A cura di ISAAC ASIMOV & MARTIN H. GREENBERG

Introduzione

Nel 1956 Nikita Krusciov disse: «La storia è dalla nostra parte. Vi seppelliremo». Ma le cose realmente importanti da lui dette furono la condanna di Joseph Stalin al ventesimo congresso del Partito Comunista, durante un discorso segreto che ben presto fu fatto trapelare dal servizio di sicurezza israeliano e dalla CIA, creando un terremoto nel mondo comunista. In autunno il popolo ungherese si ribellò contro i suoi padroni sovietici, un’azione disperata che venne spietatamente repressa. Gli inglesi, i francesi e gli israeliani attaccarono l’Egitto, e Israele, con la massima rapidità (cento ore sono piuttosto veloci) conquistò il Sinai, per essere poi costretti ad abbandonare tutto dalla pressione degli americani, facendo di Gamel Abdul Nasser un eroe e la forza più influente del mondo arabo.

Nel 1956 i neri continuarono il loro boicottaggio del servizio degli autobus pubblici a Montgomery, nell’Alabama; in quella città entro l’anno ebbe termine la segregazione dei posti a sedere negli autobus, mentre il movimento per i diritti civili si rafforzava. Il principe Ranieri di Monaco prese Grace Kelly in sposa, e il presidente Eisenhower vinse le elezioni e fu rieletto con una valanga di voti di vantaggio sul suo avversario Adlai Stevendon. Il vaccino antipolio di Jonas Salk venne ampiamente distribuito a una popolazione americana grata e preoccupata, mentre Ngo Diem veniva eletto presidente del Vietnam del Sud.

L’Andrea Doria affondò dopo essere entrata in collisione con la Stockholm, trascinando alla morte cinquanta persone; ma più di milleseicento passeggeri vennero salvati.

Le canzoni all’apice del successo nel 1956 furono «My Prayer», «Mack the Knife», «Blue Suede Shoes» e «Hound Dog», di Elvis Presley, nonché «The Great Pretender» degli immortali Platters, «Why do Fools Falls in Love» del tragico Frankie Lyman e i Teenagers, e «Love Me Tender» e «Heartbreak Hotel» ancora di Elvis (che annata, per lui!). Nel 1956 continuò il boom della televisione con il debutto di spettacoli quali «La domanda da 64.000 dollari», gli sceneggiati As the World turns e The Edge of the Night, e il notiziario della NBC con Huntley e Brinkley, ma il numero uno era sempre I love Lucy.

Durante il 1956 Marilyn Monroe e Arthur Miller si sposarono; c’erano settemila cinematografi drive-in negli Stati Uniti; e un certo numero d’imbecilli cercò di mettere fuori legge il rock and roll.

Bardeen, Brattain e Shockley vinsero il premio Nobel per la fisica grazie alle loro ricerche che avevano condotto al transistor. Altri importanti sviluppi scientifici furono la prima osservazione del neutrino e la prima fotografia riuscita della molecola del DNA. Il novantanove per cento degli scienziati mai vissuti erano vivi nel 1956.

I film continuavano a proliferare, e alcuni di essi erano davvero validi — fra i migliori elenchiamo Rififi; The Searchers di John Ford, il mio favorito; Baby Doll; The King and I; War and Peace; The Seven Seal (diretto da Ingmar Bergman); Lust for Life; e Around the World in Eighty Days (cioè «Il giro del mondo in Ottanta Giorni», dell’immortale Giulio Verne) che vinse l’Oscar per il Miglior Film. Anche Broadway si mostrò attiva. Auntie Mame; Li’l Abner; Separate Tables; My Fair Lady; Long Day’s Journey into Night; e Waiting for Godot di Samuel Beckett, debuttarono tutti fra l’entusiasmo del pubblico.

Il mondo dello sport ci diede momenti memorabili, come il gioco perfetto di Don Larsen durante i Campionati Mondiali che vennero vinti da quei dannati Yankees contro i miei Brooklyn Dodgers; e la vittoria di Charley Dumas nel salto in alto durante i Giochi Olimpici del 1956. Anche se l’altezza che lo portò alla vittoria, 2,11 metri, è soltanto d’un paio di centimetri in più rispetto all’attuale record mondiale femminile. Nel 1956, Don Newcombe dei Dodgers era sui 27-7; Ken Rosewall vinse il campionato di tennis open degli Stati Uniti, Needles vinse il derby del Kentucky, i Giants di New York conquistarono il titolo nell’NFL, umiliando i Chicago Bears per 47-7, Bill Russell era una recluta dei Boston Celtics, e Alex Carras e Jim Brown erano stelle dell’All-American College.

Il mondo della letteratura visse uno straordinario 1956 che vide la pubblicazione di The Power Elite di Wright Mills, Giovanni’s Room di James Baldwin, Bang the Drum Slowly di Mark Harris, Eros and Civilization di Herbert Marcuse, A Walk on the Wild Side di Nelson Algren, e Seize the Day di Saul Bellow, per non citare (d’accordo, lo sto facendo) i lavori di pura cassetta Andersonville di MacKinlay Kantor, e Peyton Place di Grace Metalious.

Il punto culminante dell’anno per guanto riguarda la poesia fu la pubblicazione di Howl di Allen Ginsberg.

La morte si portò via Bela Lugosi, Babe Didrickson Zaharias, Fred Allen, Jackson Pollock, Tommy Dorsey, Hattie Carnegie, Robert E. Sherwood e Connie Mack.

Mel Brooks era Mel Brooks.

Nel mondo reale fu un altro anno eccellente, mentre continuava la rivoluzione dei tascabili e la fantascienza vi si accodava. Un importante sviluppo fu la Prima Conferenza degli Scrittori di Fantascienza a Milford (Pennsylvania), organizzata da Damon Knight, James Blish e Judith Merril, che divenne un’istituzione e continua ancora ai nostri giorni.

I libri ragguardevoli pubblicati nel 1956 comprendono The Man Japed (Redenzione immorale) di Philip K. Dick; Nerves (Incidente nucleare — in forma molto ampliata rispetto al lungo racconto del 1942) di Lester del Rey; To Live Forever (Gli Amaranto) di Jack Vance; Solomon’s Stone (La Gemma di Salomone) di L. Sprague de Camp; The Green Odyssey (Pianeta in via di sviluppo) dello straordinario Philip José Farmer; Agent of the Unknown della sottovalutata Margaret St. Clair; Star Ways (Nomadi dell’Infinito) di Poul Anderson; e il grande The Shrinking Man (Tre millimetri al giorno) di Richard Matheson, che sta alla base del film The Incredible Shrinking Man (a Hollywood amano quegli aggettivi). Comunque il premio Hugo per il miglior romanzo andò a Double Star (Stella Doppia) di Robert A. Heinlein, che era apparso a puntate sulla rivista Astounding da febbraio ad aprile: è ovvio che quella era ancora un’epoca in cui le riviste erano importanti almeno quanto i libri.

Le riviste prosperavano ancora, ma nubi sinistre cominciavano a profilarsi all’orizzonte. J. Francis McComas lasciò The Magazine of Fantasy and Science Fiction per tentare qualcos’altro, affidando comunque F&SF alle capaci mani di Anthony Boucher; ma Cela Goldsmith, che più tardi avrebbe fatto cose notevoli con Amazing Stories, andò a lavorare per il gruppo Ziff-Davis come direttore associato. E tre nuove imprese invasero le edicole nel 1956: Satellite Science Fiction (guidata dal fantasioso Sam Merwin jr.); Science Fiction Adventures; e Super Science Fiction.

Nel mondo reale, altri personaggi importanti fecero il loro viaggio inaugurale nella realtà; in febbraio, Christopher Anvil con «The Prisoner»; quello stesso mese, Carol Emshwiller con «Love Me Again»; e Harlan Ellison con «Glow-Worm»; in luglio, Lloyd Biggle Jr., con «Gypped»; in novembre, Brian W. Aldiss con «T»; e in dicembre J.G. Ballard con «Prima Belladona» (Prima Belladonna), e «Escapement» (Il Tempo si Guasta).

I film fantastici (come categoria, beninteso, non necessariamente come qualità) comprendevano The Beast of Hollow Mountain; Beast with a Million Eyes (è vero, li ho contati tutti); Bride of the Monster, con un Bela Lugosi in rapida decadenza; The Creature Walks Among Us; The Creeping Unknown (parte dell’eccellente serie del dottor Quatermass); il classico The Forbidden Planet (forse il primo film dal quale una libreria ha preso il nome); e l’indimenticabile e inesausto Godzilla, King of the Monsters; il meraviglioso, originale Invasion of the Body Snatchers; il velocissimo It Conquered the World, di Roger Corman; il deludente 1984; e The Phantom from 10.000 Leagues.

Terry Carr diede inizio alla sua famosa fanzine Innuendo.

La famiglia si riunì a New York per il quattordicesimo Congresso Mondiale della Science Fiction (Mewyorcon).

