Le grandi storie di fantascienza vol 19 - Isaac Asimov

LE GRANDI STORIE DELLA FANTASCIENZA 19

Introduzione

Nel mondo al di fuori della realtà fu un anno esplosivo, poiché la Gran Bretagna si unì al club delle potenze termonucleari e gli Stati Uniti provarono il loro primo missile balistico intercontinentale (ICBM) mentre veniva costituita l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Nel 1957 Harold Macmillan sostituì Anthony Eden come primo ministro della Gran Bretagna, soprattutto a causa della sconfitta patita l’anno precedente, conosciuta come «il fiasco di Suez». Israele fu costretta dagli Stati Uniti a ritirarsi dal Sinai e ad affidarsi alle promesse americane che gli attacchi sul suo territorio sarebbero cessati e che il traffico marittimo facente capo al porto di Eilat sul golfo omonimo non sarebbe più stato ostacolato.

Su un piano più pacifico, i cosiddetti «Sei» firmarono il Trattato di Roma, che dette slancio alla creazione del Mercato Comune in Europa. Il leader cinese Ciu En-Lai visitò l’Unione Sovietica in quello che risultò un futile tentativo d’impedire l’ulteriore deterioramento delle relazioni cinosovietiche. La lotta per la democrazia in Unione Sovietica dopo la morte di Stalin continuava ancora, mentre, tra coloro che si disputavano il potere, Molotov e Malenkov venivano formalmente spogliati dei loro incarichi. Negli Stati Uniti continuava una lotta per il potere di tipo diverso, con l’AFLCIO che si batteva contro i criminali e la corruzione; una lotta che vide Jimmy Hoffa e la sua Teamsters Union (il Sindacato Autotrasportatori) privati della qualifica di associati dall’organizzazione-madre.

Parole come «Beat» divennero d’uso comune, mentre il presidente Eisenhower si serviva delle truppe federali per proteggere i diritti degli studenti neri che frequentavano le scuole di Little Rock, nell’Arkansas, in precedenza riservate ai soli bianchi. L’uragano Audrey uccise più di cinquecento persone lungo la costa della Louisiana e del Texas. Ma il culmine dell’anno fu il lancio riuscito degli Sputnik I e II, i primi oggetti fabbricati dall’uomo in orbita intorno alla Terra. Questo risultato, ottenuto nel corso dell’Anno Geofisico Internazionale del 1957, accoppiato con l’insuccesso degli Stati Uniti di mettere in orbita un satellite, preparò il terreno per il grande dibattito in questo paese sullo stato della scienza e dell’istruzione in America.

Alcune delle canzoni al vertice della classifica del 1957 furono «All Shook Up» e «Jailhouse Rock» di Elvis Presley; «Tonight» e «Maria», entrambe dal travolgente successo di Broadway West Side Story; «Seventy-Six Trombones», dal The Music Man, di Broadway; e «Love Letters in the Sand» di Pat Boone (in risposta alla musica pop di Elvis).

Nel 1957 Andrew Wyeth dipinse Brown Swiss, mentre Chagall realizzava il suo famoso Autoritratto, mentre, in tutto il mondo, le città con una popolazione superiore al milione erano settantuno.

I libri di rilievo dell’anno: The Wapshot Chronicle di John Cheever; Gimpel the Fool di Isaac Bashevis Singer; Kids Say the Darndest Things! (parlava sempre in quel modo) di Art Linkletter; By Love Possessed di James Gould Cozzens; Compulsion di Meyer Levin; e Theory of Criticism di Northrop Frye. Albert Camus vinse il Premio Nobel per la letteratura; mentre Things of the World di Richard Wilbur conquistò il Premio Pulitzer per la poesia.

