far credere di averla recuperata. In realtà, non sono ancora riusciti nemmeno a localizzarla.»

«E voi invece credete di sapere dove si trova?»

«Sì, abbiamo individuato l’area dove converrebbe concentrare la ricerca.»

«Perché vi volete mettere a gareggiare coi russi per qualche foto della Luna? Sono già disponibili a migliaia per chiunque sia interessato a studiarle.»

«Quelle sono state scattate tutte prima che fosse insediata la Jersey Colony. La nuova ricognizione russa avrà senz’altro localizzato la base.»

«Che male ci sarebbe?»

«Se il Cremlino scoprisse la verità, cercherebbe d’inviare uomini sulla Luna, per impadronirsi con la forza della nostra colonia e usarla per i suoi scopi.»

«Questa non la bevo. Quelli del Cremlino sanno benissimo che, in questo modo, il loro intero programma spaziale sarebbe esposto alle nostre azioni di rappresaglia.»

«Lei dimentica, signor presidente, che la nostra base lunare è un progetto top secret. Sarebbe difficile accusare i russi di aver rubato qualcosa che in teoria non esiste nemmeno.»

«È quello che accade quando si fa tutto di nascosto, come i malfattori», osservò il presidente, in tono aspro.

Un lampo risentito attraversò lo sguardo di Joe. «Non importa. I nostri astronauti sono stati i primi a metter piede sulla Luna. Siamo stati anche i primi a colonizzarla. La Luna appartiene agli Stati Uniti e lotteremo contro ogni tentativo d’intrusione.»

«Non siamo più nel Medioevo», protestò il presidente, scandalizzato. «Non possiamo prendere le armi per tenere lontani dalla Luna i russi o chiunque altro. Oltretutto, l’ONU ha stabilito che nessun Paese può accampare diritti di proprietà sulla Luna o sui pianeti.»

«Crede che i russi darebbero retta ai proclami dell’ONU, se si trovassero al nostro posto? Secondo me, no.» Joe si allungò sul sedile per prendere il putter dalla sacca. «Siamo alla diciottesima buca. Quella finale, signor presidente.»

Sebbene fosse ancora confuso, il presidente prese la mira e riuscì a mettere la palla in buca da una distanza di sei metri. «Potrei neutralizzarvi», disse freddamente.

«E come? La NASA non dispone di un mezzo capace di far sbarcare un plotone di Marines sulla Luna. Grazie alla miopia sua e dei suoi predecessori, l’unico progetto che è andato avanti è quello della stazione spaziale orbitante.»

«Non posso rimanere a guardare mentre voi innescate una guerra nello spazio che potrebbe estendersi in breve anche alla Terra.»

«Non può far niente. Ha le mani legate.»

«I vostri sospetti riguardo ai russi potrebbero essere infondati.»

«Sarei il primo a rallegrarmene», ribatté Joe. «Ma purtroppo temo che abbiano già ucciso Raymond LeBaron.»

«Ed è per questo che si è deciso a venire da me a vuotare il sacco?»

«Se accade il peggio, avrà almeno un’idea chiara della situazione e potrà prepararsi a fronteggiare il pandemonio che si scatenerà.»

«E se io dicessi alle mie guardie del corpo di arrestarla come pazzo pericoloso e rivelassi pubblicamente l’esistenza della Jersey Colony?»

«Se mi fa arrestare, Reggie Salazar morirà. E se parlerà della Jersey Colony, si troverà automaticamente invischiato in tutti i tenebrosi misteri, negli inganni, nei tradimenti e persino nelle morti legati a questa vicenda: l’ombra del sospetto calerebbe sulla sua carriera politica, fin da quando è entrato al Senato. Sarebbe estromesso dalla Casa Bianca, spazzato da un’ondata di dubbi infamanti, peggiore di quella che spazzò Nixon… sempre che lei riesca a sopravvivere fino ad allora.»

«Sta cercando di ricattarmi?» esplose il presidente. Dopo aver tenuto a freno così a lungo la sua indignazione, si sentiva ormai esasperato. «La vita di Salazar sarebbe un prezzo ancora modesto, se si trattasse di preservare l’integrità della guida dello Stato.»