Facciamo dunque ritorno a quell’onorato 1956 e godiamoci le migliori storie che il mondo reale ci ha lasciato.

Traversata luminosa

Brightside Crossing – di Alan E. Nourse

Galaxy Science Fiction, gennaio

Alan E. Nourse è un medico il cui cognome si pronuncia «nurse» (infermiera), facendo di lui, perciò, un «dottor Infermiera». Più importante è comunque il fatto che è un eccellente scrittore sia nel campo della narrativa d’immaginazione che fuori, il quale ha pubblicato dozzine di romanzi e di libri di divulgazione scientifica per ragazzi, giovani, e vecchie ciabatte come noi. Nel campo della science fiction è conosciuto soprattutto per i suoi libri per ragazzi, come ROCKET TO LIMBO (1957), STAR SURGEON (I960) e RAIDERS FROM THE RINGS (1962), e per il suo ambizioso ed eccellente romanzo THE BLADERUNNER (1974; nessuna relazione col film dello stesso titolo). È anche un ottimo scrittore di lavori più brevi, e le sue antologie TIGER BY THE TAIL (1961), PSI HIGH AND OTHERS (1967) e RX FOR TOMORROW (1971) contengono parecchie storie degne di nota. Negli ultimi quindici anni ha dedicato la maggior parte della sua attività a scrivere libri di divulgazione per ì giovani.

«Traversata Luminosa» è una delle migliori storie che siano mai state scritte su Mercurio, un pianeta che ha ricevuto relativamente scarse attenzioni nella science

fiction. – M.H.G.
 
«Traversata Luminosa» è, in un certo senso, una perdita secca per l’ultima generazione di lettori, a causa dell’«esplosione» d’informazioni concernenti il Sistema Solare. Radiotelescopi, razzi e sonde hanno enormemente esteso le nostre conoscenze sui pianeti, rendendo datata, irrimediabilmente superata un’incredibile quantità di buona fantascienza.
Per esempio, all’incirca al tempo in cui «Traversata Luminosa» fu scritto, noi venimmo a sapere che Mercurio non presenta eternamente la stessa faccia al Sole così da avere una «faccia luminosa» e una «faccia scura» nonché (a causa dell’orbita marcatamente ellittica) due zone piuttosto ampie di librazione, fra esse, con alternanza di luce e oscurità.
Tuttavia, «Traversata Luminosa» non può dirsi completamente superato. C’è una faccia che se ne sta rivolta verso il Sole per quasi un mese, e può essere attraversata in queste condizioni. Il mio romanzo per giovani (scritto all’incirca nella stessa epoca) LUCKY STARR AND THE BIG SUN OF MERCURY è stato demolito in misura molto più completa dalle nuove informazioni raccolte su Mercurio, ma viene tuttora ristampato, sia pure con una nota d’avvertimento, scritta personalmente da me, sul frontespizio. – I.A.
 
James Baron non ebbe nessun piacere, quella sera quando arrivò al Leone Rosso, nell’udire che un tizio l’aveva cercato. Provava una spiccata repulsione per i misteri, grandi o trascurabili che fossero, e per di più, in quel momento, aveva altre cose ben più urgenti a cui pensare. Ma l’addetto all’ingresso gli aveva fatto segno mentre s’infilava dentro dalla strada: «Mille scuse, signor Baron. Il signore… non ha voluto dirmi il suo nome. Ha detto che era indispensabile che lei lo vedesse. Tornerà qui alle otto».
Baron si mise a picchiettare con le dita sul ripiano del tavolo, facendo passare lo sguardo sul salone tranquillo. I clienti occasionali venivano scoraggiati, al Leone Rosso, gentilmente ma con fermezza; e i frequentatori abituali erano pochi. Sulla destra, c’era un gruppo che Baron conosceva vagamente… scalatori delle Ande, quanto meno uno o due di loro lo erano. Più in là, accanto alla porta, riconobbe il vecchio Balmer, autore della prima traversata documentata attraverso il Cratere Vulcano su Venere. Baron ricambiò il suo sorriso con un cenno di saluto. Quindi si lasciò andare sullo schienale e attese, con impazienza crescente, quell’intruso che stava impegnando il suo tempo senza minimamente giustificarsi.
Ma qualche istante più tardi un ometto brizzolato attraversò la sala e prese posto al tavolo di Baron. Sottile, ma agile e robusto. Il suo volto non tradiva in alcun modo l’età — avrebbe potuto avere trent’anni, o mille — ma appariva consunto e immensamente brutto. Le sue guance e la fronte erano rugose e abbronzate, con cicatrici ancora non del tutto guarite.
L’ometto disse: «Sono grato che lei mi abbia aspettato. Mi è giunto all’orecchio che state progettando di tentare la Luminosa».

Baron gli puntò gli occhi addosso per un attimo: «Vedo che non si perde i telegiornali» replicò, gelido. «Sì, la notizia è vera. Stiamo per fare la Traversata Luminosa».

«Al perielio?»

«Ma è ovvio. Quando, se no?»

L’ometto brizzolato squadrò per un attimo, senza espressione, la faccia di Baron. Poi scandì: «No, temo proprio che non riuscirete a farla».

«Senta un po’, ma lei chi è, se non le spiace?» domandò Baron.

«Il mio nome è Claney» disse lo sconosciuto.

Un attimo di silenzio, poi: «Claney? Peter Claney?»

«Proprio così».

Baron aveva sgranato gli occhi, in preda alla più grande eccitazione, ogni traccia di stizza se n’era andata. «Per tutte le grandi palle di fuoco, amico… dove si era nascosto? Abbiamo tentato di metterci in contatto con lei per mesi!»

«Lo so. Speravo che la smetteste di cercarmi e scartaste l’intera idea».

«Smettere di cercare!» Baron si sporse in avanti sul tavolo. «Amico mio, avevamo perso le speranze, ma non abbiamo mai smesso di cercarla. Su, beviamoci sopra. C’è un mucchio di cose che lei può dirci». Le sue dita tremavano.

Peter Claney scosse la testa. «Non posso dirvi niente che vogliate ascoltare».

«Ma lei deve. Lei è l’unico uomo della Terra che ha tentato la Traversata Luminosa ed è sopravvìssuto ad essa! E la storia che lei ha snocciolato ai giornali… non serve a niente. Noi abbiamo necessità di dettagli. Dove e come il suo equipaggiamento ha fatto fiasco? Dov’era l’errore nei suoi calcoli? Dove ha avuto i guai peggiori?» Baron puntò l’indice sul volto di Claney. «Ad esempio… quell’epitelioma, lì. Perché? Cosa non è andato nei suoi occhiali? Nei filtri? Queste cose… noi dobbiamo saperle. E se lei può dircele, noi potremo riuscire là dove il suo tentativo è fallito.»

«Lei, vuol sapere perché noi abbiamo fallito?» chiese Claney.

«Ma è ovvio che vogliamo saperlo. Dobbiamo saperlo».

«È semplice. Abbiamo fallito perché non può esser fatto. Noi non ci siamo riusciti, e neppure voi ce la farete. Nessun essere umano potrà uscir vivo dalla Luminosa, neanche se lo tentassimo per secoli».

«Assurdità» dichiarò Baron. «Noi ce la faremo».

Claney scrollò le spalle. «Io sono stato lì. Io so quel che mi dico. Voi potete dar la colpa all’equipaggiamento o agli uomini… c’erano difetti nell’uno come negli altri… ma noi non sapevamo esattamente contro cosa stavamo combattendo. È stato il pianeta che ci ha sconfitti, il pianeta e il Sole. E sconfiggeranno anche voi, se tenterete».

«No!» esclamò Baron.

«Lasci che vi dica tutto» replicò Peter Claney.

Fin da quando posso ricordare nella mia vita — disse Claney — ho sempre avuto un grande interesse nella Luminosa. Dovevo avere dieci anni o poco più quando Wyatt e Carpenter fecero l’ultimo tentativo… era il 2082, mi pare. Seguii tutti i telegiornali come se fossero una storia a puntate, e quasi mi si spezzò il cuore quando i due scomparvero.

Mi rendo perfettamente conto, adesso, che erano una coppia d’idioti, a partire senza un equipaggiamento adatto, e senza praticamente nessuna conoscenza delle condizioni della superficie, senza nessuna mappa — non avrebbero mai potuto fare più d’un centinaio di miglia — ma io allora non sapevo niente di tutto questo e fu per me una terribile tragedia. In seguito, seguii il lavoro di Sanderson nel laboratorio del crepuscolo, lassù, e la Luminosa cominciò a entrarmi nel sangue, inesorabile come la morte.

Ma fu un’idea di Mikuta di tentare la Traversata. Ha mai conosciuto Tom Mikuta? Suppongo di no. No, non un giapponese… un polacco-americano. È stato maggiore nel Servizio Interplanetario per alcuni anni, e ha conservato il suo grado anche dopo aver rinunciato all’incarico.