I titoli di testa sportivi per il 1957 comprendevano la grande vittoria dei Milwaukee Braves per sette punti contro gli Yankee di New York, guadagnando così il campionato nazionale; Iron Liege, con Willie Hartack a un’incollatura, vinse il Derby del Kentucky; i Lions di Detroit demolirono i Cleveland Browns di Marty, vincendo il titolo della NFL; Carmen Basilio tolse la corona mondiale dei mediomassimi a Sugar Ray Robinson; Ted Williams conseguì un incredibile 0,388 capeggiando la lista dei migliori battitori e Hank Aaron guadagnò il maggior numero di home run (fuori campo) con un accettabile 44. Nel football, Auburn primeggiò nella NCAA. Ma l’evento sportivo che più d’ogni altro suscitò clamori (e orrore) nel 1957 fu la decisione di trasferire i Brooklyn Dodgers e i New York Giants rispettivamente a Los Angeles e a San Francisco, una decisione destinata a far piangere milioni di fan.

Fu una grande annata per il cinema film per voi, gente seria: Path of Glory, diretto da Stanley Kubrick; Witness for the Prosecution di Billy Wilder; il vincitore dell’Academy Award, The Bridge over the river Kwai; The Prince and the Showgirl, con Marilyn Monroe; e poi Henry Fonda in Twelve Angry Men; e (càspita, se era qualcosa!) Brigitte Bardot in And God Created Woman di Roger Vadim. Lo sfortunato Rock Hudson risultò il numero uno nei botteghini di tutto il mondo.

La televisione continuò a prosperare quando spettacoli popolari come Perry Mason, Maverick, Leave It to Beaver, Wagon Train, Have Gun, Will Travel, e American Bandstand vennero mandati in onda.

Venne scoperto il Nobelio, l’elemento chimico 102. Fece la sua comparsa l’influenza asiatica. L’hula hoop e i frisbee divennero popolari. Ford presentò l’Edsel, una macchina che sarebbe vissuta col marchio dell’infamia.

La morte si portò via Diego Rivera, Dorothy L. Sayers, Charles Pathè, Jean Sibelius, John Von Neumann (considerato una delle menti più eccelse del ventesimo secolo), Christian Dior, Jimmy Dorsey, l’ammiraglio Richard E. Byrd, Erich Von Stroheim, Arturo Toscanini, Ezio Pinza, Sholem Asch, e perfino Humphrey Bogart.

Mel Brooks era Mel Brooks.

 Nel mondo reale fu un altro anno eccezionale con un buon numero di ronanzi e antologie di eccellente fantascienza (in parte già apparsi a puntate anni addietro nelle riviste), comprendenti Earthmans Burden di Poul Anderson e Gordon R. Dickson; The Naked Sun e Earth is Room Enough di un certo Isaac Asimov; The Hunger and Other Stories del tragico Charles Beaumont; Rogue in Space di Fredde Brown; The Deep Range e Tales from the White Hart di Arthur Clarke; Cycle of Fire di Hal Clement; They’d Rather be Right di Mark Clifton e Frank Riley; The Cosmic Puppets di Philip K. Dick; Occam’s Razor dell’enormemente sottovalutato David Duncan; The Green Odyssey di Philip Jose Farmer; The Third Level di Fritz Leiber; Colonial Survey di Murray Leinster; The Shores of Space di Richard Matheson; Doomsday Morning di C.L.Moore; Star Born di Andre Norton; The Winds of Time di Chad Oliver; Slave Ship e The Case against Tomorrow di Frederick Pohl; The Shrouded Planet di «Robert Randall» (Robert Silverberg e Randall Garrett); Wasp di Eric Frank Russell; Pilgrimage to Earth di Robert Sheckley; On the Beach di Nevil Shute, che esercitò una così grande influenza; Master of Life and Death di Robert Silverberg; Big Planet di Jack Vance; Empire of the Atom e Mind Cage di A.E.Van Vogt; Those Idiots from Earth di Richard Wilson; e The Midwich Cuckoos di John Wyndham.