«Due settimane soltanto e poi potrà annunciare al mondo l’esistenza della Jersey Colony. Tra squilli di tromba e rulli di tamburi, addirittura: potrà farsi portare in trionfo come un grande eroe della politica. Ancora due settimane, dopodiché potrà presentare le prove della più grande conquista scientifica del secolo.»

«Quali motivi ci sono per stabilire questo termine?»

«Perché è per quella data che è previsto il rientro sulla Terra dei primi colonizzatori della Luna, con tutto il loro bagaglio di acquisizioni scientifiche accumulate in vent’anni di permanenza nella Jersey Colony: i rapporti sulle sonde meteorologiche e lunari, i risultati delle migliaia di esperimenti biologici, chimici, atmosferici; un’infinità di fotografie e migliaia di videonastri sul primo insediamento umano su un altro corpo celeste, il primo passo nella civilizzazione interplanetaria. La fase uno del progetto è ormai completata. Il sogno di coloro che diedero vita al ‘nucleo d’azione’ è stato realizzato. La Jersey Colony adesso appartiene al popolo americano.»

Il presidente rigirò il putter tra le mani. Poi chiese: «Chi è lei?»

«Frughi nella memoria. Ci siamo già incontrati molti anni fa.»

«Come posso mettermi in contatto con lei?»

«Farò in modo che ci si possa incontrare di nuovo quando lo riterrò necessario.» Joe tirò giù la sacca da golf dal comparto posteriore del cart e s’incamminò lungo il sentiero che portava alla clubhouse. Poi si fermò e tornò sui suoi passi.

«Ah, a proposito. Le ho mentito. Quella non era una bomba, ma un regalo da parte del ‘nucleo d’azione’: una scatola di palle da golf nuove.»

Il presidente lo fissò, esasperato. «Che tu possa arrostire all’inferno, Joe.»

«Oh, un’ultima cosa… Complimenti.»

«Complimenti?»

Joe gli mise in mano il cartoncino segnapunti. «Ho annotato con quanti colpi ha completato il percorso. Appena settantanove.»

 

4.

 

Lo scafo slanciato del windsurf sfiorava in velocità le creste spumose del mare turbolento con l’eleganza aggraziata di una freccia scoccata attraverso la foschia. La sua sagoma curvilinea, lustra e levigata, risultava altrettanto piacevole all’occhio quanto efficiente per correre rapida tra le onde corte e incrociate. Il windsurf, semplificazione genialmente essenziale fra tutti i sistemi di navigazione a vela, era costituito da un guscio di polietilene modellato attorno a un’anima di materia plastica espansa per essere insieme leggero e flessibile. Una pinnetta sporgeva da sotto la poppa per assicurare il controllo laterale e, a metà tavola, c’era una deriva a scomparsa per evitare lo scarroccio.

Una vela triangolare, tinta di porpora e attraversata da una larga striscia turchese, era inserita in un albero d’alluminio innestato sulla tavola con un giunto cardanico. Il tubo ovale del boma circondava l’albero e la vela, ed era sorretto, contrastando la spinta del vento, da un paio di mani affusolate ma al contempo forti e callose.

Dirk Pitt si sentiva stanco, più stanco di quanto la sua mente intorpidita dallo scoramento volesse ammettere. I muscoli di braccia e gambe sembravano diventati pesanti come piombo e l’indolenzimento alla schiena e alle spalle diventava sempre più acuto a ogni nuova manovra che il windsurf richiedeva. Per la terza volta in un’ora, si trovò a dover scacciare l’impulso di raggiungere la spiaggia più vicina e buttarsi sulla sabbia a riposare.

Attraverso la finestra trasparente praticata nella vela, osservò la boa arancione che segnava l’inizio dell’ultimo lato di bolina, prima del traguardo finale della maratona il cui tracciato andava dalla Biscayne Bay al faro di Cape Florida, di fronte allo stretto di Key Biscayne. Programmò accuratamente la traiettoria migliore per effettuare la virata attorno alla boa – una manovra sempre molto spettacolare – con il windsurf. Badando a non incrociare gli altri regatanti, spostò il peso a poppa della tavola, accompagnando coi piedi la prua in direzione della nuova rotta prescelta. Poi, reggendo saldamente l’albero con una mano attraverso la cima di recupero, mollò con l’altra mano il boma, sventò la vela roteando l’attrezzatura controvento e trasferì l’appoggio dei piedi dall’altra parte della tavola. Attese un attimo che il vento gonfiasse da capo la vela nella nuova direzione e quindi riafferrò il boma, tirandolo verso di sé. Sospinto da una brezza tesa da nord, sui venti nodi, il windsurf riprese a solcare le corte creste spumose delle onde, sempre più rapido, raggiungendo in breve una velocità di quasi cinquanta chilometri all’ora.