Nei suoi giorni al Servizio è stato con Armstrong su Marte, e la Colonia lassù gli deve una grande quantità di cartografie originali e di esplorazioni. Io l’ho incontrato per la prima volta su Venere; insieme, abbiamo passato cinque anni, laggiù impegnati in alcune delle peggiori esplorazioni dopo il Mato Grosso. Poi, lui effettuò il tentativo col Cratere Vulcano, che ha preparato la strada, alcuni anni più tardi, a Balmer.

Ho sempre avuto simpatia per il Maggiore — un tizio grande e grosso, freddo, calmo, quella specie d’individuo che sempre riesce a pensare le cose con un piccolo anticipo rispetto a chiunque altro, e sa sempre cosa fare se la situazione si fa difficile. Troppi uomini, in questo tipo di attività sono tutti audacia e temerarietà, del tutto incapaci di riflettere. Il Maggiore possedeva tutto questo. E aveva anche quel tipo di personalità che riesce a dominare un gruppo d’uomini selvatici e irragionevoli e a farlo funzionare come una macchina bene oliata attraverso mille miglia della giungla di Venere. Mi è sempre piaciuto, e mi ha sempre ispirato fiducia.

Prese contatto con me e all’inizio si mostrò piuttosto vago. Passammo una serata proprio qui, al Leone Rosso, rivangando i vecchi tempi; lui mi raccontò dell’affare di Vulcano, e anche mi descrisse la sua visita a Sanderson ed al suo Laboratorio del Crepuscolo su Mercurio, e come lui preferisse una marcia al caldo piuttosto che una al freddo, sempre e dovunque… e poi volle che gli dicessi cosa avevo combinato, dopo Venere, e quali progetti avevo adesso.

«Nessun particolare progetto» gli risposi. «Perché?»

Mi squadrò con occhio esperto. «Quanto pesi, Peter?»

Glielo dissi, centotrentacinque libbre.

«Un bel po’!» fu il suo commento. «In ogni caso non dev’esserci troppo grasso, su di te. E il caldo… come lo sopporti?»

«Tu dovresti saperlo?» replicai. «Venere non era una ghiacciaia».

«No, ma io intendo il vero caldo».

A questo punto, cominciai a capire. «Stai progettando un viaggio».

«Giusto. Un viaggio al caldo». Mi sorrise. «E potrebbe essere anche pericoloso».

«Che viaggio?»

«La faccia illuminata di Mercurio» disse il Maggiore.

Cacciai un breve fischio perplesso. «All’afelio?»

Cacciò indietro la testa. «E perché mai tentare la Traversata all’afelio? Per ricavarne che cosa? Quattromila miglia di caldo massacrante, giusto perché qualche malandrino poi ti passi avanti, utilizzando tutte le tue informazioni e sbatta via la tua gloria facendo la Traversata quarantaquattro giorni dopo, al perielio? No, grazie. Voglio fare la Traversata al riparo da qualunque sciocchezza di questo tipo». Si sporse fremente verso di me. «Voglio compiere la Traversata al perielio, sì, e voglio farla in superficie. Se un uomo riesce a far questo, è come se avesse Mercurio in pugno. E fino a quando non sarà stato fatto, nessuno avrà Mercurio. Io voglio Mercurio… ma avrò bisogno di aiuto per riuscirci».

L’avevo pensato anch’io, almeno un migliaio di volte, ma mai in modo serio. Nessuno l’aveva più fatto, da quando Wyatt e Carpenter erano scomparsi. Mercurio ruota intorno al proprio asse nell’identico tempo in cui gira intorno al Sole, e questo vuol dire che la faccia illuminata è sempre la stessa. Ciò rende questa faccia di Mercurio, al perielio, il posto più caldo di tutto il Sistema Solare, con un’unica eccezione: la stessa superficie del Sole.

Sarebbe stato un viaggio infernale. Soltanto pochi uomini si erano spinti di persona a controllare quanto fosse infernale, e nessuno di loro era tornato indietro a descrivercelo. Sì, la Traversata era un autentico inferno, ma un giorno o l’altro, ne ero convinto, qualcuno l’avrebbe compiuta.

Io volevo essere quel qualcuno.

Il laboratorio del crepuscolo, non lontano dal polo nord di Mercurio, era ovviamente il punto di partenza. Non che ci fosse granché lassù — un campo d’atterraggio per i razzi, i laboratori e le baracche per la squadra di Sanderson scavati profondamente nella crosta, e la torre che ospitava il telescopio solare che Sanderson aveva costruito dieci anni prima.

Ovviamente, il laboratorio del crepuscolo non era granché interressato alla Luminosa — era il Sole la vera passione di Sanderson, il quale aveva scelto Mercurio soltanto perché era il boccone di roccia più vicino al Sole che fosse in grado di accogliere il suo osservatorio. E si era scelto un ottimo posto. Su Mercurio, la temperatura della faccia illuminata raggiunge i 410 gradi centigradi al perielio, mentre quella della faccia oscura scende a 220 sotto zero: ad ambedue questi estremi nessuna installazione permanente con un equipaggio umano può sopravvivere. Ma con la particolare rotazione oscillatoria di Mercurio, la zona del crepuscolo tra la faccia illuminata e quella oscura offre qualcosa di assai vicino a una temperatura di sopravvivenza.

Sanderson aveva costruito il suo laboratorio vicino al polo in un punto in cui la zona del crepuscolo è ampia cinque miglia, dove la temperatura varia soltanto dai dieci ai sedici gradi con la librazione. Il telescopio solare sopporta senza difficoltà questa variazione, e consente ottime osservazioni del Sole per settanta degli ottantotto giorni che il pianeta impiega per ruotargli intorno.

Il Maggiore faceva conto su tutte le conoscenze che Sanderson aveva acquisito sia di Mercurio come del Sole, quando ci accampammo al laboratorio per dare gli ultimi tocchi alla preparazione.

E Sanderson ce la fornì. Era convinto che avessimo smarrito il ben dell’intelletto, e ce lo disse a chiare note, ma ci diede tutto l’aiuto che poté. Aveva già passato una settimana a tener rapporto a Jack Stone, il terzo membro della nostra truppa, il quale era arrivato pochi giorni prima di noi con i rifornimenti e l’equipaggiamento; il povero Jack venne a incontrarci al campo d’atterraggio dei razzi quasi singhiozzando, a causa del quadro terrificante che Sanderson gli aveva fatto della Luminosa.

Stone era poco più d’un ragazzo — credo avesse appena compiuto venticinque anni — ma era stato col Maggiore su Vulcano e lui stesso aveva implorato di poter partecipare a questo viaggio. Ebbi la curiosa impressione che a Jack in realtà non importasse granché di esplorare, ma era convinto che il Maggiore fosse un Dio, e lo seguiva dovunque come un cucciolo.

Ma questo non m’importava, finché Jack sapeva cosa avrebbe dovuto affrontare. Noi non andiamo a chiedere alla gente che fa questo mestiere perché abbia deciso di farlo — questo servirebbe soltanto a metterli a disagio, e nessuno di loro sarebbe in grado di fornirti una risposta che abbia senso. Comunque, Stone aveva preso a prestito tre uomini del laboratorio, e aveva disposto in bell’ordine rifornimenti ed equipaggiamento in vista del nostro arrivo, per renderci più facili controlli e collaudi.

Ci tuffammo subito nel lavoro. Grazie agli ottimi finanziamenti — soldi della tri-V e qualche stanziamento governativo che il Maggiore in qualche modo aveva rastrellato girando qua e là — il nostro equipaggiamento era nuovo e di eccellente qualità. Con molti consigli da parte di Sanderson, Mikuta l’aveva progettato e collaudato personalmente. C’erano quattro «Cimici», tre delle quali modelli leggeri con pneumatici a cuscino, con speciali refrigeratori a piombo quando il calore si fosse fatto davvero infernale, e un trattore del modello pesante per trainare le slitte.

Il Maggiore li ispezionò tutti come un bambino al circo, e infine chiese: «Avete saputo qualcosa di McIvers?»

«Chi è?» volle sapere Stone.

«Ci raggiungerà qui. È un ottimo elemento — si è fatto una buona fama come scalatore, laggiù a casa». Il Maggiore si voltò verso di me. «Probabilmente ne hai sentito parlare».

Avevo sentito infatti un bel po’ di storie su McIvers e non ero poi tanto entusiasta nell’udire che si sarebbe unito a noi. «Piuttosto scavezzacollo, no?»

«Forse. È fortunato e abile. Dove puoi tirare la linea divisoria? E a noi servirà parecchio dell’uno e dell’altro».

«Hai mai lavorato con lui?» domandai.

«Non proprio. Ma Luminosa non è un posto in cui far conto sulla fortuna».