Cose ancora più meravigliose accaddero nel mondo reale, poiché altri due scrittori fecero il loro viaggio inaugurale nella realtà: J.F.Bone con «Survival Type» in marzo; e il meraviglioso David R. Bunch con «Routine Emergency» in dicembre.

Nuove riviste continuarono a decollare nel 1957, comprese la formidabile Venture Science Fiction, curata da Robert P. Mills; Saturn, the Magazine of Science Fiction, curata da Donald A. Wollheim; e Space Science Fiction Magazine, curata da Lyle Kenyon Engel, che più tardi acquistò fama come uno dei primi «packeger» di libri (cioè, coloro che preparano tutte le fasi fuori dalla casa editrice, presentandoli poi già pronti alla medesima. N.d.T.) degli Stati Uniti, ma questo tentativo non sopravvisse più di un anno. Inoltre, alcuni fan dell’area di Chicago fondarono la Advent Press, ancora oggi attiva nel settore.

La gente reale si riunì per la quindicesima volta, alla World Science Convention (Loncon) che venne tenuta fuori dal continente nordamericano. Tuttavia, questa convention non scelse nessuno scrittore o artista, ma invece assegnò l’ambita statuetta ad Astounding Science Fiction come miglior rivista di fantascienza americana, a New Worlds come miglior rivista inglese, e a Science-Fiction Times come migliore fanzine.

L’anno 1957 vide la distribuzione di un certo numero di film di fantascienza, alcuni buoni, alcuni orrendi, compresi The Abominable Snowman of the Himalayas, The Amazing Colossal Man, Attack of the Crab Monster, Beginning of the End, l’agghiacciante The Black Scorpion, The Curse of Frankenstein, l’abominevole The Cyclops, The Deadly Mantis, Enemy of Space, The Giant Claw, I was a Teenage Frankenstein, e suo fratello, I was a Teenage Werewolf, l’eccellente The Incredible Shrinking Man, Kronos, The Monolith Monsters, il giapponese Rodan, l’efficacissimo 20 Million Miles to Earth, The 27th Day, e X the Unknown.

Torniamo a quell’onorato anno 1957 e godiamoci le migliori storie che il mondo reale ci ha lasciato.

 

 

 

Rompisciopero

Strikebreaker

di Isaac Asimov

Science Fiction Stories, gennaio (come «Male Strikebreaker»)

Considerando il fatto che qua in giro tutti sembrano avere l’impressione che io sia un mostro di vanità e di arroganza (l’impressione è del tutto falsa, ma non importa), suppongo sia inutile aspettarsi che la gente non pensi che io scelga deliberatamente di includere le mie storie in questi volumi delle «migliori».

Be’, non sono io a farlo. Lo fa Marty. Mi consulta sulle altre, ma non sulle mie, ed esiste un accordo secondo il quale io devo affidarmi al suo giudizio, a tale proposito..

Ma sono contento che abbia scelto questa storia. È una di quelle che, sì, si scrivono, e alle quali si pensa molto, eppure sembra che ad esse non succeda mai niente. (Oh, be’, che io sappia, prima di adesso è già stata prescelta tre volte per varie antologie, ma questo, per qualche motivo, non mi sembra sufficiente.)

In ogni caso Marty mi ha detto di averla scelta perché lui è professore di scienze politiche specializzato in terrorismo. (Una volta lo disse ad alta voce in un ristorante affollato. «Qual è la sua specializzazzione, professor Greenberg?» «Oh, sono specializzato in terrorismo». Mi aspettavo che una mezza dozzina di persone balzassero in piedi per compiere il loro dovere di bravi cittadini e arrestarlo all’istante, ma nessuno si mosse.)

In un certo senso, «Strikebreaker» è un esempio di terrorismo, ma un esempio molto strano, come vedrete una volta che l’avrete letto.