Con un certo compiacimento, Pitt notò che era in terza posizione, distanziato di appena una ventina di metri dai primi; considerando che alla partenza si erano schierati in quarantuno e che la maggior parte di loro aveva almeno quindici anni di meno rispetto a lui, era un risultato notevole.

Sulla distesa verde-azzurra del mare si riflettevano i variopinti colori delle vele dei windsurf: l’effetto era inebriante come quello di un caleidoscopio. Ormai era in vista il traguardo, in corrispondenza del faro. Pitt teneva d’occhio il concorrente che lo precedeva, aspettando il momento migliore per sferrare l’attacco. Tuttavia, nel momento in cui si accingeva a sorpassarlo, l’altro ammortizzò male l’effetto di un’onda e cadde. Adesso Pitt era secondo, e mancava poco più di un chilometro.

Proprio allora, però, un’ombra minacciosa, in contrasto con la totale assenza di nuvole nel cielo, gli passò sopra la testa, leggermente sulla sinistra, accompagnata da un sordo rombo di motori d’aereo. Guardò in su e spalancò gli occhi, incredulo.

A meno di un centinaio di metri di distanza, oscurando il sole come un’eclissi, un dirigibile si abbassava nel cielo verso la superficie del mare, con la sua grande prua in rotta di collisione rispetto ai windsurf. L’aeronave andava chiaramente alla deriva, priva di controllo. I suoi due motori giravano al minimo, ed era soprattutto il vento a sospingerla. I regatanti guardarono sbigottiti quel gigantesco intruso volante che si parava davanti alle loro tavole a vela.

Il dirigibile colpì con la navicella la cresta di un’onda, e l’impatto lo fece rimbalzare di nuovo in aria. Allora veleggiò a meno di due metri dalla superficie dell’acqua e tagliò la strada al ragazzo (non aveva più di diciassette anni) che guidava la gara. Il giovane non ebbe il tempo di evitare l’ostacolo e fu costretto a tuffarsi in acqua un istante prima che l’albero e la vela finissero letteralmente triturati dalle pale dell’elica di dritta.

Pitt eseguì una brusca virata, in modo da affiancare l’aeronave. Con la coda dell’occhio, notò il nome Prosperteer tracciato a grandi caratteri rossi sulla fiancata dell’involucro. Il portello della navicella era aperto, ma, per quanto riuscì a vedere, a bordo non c’era nessuno. Gridò per richiamare l’attenzione degli eventuali occupanti, tuttavia la sua voce fu sovrastata dal baccano del motore e dal sibilare del vento. L’aeromobile proseguì con la sua goffa andatura attraverso il mare, come se fosse un’entità pensante e seguisse un piano tutto suo.

Di colpo, Pitt ebbe il sentore di un imminente disastro, che si manifestò con un’inconfondibile sensazione di formicolio lungo la schiena. Il Prosperteer si stava dirigendo verso la spiaggia, distante meno di cinquecento metri, puntando decisamente contro la grande terrazza prospiciente il mare del Sonesta Beach Hotel. Anche se l’impatto contro una struttura solida di un mezzo leggero come un dirigibile non poteva causare grandi danni, c’era il pericolo più che concreto che si squarciassero i serbatoi e che il carburante in fiamme si riversasse nelle stanze d’ignari ospiti addormentati o su quelli che cenavano nel patio sottostante.

Ignorando la stanchezza, Pitt modificò la rotta del windsurf in modo da incrociare proprio sotto la grande prua arrotondata dell’aeronave. La navicella rimbalzò su un’altra onda e una delle due eliche sferzò vorticosamente il mare, accecando Pitt per un istante con spruzzi di acqua salata. Ma l’uomo rimase miracolosamente in equilibrio e si abbassò per riportare in assetto la tavola, mentre la distanza diminuiva sempre di più. Una frotta di bagnanti gesticolava eccitata in direzione dello strano e minaccioso oggetto volante che avanzava verso la spiaggia digradante dell’albergo.