Il Maggiore scoppiò a ridere. «Credo che non sia necessario preoccuparci per McIvers. Ci siamo subito intesi quando gli ho descritto la missione e noi avremo troppo bisogno l’uno dell’altro per andare in giro a fare stupidaggini». E tornò a tuffarsi sulla lista dei rifornimenti. «Intanto, facciamo una lista e impacchiamo tutto questo. È necessario che riduciamo drasticamente il peso, e il tempo stringe. Sanderson dice che dobbiamo partire entro tre giorni».

Passarono due giorni, e McIvers non era ancora arrivato. Il Maggiore non affrontava l’argomento. Stone era sempre più sulle spine, e lo ero anch’io. Passammo il secondo giorno a studiare le carte della Luninosa, quel poco che si sapeva. Anche le più dettagliate erano desolatamente povere, ricavate da una distanza così grande che i particolari scomparivano nella sfocatura dell’ingrandimento. Le carte mostravano perciò soltanto i picchi e le catene maggiori e i più grandi crepacci, e questo era tutto. Comunque, potevamo sempre utilizzarlo per progettare un tracciato approssimativo della nostra traversata.

«Questa catena qui» disse il Maggiore, mentre ci accalcavamo intorno al tavolo, «è essenzialmente inattiva, a quanto dice Sanderson. Ma queste più a sud e a ovest potrebbero essere attive. I tracciati dei sismografi suggeriscono un’intensa attività in questa regione, che peggiora via via che ci si avvicina all’equatore… non soltanto vulcani, ma anche slittamento di zolle sotterranee».

Stone annuì. «Secondo Sanderson probabilmente questa attività di slittamento è continua».

Il Maggiore scrollò le spalle. «Certo, è una zona traditrice, non c’è dubbio. Ma l’unico modo di evitarla sarebbe viaggiare attraverso il polo, il che ci farebbe perdere chissà quanti giorni senza darci nessuna garanzia di una minore attività sismica a ovest. Ora, noi potremmo evitarne una certa parte se riuscissimo a scoprire un passaggio attraverso questa catena tagliando subito dopo a est…»

Ma sembrava che, più riflettevamo sul problema, più lontani ci trovassimo dalla soluzione. Sapevamo della presenza di vulcani attivi sulla Luminosa — ce n’erano anche sull’Oscura, anche se qui l’attività superficiale era assai lenta e localizzata.

Ma c’erano anche problemi di atmosfera sulla Luminosa. Perché c’era un’atmosfera e un costante flusso atmosferico della Luminosa all’Oscura. Non tanto — i gas più leggeri avevano raggiunto la velocità di fuga e erano scomparsi da Luminosa migliaia di anni prima — ma c’erano anidride carbonica e azoto, e tracce di altri gas più pesanti. Inoltre c’erano, in abbondanza, vapori di zolfo, e anche solfuro di carbonio e anidride solforosa.

La marea atmosferica si muoveva verso l’Oscura, qui si condensava, trascinando con sé ceneri vulcaniche in quantità sufficiente perché Sanderson potesse valutare la profondità e la natura dei sommovimenti sulla superficie di Luminosa, analizzando i campioni. Ora, il trucco consisteva nel trovare un passaggio che ci consentisse di evitare quanto più possibile questi sommovimenti. Ma in pratica, noi stavamo soltanto raschiando la superficie del problema. L’unico modo per scoprire qualcosa di quanto stava succedendo, era andare di persona sul posto.

Finalmente, al terzo giorno, McIvers fu scaricato da un razzo-merci in arrivo da Venere. Per poche ore aveva perso la nave sulla quale avevamo viaggiato il Maggiore ed io, ma in qualche modo era riuscito ad arrivare fino a Venere, sperando di trovare qui il modo di compiere l’ultimo balzo. Non sembrava per niente turbato da tutto questo, come se fosse convinto che questo era il modo normale di comportarsi, e sembrava non rendersi conto perché mai tutti gli altri apparivano tanto eccitati.

Era un uomo alto e sottile, con una lunga capigliatura ondulata prematuramente grigia, e i suoi occhi erano quelli tipici di uno scalatore – semichiusi, quasi addormentati, indolenti, ma capaci di un’improvvisa, acuta attenzione. E sembrava incapace di star fermo, era sempre in movimento, sempre intento a far qualcosa.

Evidentemente il Maggiore aveva deciso di non far polemiche per il suo ritardo. C’era ancora del lavoro da completare, e un’ora dopo stavamo eseguendo i controlli finali sulle tute a pressione. Prima di sera Stone e McIvers erano già diventati inseparabili e ogni cosa era pronta per una partenza di buon mattino, dopo esserci presi un po’ di riposo.

«E quello» dichiarò Baron, vuotando il suo bicchiere e facendo segno al cameriere che ne portasse altri due, «è stato il vostro primo grosso sbaglio».

Peter Claney aggrottò le sopracciglia. «McIvers?»

«Ovviamente».

Claney scrollò le spalle, facendo passare lo sguardo sui tranquilli tavolini tutt’intorno. «Anche in un posto come questo c’è un bel po’ di bizzarre personalità, e alcuni tra i migliori a una prima occhiata possono apparire tra i più inaffidabili. In ogni caso, il nostro principale problema non era, in quel momento, il carattere di questo o quell’individuo. L’equipaggiamento era il primo dei nostri problemi, e subito dopo il percorso».

Baron annuì, pienamente d’accordo. «Quale tipo di tute avevate?»

«Le migliori tutte isola

«Le migliori tutte isolanti che fossero mai state confezionate» disse Claney. «Ognuna di esse aveva una fodera di fibra di vetro modificata, evitando così l’ingombro dell’amianto, ed era fornita d’una unità refrigerante e di una riserva di ossigeno che noi avremmo potuto ricaricare dai serbatoi sulle slitte ogni otto ore. La superficie esterna era rivestita da uno strato monomolecolare riflettente di cromo che ci faceva luccicare come alberi di Natale. E avevamo un’intercapedine d’un mezzo pollice fra i due strati di aria inerte sotto pressione positiva. E, ovviamente, delle termocoppie d’allarme — a 41° centigradi non ci vuol molto tempo a friggere, fino a ridurvi in cenere, se qualcosa cede nella vostra tuta».

«E le “Cimici”?»

«Anche quelle erano isolate, ma non facevamo gran conto su di esse per proteggerci».

«Non ci facevate conto!» esclamò Baron. «E perché no?»

«Noi dovevamo continuamente entrarci e uscirne. Ci servivano soltanto per aumentare la nostra mobilità, e come magazzino, ma sapevamo che la grande maggioranza del lavoro che ci aspettava avremmo dovuto farlo a piedi». Claney ebbe un agro sorriso. «Il che significava, per noi, disporre d’un pollice di fibra di vetro e di mezzo pollice d’aria sotto pressione, tra il nostro corpo e una temperatura esterna alla quale il piombo scorreva come acqua e lo zinco sfiorava il suo punto di fusione e nelle zone d’ombra le polle di zolfo ribollivano come una pentola di zuppa d’avena sopra un fuoco da campo».

Baron si leccò le labbra. Le sue dita accarezzavano il bicchiere freddo e appannato e lo misero giù sulla tovaglia.

«E poi?» domandò, rigido. «Siete partiti in orario?»

«Oh, sì» rispose Claney, «siamo partiti in orario, senz’altro. Soltanto, non siamo affatto arrivati in orario. Ma ogni cosa a suo tempo».

Si sistemò più comodo contro lo schienale e continuò.

Balzammo fuori dalla Zona Crepuscolare lungo un percorso in direzione sud-ovest, con trenta giorni di tempo per raggiungere il centro della Luminosa. Se avessimo tenuto una media di settanta miglia al giorno, avremmo raggiunto il centro esattamente al perielio, vale a dire nel momento in cui Mercurio si trovava più vicino al Sole — il che avrebbe fatto del centro il punto più caldo del pianeta nel suo periodo più caldo.

Il Sole era già enorme e giallo sopra l’orizzonte, quando partimmo, grande il doppio di come appare dalla Terra. Ogni giorno, quel Sole si sarebbe fatto più grande e incandescente, e ogni giorno la superficie di Mercurio sarebbe diventata più calda. Ma una volta che avessimo raggiunto il centro, la nostra impresa sarebbe stata soltanto a metà — noi avremmo dovuto viaggiare per altre duemila miglia, fino al punto opposto della zona crepuscolare. Sanderson sarebbe vanuto a incontrarci sul lato opposto, appunto, con il piccolo ricognitore del laboratorio, all’incirca sessanta giorni dopo l’inizio della nostra impresa.

In linea di massima, questo era il programma. Quello che noi dovevamo fare, era percorrere quelle settanta miglia al giorno, non importa quanto caldo facesse o quanto brutto fosse il terreno che dovevamo attraversare. Ogni deviazione, oltre ad essere pericolosa, sarebbe stata una perdita di tempo. E un ritardo avrebbe potuto costarci la vita. Tutti noi lo sapevamo.

Il Maggiore, un’ora prima della partenza, ci diede un’ultima infornata d’informazioni dettagliate. «Peter, tu guiderai la “Cimice”… quella piccola che abbiamo messo a punto per te. Stone ed io ti seguiremo su ambedue i lati, dandoti un vantaggio di cento metri. McIvers, tu avrai il compito di trainare le slitte, seguendo strettamente la traccia che t’indicheremo. Peter avrà appunto l’incarico di scegliere, via via, il passaggio migliore. Se vi saranno dei dubbi sulla tenuta del terreno, noi tutti andremo ad esplorare il tracciato a piedi, prima di rischiare le “Cimici”. Capito?»

McIvers e Stone si scambiarono un’occhiata. Poi McIvers disse: «Jack ed io avremmo progettato di scambiarci i lavori. Abbiamo pensato che lui potrebbe trainare le slitte. Questo consentirebbe a me un po’ più di mobilità».

Il Maggiore fissò, brusco, Stone. «La cosa ti garba, Jack?»

Stone scrollò le spalle. «A me non importa. Mac chiedeva…»

McIvers fece un gesto d’impazienza con le mani. «Non importa. È che io sto meglio quando posso muovermi. Fa molta differenza per voi?»

«Penso proprio di no» disse il Maggiore. «Allora tu, McIvers, fiancheggerai Peter sul lato opposto al mio. D’accordo?»

«Sì, sì». McIvers si tormentò il labbro inferiore. «E chi andrà avanti, in esplorazione?»

«Questo sarà affar mio, no?» tagliai corto. «È per questo che abbiamo alleggerito il più possibile la mia “Cimice”».

Mikuta annuì. «Proprio così. La “Cimice” di Peter in pratica è ridotta al puro telaio e alle ruote».

McIvers scosse la testa. «No, io intendo dire il lavoro di avanscoperta. Voi avete necessità di qualcuno più avanti… almeno quattro o cinque miglia… che segnali in tempo i crepacci più grandi e i cambiamenti delle superfici attive, non è così?» Squadrò il Maggiore. «Quello che intendo dire è, in che modo potremo sapere in quale razza di buco ci stiamo cacciando, senza qualcuno che vada in esplorazione più avanti?»

«Ma ci sono le carte, per questo», il Maggiore rispose, asciutto.

«Le carte! Ma io sto parlando del lavoro di dettaglio. Noi non dobbiamo preoccuparci degli oggetti topografici maggiori. Sono quelli piccoli, i particolari che non sono stati cartografati, che potrebbero ucciderci». Buttò giù le carte, tutto infervorato. «Bene, lasciatemi andare avanti con una “Cimice” a esplorare il terreno, cinque, o magari dieci miglia più avanti del resto della colonna. Me ne starò sempre sul terreno solido, sicuro, naturalmente, ma scruterò da vicino l’area circostante e informerò via radio Peter come evitare i crepacci. E poi…»

«Neanche se ne parla» tagliò secco il Maggiore.

«Ma perché nò? Potremo risparmiarci interi giorni di…»

«Non m’importa di quanto potremmo risparmiare. Noi resteremo insieme. Quando avremo raggiunto il centro, voglio uomini vivi intorno a me. E questo significa che per tutto il tempo dobbiamo star vicini, così da vederci sempre l’un l’altro. Ogni scalatore sa che ogni componente d’una cordata è più sicuro che se procedesse da solo… e questo vale sempre, e dovunque».

McIvers lo fissò, le guance imporporate dalla collera. Infine, annuì imbronciato. «D’accordo. Se lo dici tu».

«Bene. L’ho detto, e qui lo ribadisco. Non voglio stupidi colpi di testa. Noi raggiungeremo il centro tutti insieme, e completeremo tutti insieme la Traversata. Mi sono spiegato?»

McIvers annuì di nuovo. Mikuta allora guardò Stone e me, e anche noi annuimmo.

«Tutto bene, allora» disse il Maggiore, lentamente. «E adesso che tutto è chiarito, partiamo».

Faceva un caldo infernale. Se anche dimenticassi ogni altra cosa di quel viaggio, non potrò mai scordarmi di quell’enorme Sole giallo che picchiava giù, abbacinante, senza interrompersi mai, più caldo, sempre più caldo dopo ogni miglio. Sapevamo che la prima manciata di giorni sarebbe stata la più facile, ed eravamo riposati e freschi quando scendemmo giù nella lunga gola accidentata a sudest del Laboratorio del Crepuscolo.

Io avanzavo in testa; alle mie spalle potevo vedere il Maggiore e McIvers trascinarsi dietro di me, i loro pneumatici a cuscino trasformavano in un lieve ondeggiare il loro procedere sulla scabra superficie del fondo della gola. Dietro di loro, Stone trascinava le slitte.

Pur sotto una gravità del trenta per cento soltanto di quella terrestre, il grosso trattore faceva fatica, fino a quando le superfici dei pattini non cominciarono a scivolare sull’impalpabile polvere vulcanica che copriva la valle. Per le prime trenta miglia, c’era perfino un sentiero che potevamo seguire.

Io tenevo gli occhi appiccicati al grande binocolo polarizzato, per seguire il sentiero che le precedenti squadre di ricerca avevano tracciato lungo il bordo della Luminosa. Ma in un paio d’ore ci trovammo a costeggiare un piccolo osservatorio, l’ultimo avamposto di Sanderson, e il sentiero s’interruppe. Ora ci trovavamo su territorio vergine, e già il Sole cominciava a mordere.

Più che sentire il calore, in quei primi giorni là fuori, noi lo vedevamo. Le unità refrigeranti mantenevano la nostra pelle, dentro le tute, a 24 comodi gradi centigradi, ma i nostri occhi vedevano quel sole abbagliante e le rocce giallastre, riarse, che rimanevano indietro, e certe fibre nervose dovettero aggrovigliarsi dentro di noi, chissà come. Grondavamo, infatti, di sudore come se ci trovassimo in una fornace superriscaldata.

Marciavamo per otto ore, poi ne dormivamo cinque. Quand’era arrivato il periodo del sonno, disponevamo le «Cimici» in gruppo, a formare un quadrato, issavamo un leggero scudo d’alluminio, e ci stendevamo sulla polvere e sulle rocce. Lo scudo solare abbatteva la temperatura d’una trentina di gradi, questo era tutto l’aiuto che ci forniva. Meglio di niente. E prendevamo il nostro cibo dalla slitta anteriore, succhiandolo con tubicini — proteine, carboidrati, parecchia gelatina, vitamine.

Il Maggiore ci misurava l’acqua con mano di ferro, altrimenti avremmo finito per bere tanto da farci venire la nefrite in una settimana. Noi eravamo costantemente, incessantemente assetati. Provate a chiedere il perché a fisiologi e psichiatri… vi forniranno una mezza dozzina d’interessanti ragioni… ma tutto quello che sapevamo, o che c’interessava, era che stava capitando a noi.

Come conseguenza, alle prime fermate non riuscimmo a dormire. I nostri occhi bruciavano nonostante i filtri, e soffrivamo di tremendi mal di testa, e non potevamo farceli passare dormendo. Per cui ce ne stavamo seduti guardandoci l’un l’altro. Poi McIvers veniva fuori a dire quanto sarebbe stato bello poterci scolare una birra… e patatrac. Avremmo ammazzato nostra nonna per una bottiglia di birra ghiacciata.

Dopo le prime poche tappe, cominciai a orizzontarmi senza interrompere la guida. Ora stavamo scendendo giù in una tale desolazione al cui confronto la Valle della Morte sulla Terra sarebbe parsa simile a un giardino di rose giapponese. Grandi crepacci riarsi dal sole si aprivano nel fondo della gola, con nere scarpate che strapiombavano sui due lati; l’atmosfera era impregnata d’una nebbiolina giallastra a stento visibile di zolfo e gas solforosi.

Era un buco squallido e caldiccio, del tutto impossibile per l’uomo, ma qui la sfida era così potente che noi potevamo quasi toccarla con mano. Nessuno aveva mai attraversato prima di noi quella terra, uscendone vivo. Quelli che l’avevano tentato erano stati crudelmente puniti, ma quella terra riarsa era ancora lì, per cui dovevamo attraversarla. E non nella maniera più facile. Doveva venir traversata nella maniera più difficile: al suolo, attraverso qualunque obbrobrio ci si fosse parato davanti, e nel peggior momento possibile.

Ma noi sapevamo anche che quella terra avrebbe potuto essere conquistata prima, se non fosse stato per il Sole. Avevamo già affrontato, prima, il gelo assoluto, e avevamo vinto. Ma un caldo come questo… l’uomo non era mai riuscito a sfidarlo e a vincerlo. Il solo caldo peggiore in tutto il Sistema Solare era quello della stessa superficie del Sole.

Luminosa era abbastanza importante da scommetterci sopra. O noi la sconfiggevamo, o finivamo sconfitti. Questa era la sfida.