Se voleva intervenire, Pitt non poteva permettersi di sbagliare; non ci sarebbe stato tempo per un secondo tentativo. Se falliva, sarebbe finito quasi certamente squartato dalle pale delle eliche. La fatica cominciava ormai ad annebbiargli il cervello, e gli parve di non aver più un briciolo di forze. I muscoli reagivano in ritardo. Fece appello a tutte le residue energie mentre s’infilava a tutta velocità sotto la prua del dirigibile.

Allora saltò.

Cercò di afferrare i cavi di manovra che pendevano dalla prua, ma erano troppo umidi e scivolosi e, nello sforzo di rimanere aggrappato, si graffiò le palme e le dita. Allora avvinghiò una gamba attorno a un cavo, cercando disperatamente di resistere. Il suo peso fece abbassare la prua del dirigibile e Pitt si ritrovò trascinato sott’acqua. Allora s’issò lungo il cavo e riemerse sputando acqua salata e boccheggiando. Pareva proprio che i ruoli si fossero invertiti: il cacciatore era praticamente preso al laccio dalla sua preda.

La resistenza opposta da Pitt non bastava certo ad arrestare la corsa del mostro sospinto dal vento, e nemmeno a rallentarla. Tuttavia, quando era ormai sul punto di mollare la presa, scoprì che i piedi toccavano il fondo. Il dirigibile continuò a trascinarlo oltre la cresta dei cavalloni che correvano a infrangersi sulla battigia; per qualche attimo gli parve di trovarsi sulle montagne russe. Infine venne scaraventato sulla sabbia calda della spiaggia. Alzò gli occhi e vide il basso terrapieno su cui sorgeva l’albergo a una trentina di metri davanti a sé.

Mio Dio, ci siamo! pensò. Entro pochi secondi il Prosperteer sarebbe andato a schiantarsi contro l’edificio dell’albergo, rischiando di esplodere… Senza contare che c’era anche un altro pericolo: le eliche, infrangendosi con l’impatto, avrebbero infatti sventagliato sulla folla atterrita una scarica di letali frammenti metallici.

«Per carità, aiutatemi!» urlò Pitt.

La massa dei bagnanti rimase raggelata dalla sorpresa, osservando con fanciullesco stupore quello strano spettacolo. Furono soltanto due ragazze e un giovanotto a trovare la presenza di spirito necessaria: scattarono in avanti e si aggrapparono a uno degli altri cavi che penzolavano ancora liberi. Poi fu la volta di un bagnino, imitato da un’anziana ma robusta signora. A questo punto la gente si riscosse, e una ventina di persone si slanciò ad afferrare i cavi di manovra. Pareva di vedere una tribù primitiva di uomini seminudi sfidare un brontosauro impazzito in una gara di tiro alla fune.

Un centinaio di piedi nudi si puntarono nella sabbia, scavandovi profondi solchi, mentre la pesante massa dell’aeronave, ondeggiante sopra le loro teste, li trascinava. Dato che la prua era frenata, l’involucro si girò su se stesso, e la grande coda pinnata tracciò un arco di centottanta gradi, puntando in direzione dell’albergo: la ruota d’atterraggio sotto la navicella strusciò tra i cespugli che orlavano la cima del terrapieno e le eliche, che giravano a pochi centimetri dalla spalletta di cemento della terrazza, falciarono rami e foglie delle piante più alte.

In quel momento arrivò dal mare una violenta raffica di vento, che spinse il Prosperteer fin sulla veranda. Un buon numero di tavoli e ombrelloni vennero distrutti, ma quello non sarebbe stato nulla a confronto del disastro che la poppa del dirigibile minacciava di provocare, investendo il quinto piano dell’albergo. I cavi furono strappati dalle mani dei volenterosi bagnanti sulla spiaggia, che si abbandonarono ad alte grida di smarrimento. La battaglia sembrava perduta.

Pitt riuscì in qualche modo a rimettersi in piedi e ad avvicinarsi, correndo e incespicando, a un palmizio. Poi, con uno sforzo supremo, avvolse il suo cavo attorno al tronco slanciato della pianta, pregando il cielo che quest’ultima non si spezzasse.