In quei primi periodi di guida imparai un bel po’ di cose su Mercurio. La gola gradatamente si riduceva, dopo un centinaio di miglia, e noi ci trovavamo infine a procedere sul fianco d’una catena di crateri frastagliati che si stendeva verso sud e poi a est. Questi vulcani non erano attivi, come era stato appurato fin dalla prima spedizione su Mercurio, quarant’anni prima, ma oltre questa distesa s’intravedevano altri coni attivi. Fumi giallastri salivano costantemente dai crateri; i loro fianchi erano ricoperti da sudari di densa cenere.

Non registravamo vento, anche se sapevamo che una calda, sulfurea brezza spazzava in grandi maree continentali l’intero pianeta da una faccia all’altra. Ma con intensità sufficiente a provocare erosioni. I crateri si drizzavano dalle gole frastagliate, come grandi, torreggianti punte di lancia fatte di roccia e sfasciume. Più in basso, ampie, giallastre pianure, fumanti e sibilanti dei gas che fuoriuscivano dalla crosta. Su tutto, una polvere grigia — silicati e sali, pomice e calcare e granito sbriciolati — riempiendo crepacci e cavità, creando una soffice, ingannevole superficie sotto i pneumatici a cuscino delle «Cimici».

Imparai a leggere il suolo, a riconoscere — dal modo in cui la polvere s’insaccava sopra di essi — la presenza di fessure e crepacci; ben presto seppi su quali di queste fenditure si poteva passare senza pericolo, e quali, invece, ci avrebbero fatto sprofondare disastrosamente. A intervalli irregolari, fermammo le «Cimici» per esplorare qualche passaggio più da vicino, a piedi, legati l’uno all’altro con un cavo leggero di rame, scavando, avanzando, tornando a scavare, fino ad acquistare l’assoluta certezza che la superficie avrebbe retto al peso delle macchine. Era un lavoro crudele che finiva per farci crollare esausti nel sonno, alla fine della giornata. Ma che ci faceva procedere con regolarità, all’inizio.

Con fin troppa regolarità, mi sembrava; e anche gli altri la pensavano nello stesso modo.

L’irrequietezza di McIvers ci stava dando sempre più sui nervi. Parlava sempre troppo, durante il riposo o quand’eravamo in marcia, spiritosaggini, battute, sciocche barzellette che non miglioravano certo a furia d’essere ripetute. Cominciò anche a compiere deviazioni dal percorso, non troppo lontane, ma sempre più ampie ogni volta.

Jack Stone reagiva esattamente all’opposto; ad ogni tappa sempre più tranquillo, sempre più riservato e apprensivo. La cosa non mi piaceva, ma pensai che dopo un po’ gli sarebbe passata. Io stesso ero alquanto apprensivo, ma riuscivo a nasconderlo molto meglio di lui.

Ad ogni miglio, il Sole diventava più grande e più bianco, sempre più alto nel cielo… e più caldo. Senza i nostri schermi per i raggi ultravioletti e i filtri antiriverbero, saremmo diventati ciechi; ma anche così difesi, i nostri occhi ci dolevano continuamente e la pelle del viso, alla fine delle nostre otto ore di marcia, ci prudeva e ci pizzicava.

Ma fu proprio una delle cervellotiche deviazioni di McIvers il penultimo attentato ai nostri nervi già tesi al limite di rottura. Aveva ben pensato di cacciarsi dentro a una diramazione di un lungo canyon che deviava dalla nostra rotta verso ovest ed era quasi del tutto scomparso alla vista in una nuvola di polvere quando attraverso i nostri auricolari udimmo un grido acuto.

Col cuore in gola, deviai bruscamente con la “mia «Cimice» e lo individuai grazie al binocolo, che agitava freneticamente le braccia dal tetto del suo veicolo. Il Maggiore ed io c’infilammo dentro la gola alla massima velocità consentita alle nostre «Cimici», con un turbinio di visioni, una più orribile dell’altra, che si agitavano nelle nostre menti.

Infine lo raggiungemmo: immobile, puntava il braccio giù nella gola e, per una volta, non aveva niente da dire. Era il relitto di una «Cimice»; un modello antiquato, con rimorchio incorporato, d’un tipo che non veniva più utilizzato da anni. Si era profondamente incastrato in una fenditura della roccia, un asse si era spezzato, il rivestimento spaccato nel mezzo e sepolto per metà sotto una frana di sassi. Una dozzina di piedi più avanti c’erano due tute isolanti, con delle ossa che occhieggiavano attraverso le finestrelle di vetro degli elmetti.

Eravamo arrivati lontano quanto Wyatt e Carpenter, nella loro Traversata della Luminosa.

Nel successivo quinto periodo di marcia, il terreno cominciò a cambiare. Sembrava lo stesso, ma qua e là lo sentivamo diverso. In due occasioni sentii le mie ruote girare a vuoto, con un grido di protesta della mia macchina. Qui, del tutto all’improvviso, la «Cimice» ebbe uno scarto; diedi tutto gas al motore ma non accadde nulla.

Potei vedere la massa grigio cupo che risaliva intorno ai mozzi delle ruote, densa e tenace, e veniva proiettata in schizzi fumanti dalla rotazione delle ruote. Avevo capito cos’era successo fin dal momento in cui le ruote non avevano più fatto presa, e pochi minuti dopo mi agganciarono al trattore e mi trainarono fuori da quella vischiosità. La quale sembrava in tutto e per tutto fango grigio, ma era una pozza di piombo fuso, fumante sotto uno strato soffice di polvere che la nascondeva.

Dopo, la mia marcia si fece molto più prudente. Ci stavamo inoltrando in un’area di recente attività superficiale, e il terreno, lì, era davvero traditore. Mi scoprii a desiderare che il Maggiore avesse dato la sua approvazione alla proposta di McIvers per una ricognizione avanzata; più pericoloso per chi l’avrebbe fatta, forse, ma io adesso stavo procedendo alla cieca e la cosa non mi piaceva per niente.

Un solo errore di giudizio ci avrebbe mandato tutti alla rovina, ma in verità io non mi stavo preoccupando molto degli altri. Io mi preoccupavo di me, e molto. E cominciai a pensare, meglio che tocchi a McIvers piuttosto che a me. Non era certo un modo giusto di pensare, e lo sapevo, ma non riuscivo a scacciarlo dalla mia mente.

Furono otto ore massacranti, e poi non riuscimmo a dormire decentemente. Ritornati dentro le «Cimici», avanzammo ancora più lentamente, costeggiando un largo pianoro, schivando una fitta rete di crepacci che si aprivano sulla superficie, zigzagando avanti e indietro nello sforzo di tenere le macchine sulla solida roccia. Io non riuscivo a vedere granché, davanti a me, a causa della nebbia giallastra che saliva dai crateri, per cui c’ero finito quasi sopra, quando mi accorsi d’una faglia dal bordo netto, di traverso davanti a me, dove la superficie sprofondava di colpo di quasi due metri.

Lanciai un grido, facendo fermare gli altri; poi avanzai prudentemente con la mia «Cimice», sbirciando oltre la faglia. Era assai estesa. Procedetti per una cinquantina di metri a sinistra, poi feci lo stesso a destra.

C’era soltanto un punto in cui sembrava possibile scendere: là dove una stretta sporgenza di materia grigia calava giù lungo la parete della faglia, simile a una rampa. E mentre la guardavo, sentii tremare la superficie sotto la mia «Cimice» e vidi la sporgenza scivolare in avanti per più d’un metro.

La voce del Maggiore rimbombò nelle mie orecchie. «Com’è la faccenda, Peter?»

«Non so. Sembra che questa crosta abbia dei pattini a rotelle» risposi.

«Come ti sembra quella specie di rampa?»

Esitai. «Mi sgomenta, Maggiore. Io… meglio tornare indietro e cercare un’altra strada per aggirare la faglia».

Vi fu un ruggito di disgusto nei miei auricolari, e all’improvviso la «Cimice» di McIvers scartò in avanti. Mi superò, acquistò velocità, con McIvers ingobbito sul volante come un pilota da corsa. E puntò verso la sporgenza grigia.

L’urlo mi si bloccò in gola; sentii il Maggiore tirare un profondo respiro e poi urlare: «Mac! Ferma quel maledetto arnese, pazzo, sciagurato!» Ma ormai la «Cimice» di McIvers stava scendendo la rampa, con un rombo apocalittico.

La rampa sobbalzò quando i pneumatici della «Cimice» iniziarono la discesa; per un orribile istante parve che sarebbe crollata giù sotto il peso della macchina. Ma quando la «Cimice» ebbe finito di percorrerla in una nuvolaglia di polvere, udii la voce di McIvers rintronare nelle mie orecchie, piena d’entusiasmo: «Venite giù, branco di lumaconi. Reggerà anche i vostri grassi sederi!»

Attraverso gli auricolari ci giunsero alcune secche espressioni irriferibili, mentre il Maggiore avanzava col suo veicolo fino ad affiancarmi, infilandosi poi, lentamente, giù per la rampa, fino a raggiungere anche lui la superficie più oltre. Poi mi disse: «Vacci piano, Peter. E poi dài una mano a Jack con le slitte». La sua voce era tesa come una corda di violino.

Dieci minuti dopo eravamo tutti discesi oltre la faglia. Il Maggiore controllò la nostra formazione, poi si rivolse, rabbioso, a McIvers. «Ancora uno di questi scherzi» ringhiò, «e ti lego a una roccia e ti lascio lì. Mi hai capito? Prova a rifarlo, e…»

McIvers bofonchiò, in tono di protesta: «Buon Dio, ma se dobbiamo aspettare Claney rimarremo qui per sempre! Anche un cieco avrebbe capito che quella sporgenza poteva senz’altro reggerci».

«Io l’ho vista muoversi» gli urlai.

«D’accordo, d’accordo, so che hai buoni occhi. Ma cos’è tutto questo strepitare? Non siamo passati, forse? Io dico che ci vuole anche un po’ di coraggio, e usarlo ogni tanto, se vogliamo venir fuori da questa pidocchiosa fornace!»

«Ci serve anche un po’ di giudizio» l’interruppe, brusco, il Maggiore. «Bene, ora muoviamoci. Ma se tu credi che io prima parlassi per scherzo, provaci anche una volta soltanto». Lasciò che per un buon minuto la minaccia gli s’imprimesse nella mente. Poi girò la sua «Cimice» e si rimise al mio fianco.

Alla fermata successiva, nessuno fece più menzione dell’incidente, ma il Maggiore mi prese da parte proprio quando mi stavo mettendo giù per dormire. «Peter, sono preoccupato» mi disse a bassa voce.

«McIvers? Non val la pena preoccuparsi per lui. Non è sconsiderato quanto sembra… soltanto impaziente. Noi siamo indietro d’un centinaio di miglia rispetto alla tabella di marcia, e stiamo andando dannatamente piano. Abbiamo fatto soltanto quaranta miglia in quest’ultima tappa».

Il Maggiore scosse la testa. «Non sto parlando di McIvers… sto parlando del ragazzo».

«Jack? Cos’ha che non va?»

«Guardalo un po’».

Stone era scosso da un tremito. Era sull’altro lato del trattore, accanto alla macchina, lontano dal resto di noi — era disteso sulla schiena ma non stava dormendo. Tutto il suo corpo tremava, convulsamente. Lo vidi aggrapparsi a uno spuntone roccioso.

Mi alzai, aggirai il trattore e mi sedetti accanto a lui. «Hai avuto la tua razione d’acqua?» provai a dirgli.

Non rispose. E continuò a tremare.

«Ehi, ragazzo» gli dissi. «Cos’è che non funziona?»

«È caldo» disse, con voce strangolata.

«Certo che è caldo, ma non devi lasciare che questo ti butti giù. Stiamo andando bene, non potrebbe…»

«Un accidente va bene!» urlò. «Stiamo andando malissimo, se ci tieni a saperlo. Noi non ci riusciremo mai, capisci? Quel maledetto pazzo finirà per ammazzarci tutti…» All’improvviso cominciò a strillare come un bambino. «Ho paura, sì… ma perché mai ho voluto venir qui… ho paura. Cosa mai mi sono messo in testa di dimostrare venendo qui, in nome di Dio? Che sono una specie di eroe o che cosa? Ho paura, ti dico…»

«Senti un po’» l’interruppi. «Mikuta ha paura, io ho paura. E con questo? Noi ce la faremo, non ti preoccupare. E nessuno di noi sta giocando a fare l’eroe».

«Nessuno, fuorché l’Eroe Stone» lui ribatté in tono amaro. Si diede una scrollata, poi se ne uscì in una risatina tirata. «Che razza di eroe, eh?»

«Ce la faremo» ribadii.

«Ma certo» lui disse infine. «Scusami. Ora va tutto bene».

Mi girai dall’altra parte, ma aspettai finché non vidi che si era messo tranquillo. Allora, mi sforzai di dormire, ma fu un sonno agitato. Continuavo ad arrovellarmi su quella rampa. Già guardandola, avevo capito cos’era; una di quelle grandi squame di zinco dalle quali Sanderson ci aveva messo in guardia, un’ampia superficie di zinco pressoché puro che era stata appena estrusa da sotto, al calor bianco, che aspettava soltanto d’esser completamente corrosa dallo zolfo o dall’ossigeno.

Ne sapevo quanto bastava, dello zinco, per esser sicuro che a queste temperature era fragile come il vetro. A sfidare la sorte come McIvers aveva fatto, l’intera lastra avrebbe potuto spezzarglisi sotto come una tavola di legno marcio. E certo non era stato merito di McIvers se questo non era accaduto.

Cinque ore dopo, eravamo nuovamente al volante. Tutti avanzavamo con difficoltà. La superficie irregolare, scabra, era quasi invalicabile — il pianoro era costellato da grandi rocce quasi verticali; cornici in apparenza compatte si sbriciolavano non appena i miei pneumatici le sfioravano; lunghi canyon beanti finivano in pantani di piombo o pozze di zolfo.

Una dozzina di volte fui costretto a scender giù dalla «Cimice» per saggiare un tratto di terreno infido con i miei stivali o la punta di un’asta. Ogni volta che lo facevo, McIvers saltava fuori dietro di me, correva avanti come un ragazzino alla fiera, poi tornava indietro ad arrampicarsi sulla sua macchina, rosso in viso e ansante, e ripartivamo per avanzare di un altro miglio o due.

Il tempo stringeva per tutti noi, adesso, e ci pensava McIvers a impedire che me ne dimenticassi. Avevamo coperto soltanto trecentoventi miglia in sei turni di marcia, cosicché, effettivamente, eravamo in ritardo di cento miglia sulla nostra tabella.

«Non riusciremo a farcela» masticava rabbioso McIvers. «Il Sole sarà già lontano verso l’afelio, quando noi raggiungeremo il Centro».

«Spiacente, ma non posso andare più in fretta di così» gli rispondevo. Non avevo nessuna intenzione di dar di matto. Sapevo cosa lui voleva, ma mi guardavo bene da accettare la sfida. Già avevo abbastanza paura a far avanzare la mia «Cimice» su una simile superficie, pur sapendo che, in fin dei conti, ero sempre io a prendere le decisioni. A mandar lui avanti come guida, ne avremmo avuto al massimo per otto ore. I nostri nervi non avrebbero certo resistito, anche ammesso che le macchine ce l’avrebbero fatta.

Jack Stone sollevò lo sguardo dalle nostre mappe incise su fogli d’alluminio. «Ancora un centinaio di miglia e dovrebbe iniziare un tratto meno difficile» annunciò. «Forse potremmo farcela a superare questa distanza in un paio di giorni».

Il Maggiore approvò, ma McIvers non riusciva a frenare la sua impazienza. Fissò il Sole come se provasse un odio tutto particolare nei suoi confronti e prese a scalpitare avanti e indietro sotto lo schermo antisolare. «Ma bene, benissimo» disse. «Se riusciremo ad arrivare così lontano, però».

Preferimmo lasciarlo perdere, ma il Maggiore mi fermò mentre stavamo risalendo a bordo per una nuova tappa. «A quel ragazzo salteranno i nervi se non ci muoveremo più rapidamente, Peter. Per nessun motivo dovrà trovarsi in testa alla colonna. D’altra parte ha ragione, quando dice che dobbiamo accelerare i tempi. Non fare colpi di testa ma… prova a forzare un po’ la fortuna, d’accordo?»

«Ci proverò» risposi. Mikuta mi stava chiedendo l’impossibile, e lo sapeva. Ci trovavamo su un ampio pendio che si contorceva e cambiava tutt’intorno a noi, come se vi fosse uno strato di materia fusa sotto la crosta; il pendio era spezzato da ampi crepacci, in parte coperti da polvere e placche di zinco, simile a un ampio ghiacciaio di pietra e metallo. La temperatura esterna era di 286 gradi centigradi e stava diventando ancora più calda. Non era certo il luogo per precipitarsi di corsa in avanti.

Comunque, ci provai. M’infilai in una mezza dozzina di passaggi non troppo sicuri, costeggiando cautamente piatte sporgenze di zinco, smuovendone e ribaltandone qualcuna. Per un po’ sembrò facile e indubbiamente accelerammo la marcia. Riuscimmo perfino, a un certo punto, ad avanzare in linea retta… e all’improvviso balzai sui freni costringendo la «Cimice» ad un brusco arresto in una nuvola di polvere.

Avevo osato troppo. Eravamo finiti su un’ampia e piatta superficie di materia grigia, in apparenza solida… fino a quando, all’improvviso, non colsi con la coda dell’occhio un crepaccio, là sotto. Ero finito su un guscio che lo copriva, il quale stava ancora tremando sotto di me a causa della brusca frenata.