A poco a poco, il cavo si tese sino a formare una linea retta. La grande palma, alta una quindicina di metri, oscillò e si piegò pericolosamente per qualche secondo. La folla degli astanti trattenne il fiato. Quindi, con esasperante lentezza, il fusto della pianta tornò a raddrizzarsi. Le radici, seppur poco profonde, ressero, e il dirigibile si arrestò quando le pinne della poppa erano a meno di due metri dalla facciata orientale dell’albergo.

Duecento persone intonarono un coro entusiastico e un grande applauso si levò dalla spiaggia. Alcuni spiccavano salti, ridendo di gioia, altri levavano i pollici in segno di vittoria. Fu un’ovazione così spontanea come non se ne sentono nemmeno allo stadio. Nel frattempo, erano sopraggiunte le guardie di sicurezza dell’albergo e si davano da fare per tenere lontani gli spettatori più sbadati dalle pale delle eliche che giravano ancora pericolosamente.

Ansimante, coperto di sabbia umida e con le mani dolenti per l’attrito col cavo, Pitt rimase immobile, limitandosi ad alzare lo sguardo verso il Prosperteer. Finalmente poté contemplare con tutta calma il dirigibile, che lo aveva, in effetti, attirato fin dal primo istante per via dell’evidente «antichità» del progetto che stava alla base della sua costruzione.

Facendosi largo tra i tavoli e gli ombrelloni rovesciati, salì all’interno della navicella. I membri dell’equipaggio erano ancora al loro posto, muti e immobili, trattenuti dalle cinture allacciate. Pitt si sporse sopra la spalla del pilota, individuò gli interruttori dell’accensione e li disinserì. I motori tossicchiarono un paio di volte e poi rimasero silenziosi; le eliche, dopo un ultimo mezzo giro, si arrestarono.

Il silenzio che seguì era minacciosamente funesto.

Con una smorfia, Pitt si fece forza e prese a esaminare l’interno della navicella. Non c’erano danni visibili: anzi tutti gli strumenti e le apparecchiature di controllo sembravano in piena efficienza. Ma fu un’altra, la cosa che lo colpì: la cabina infatti era fornita di una serie di modernissimi apparati elettronici. C’erano gradiometri per localizzare oggetti metallici, un sonar a scansione laterale a banda larga e un profondimetro capace di tracciare il profilo del fondo marino: insomma, gli strumenti indispensabili per una spedizione di ricerca subacquea.

Momentaneamente disorientato e assorto nella contemplazione dei macchinari, Pitt non si accorse della folla di curiosi che si era radunata intorno al portello ancora aperto della navicella né dell’urlo bitonale delle sirene in arrivo. In quell’aria calda e umida, stagnava all’interno della cabina un’atmosfera macabra e allucinante, rafforzata dallo stomachevole sentore di decomposizione che veniva dai cadaveri.

Uno degli uomini dell’equipaggio pareva addormentato su un tavolino, con la testa appoggiata sugli avambracci. I suoi abiti erano pieni di chiazze umide. Con un brivido di terrore Pitt gli posò una mano sulla spalla e lo scosse leggermente. Le carni dell’uomo, al tatto, erano mollicce e appiccicose.

Allora spostò la sua attenzione sulle due figure spettrali sedute davanti ai comandi. I volti erano letteralmente tappezzati di mosche, e il processo di decomposizione aveva ormai cancellato quasi del tutto ogni traccia di vita. La pelle si sfaldava dalla carne in modo simile a quello delle vesciche provocate da un’ustione. Le mascelle erano disserrate, la bocca aperta, la lingua gonfia e riarsa. Gli occhi, ancora spalancati, fissavano il vuoto, con le pupille vitree e annebbiate. Le mani erano ancora avvinghiate ai comandi e le unghie erano diventate blu. Ormai priva del controllo degli enzimi, la flora batterica aveva sviluppato una gran mole di gas nello stomaco, gonfio in modo grottesco. L’umidità e l’elevata temperatura dei Tropici, poi, avevano accelerato il processo di putrefazione.

I cadaveri in decomposizione portati dal Prosperteer parevano usciti in volo da qualche lontano e ignoto sepolcro, un macabro equipaggio su una lugubre aeronave impegnata in una missione fantasma.

 

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