La voce di McIvers mi echeggiò nell’orecchio: «Che guaio c’è adesso, Claney?»

«Torna indietro!» gridai. «Non può sostenerci!»

«Da qui sembra abbastanza solido».

«Davvero vuoi metterti a discutere? È troppo sottile, si romperà. Torna indietro!»

Lentamente, cominciai a retrocedere dalla crosta rocciosa. Udii McIvers bestemmiare; quindi vidi la sua «Cimice» che cominciava a strisciare all’infuori sullo strato sospeso. Questa volta non troppo svelto e temerario, ma lentamente, sollevando dietro di sé niente più che una nuvoletta di polvere.

Sgranai gli occhi, e sentii il sangue salirmi alla testa. Il caldo parve salire al punto che riuscivo a respirare a stento, mentre davanti a me lui strisciava, avanti, e ancora avanti…

Penso di aver sentito lo schianto ancora prima di aver visto la crosta spaccarsi. La mia macchina ebbe un nauseante sobbalzo e una lunga, nera crepatura comparve attraverso la crosta… e si allargò. Poi la crosta cominciò a ribaltarsi, spalancando del tutto la voragine. Udii un grido mentre la «Cimice» di McIvers s’impennava sempre di più, di più, precipitando infine dentro il crepaccio in una rimbombante frana di roccia e metallo frantumati.

Rimasi immobile per un minuto; credo. Non riuscii a muovermi fino a quando non udii gemere Jack Stone e il Maggiore gridare: «Claney! Non riesco a vedere… cos’è successo?»

«Si è spaccata sotto il suo peso, ecco cos’è successo» urlai. Diedi tutto gas al mio motore e venni avanti verso l’orlo della nuova frattura. Il crepaccio era come una bocca spalancata, ma non riuscii a vedere nessun segno della macchina. La nuvolaglia di polvere che ancora si gonfiava dal basso cancellava ogni cosa.

Tutti e tre ci fermammo lì, guardando in basso. Potei gettare un’occhiata alla faccia di Jack Stone attraverso il suo elmetto. Non era un bello spettacolo.

«Bene» disse il Maggiore, con voce grave. «Questo è tutto».

«Lo credo anch’io». In quel momento dovevo avere l’identico aspetto di Stone.

«Zitti» disse Stone. «Sento qualcosa».

Aveva ragione. C’era un grido nei nostri auricolari… debole, ma era impossibile sbagliarsi.

«Mac!» chiamò il Maggiore. «Mac, puoi sentirmi?»

«Sì, sì, posso sentirti». La voce era assai debole.

«Va tutto bene?»

«Non so. Gambe fratturate, credo. È… caldo». Vi fu un lungo silenzio. Poi: «Penso che i miei refrigeratori siano partiti».

Il Maggiore mi scoccò un’occhiata, poi si voltò verso Stone. «Presto, prendi un cavo dalla seconda slitta. Se non riusciamo a tirarlo fuori da lì, friggerà vivo. Peter, tu ora mi calerai giù. Usa l’argano del trattore».

Lo calai: rimase giù solo per pochi istanti. Quando lo tirai su, aveva la faccia tirata. «È ancora vivo» ansimò. «Ma non durerà molto». Esitò appena un istante. «Dobbiamo comunque fare un tentativo».

«Questa crosta non mi piace affatto» dichiarai. «Si è già mossa due volte mentre ne uscivo fuori. Perché non ci ritiriamo più in là e gli caliamo un cavo?»

«Non può funzionare. La “Cimice” si è fracassata e lui è dentro. Ci serviranno delle torce e io ho bisogno di uno di voi che mi aiuti». Mi fissò, poi si voltò a guardare a lungo Stone. «Peter, è meglio che venga tu con me».

«Un momento» intervenne Stone. Il suo volto era pallidissimo. «Lasciami venir giù con te».

«Peter è più leggero».

«Neanch’io sono troppo pesante. Lasciami venir giù».

«D’accordo, se proprio vuoi». Il Maggiore gli gettò una torcia. «Peter, inserisci questi ganci e calaci giù lentamente. Ma appena vedi qualcosa che non va, qualunque cosa, molla tutto e mettiti in salvo, hai capito? Tutta questa crosta può partire da un momento all’altro».

Annuii. «Buona fortuna».

Ambedue scivolarono oltre l’orlo della crosta. Lasciai scorrere il cavo pollice dopo pollice finché non giunse a sessanta metri di profondità. Qui, si allentò.

«Come va laggiù?» gridai.

«È molto brutta» rispose il Maggiore. «Dobbiamo lavorare in fretta. L’intero fianco del crepaccio è sul punto di franare. Facci scendere ancora un poco».

Passarono dei minuti senza il più piccolo rumore. Cercai di distendere i nervi, ma non ci riuscii. Poi sentii il suolo slittare, e il trattore barcollò su un fianco.

Il Maggiore gridò: «Sta precipitando, Peter… tiraci fuori!» Prontamente innestai la retromarcia e schiacciai i comandi facendo allontanare il trattore rombante dal precipizio. Il cavo si spezzò e guizzò in alto davanti a me come la molla rotta di un orologio. L’intera superficie sotto di me aveva ripreso a scuotersi selvaggiamente; la polvere si sollevò in grandi nuvolaglie grigie. Poi, con un ruggito, l’intera crosta ebbe un violento scarto e scivolò di lato. Oscillò sull’orlo per qualche secondo prima di crollare dentro il crepaccio, strappando via e trascinando con sé l’intera parete in una colossale frana. In qualche modo, riuscii a bloccare il trattore mentre l’abisso eruttava polvere e fiamme.

E così erano andati — tutti e tre, McIvers e il Maggiore e Jack Stone — seppelliti sotto migliaia di tonnellate di roccia, zinco e piombo fuso. E non c’era proprio nessuna possibilità che qualcuno ritrovasse le loro ossa.

Peter Claney si lasciò andare all’indietro, finì il suo bicchiere, sfregandosi il volto sfregiato mentre teneva gli occhi puntati su Baron.

Lentamente, Baron rilassò la stretta sui braccioli della poltroncina. «Lei è tornato» disse.

Claney annuì. «Sono tornato, certo. Avevo il trattore e le slitte. Passai sette giorni per rifare la strada percorsa, guidando sotto quel Sole giallo. Ebbi un mucchio di tempo per pensare».

«Avevate preso l’uomo sbagliato, con voi» dichiarò Baron. «Questo è stato il vostro errore. Senza di lui, ci sareste riusciti».

«No. Assolutamente no». Claney scosse la testa. «Sì, anch’io l’ho pensato in quei primi giorni… che fosse tutta colpa di McIvers, che soltanto lui fosse da biasimare. Ma non era vero. Era un tipo selvatico, temerario, e aveva un mucchio di coraggio».

«Ma le sue valutazioni erano tutte sbagliate!»

«Non avrebbero potuto essere più giuste. Noi dovevamo seguire la nostra tabella di marcia anche a costo di ucciderci, perché se non l’avessimo seguita saremmo ugualmente morti».

«Ma un uomo come McIvers…»

«Un uomo come McIvers era necessario. Non riesce a capirlo? È stato quel Sole a batterci, quella superficie. Forse eravamo già sconfitti lo stesso giorno in cui siamo partiti». Claney tornò a sporgersi sopra il tavolo, gli occhi imploranti. «Noi non l’avevamo capito, ma è vero. Ci sono posti in cui gli uomini non possono andare, condizioni che gli uomini non possono sopportare. Gli altri hanno dovuto morire per impararlo. Io ho avuto fortuna, e sono tornato. Ma sto cercando di farle capire quello che ne ho concluso… che nessuno riuscirà mai a compiere la Traversata Luminosa».

«Noi ce la faremo» dichiarò Baron. «Certo, non sarà un picnic, ma ce la faremo».

«Ma sì, supponiamo che ce la facciate» esclamò Claney, all’improvviso. «Supponiamo che io mi sbagli del tutto e che voi ce la facciate. E con questo? Poi, cosa viene?»

«Il Sole» disse Baron.

Claney annuì lentamente. «Sì. Il Sole, certamente… perché no?» Scoppiò a ridere. «Be’, arrivederci, Baron. Bella chiacchierata, questa, e tutto il resto. Molte grazie per aver accettato di ascoltarmi».

Baron gli afferrò il polso, non appena accennò ad alzarsi in piedi. «Soltanto un’altra domanda, Claney. Perché mai è venuto qui?»

«Ho voluto tentare d’impedirvi di uccidervi» rispose Claney.

«Lei è un bugiardo» esclamò Baron.

Claney gli tenne gli occhi puntati addosso per qualche istante. E poi si lasciò cadere di nuovo nella poltroncina. Si leggeva la sconfitta nei suoi occhi azzurro pallido, e anche qualcos’altro.

«Dunque?»

Peter Claney allargò le mani in un gesto d’impotenza. «Quand’è che partite, Baron? Voglio che mi prendiate con voi».

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