A proposito, quando comparve per la prima volta in formato rivista, il curatore, il mio buon amico Robert W. Lowndes, decise di cambiare il titolo in «Male Strikebreaker». Ma mi è sempre sembrato un cambiamento di titolo particolarmente insulso, e non sono mai riuscito a scoprirne il perché. (I.A.)

Elvis Blei si sfregò le mani grassocce e disse: «Autosufficienza è la parola giusta.» Sorrise inquieto mentre aiutava Steven Lamorak, della Terra, ad accendere una sigaretta. C’era inquietudine in tutto il suo volto liscio con gli occhi piccoli e ben distanziati.

Lamorak soffiò il fumo mostrando di apprezzarlo e incrociò le gambe smilze.

I suoi capelli erano spruzzati di grigio e aveva una voce poderosa. «Coltivato in casa?» chiese, fissando la sigaretta con occhio critico. Cercò di nascondere la propria agitazione davanti alla tensione dell’altro.

«Proprio così,» confermò Blei.

«Mi meraviglia,» disse Lamorak, «che sul vostro piccolo mondo abbiate spazio per simili lussi.»

(Lamorak ripensò alla prima visuale che aveva avuto di Elsevere alla visipiastra della nave spaziale. Era un planetoide frastagliato e senz’aria, di qualche centinaio di miglia di diametro — soltanto un pezzo di roccia grigio-polvere rozzamente scolpito, che risplendeva opaco alla luce del sole lontano duecento milioni di miglia. Era l’unico oggetto del diametro di oltre un miglio in orbita intorno a quel sole, e adesso gli uomini avevano scavato quel mondo in miniatura edificando una società al suo interno. E lui stesso, come sociologo, era venuto per studiare quel mondo, per vedere come l’umanità fosse riuscita ad adattarsi in quella nicchia bizzarramente specializzata.)

Il sorriso fisso e cortese di Blei si allargò quasi impercettibilmente. Replicò: «Non siamo un piccolo mondo, dottor Lamorak. Lei ci giudica secondo standard bidimensionali. L’area di superficie di Elsevere è soltanto tre quarti di quella dello stato di New York, ma questo è irrilevante. Si ricordi che, se lo desiderassimo, potremmo occupare tutto l’interno di Elsevere. Una sfera con un raggio di cinquanta miglia ha un volume molto superiore al mezzo milione di miglia cubiche. Se tutto Elsevere fosse occupato da livelli distanziati di cinquanta piedi, l’area totale della superficie all’interno del planetoide sarebbe di cinquantasei milioni di miglia quadrate, equivalente al totale della superficie emersa della Terra. E nessuna di queste miglia quadrate, dottore, sarebbe improduttiva.»

Lamorak esclamò: «Buon Dio.» E per qualche istante fissò il vuoto con uno sguardo privo d’espressione. «Sì, certo, lei ha ragione. Strano che io non abbia mai pensato alla cosa sotto questo aspetto. Ma d’altronde Elsevere è il solo planetoide completamente sfruttato in tutta la Galassia; il resto di noi non riesce, semplicemente, a evitare di pensare in termini di superfici bidimensionali, come lei mi ha fatto notare. Be’, sono più che mai contento che il vostro Consiglio abbia mostrato tanto spirito di collaborazione da darmi mano libera in questa mia indagine.»

A queste parole Blei annuì convulsamente.

Lamorak corrugò lievemente la fronte e pensò: Si comporta proprio come se desiderasse che non fossi venuto. C’è qualcosa che non va.

Blei disse ancora: «Naturalmente, lei capirà che siamo attualmente assai più piccoli di quello che potremmo essere: soltanto piccole porzioni di Elsevere sono state finora svuotate e occupate. Non siamo particolarmente ansiosi di espanderci se non molto lentamente. Entro certi limiti subiamo le restrizioni della massima capacità di funzionamento dei nostri generatori di pseudogravità e dei convertitori dell’energia solare.»

«Capisco. Ma, mi dica, consigliere Blei, per una mia curiosità personale e non perché abbia un’importanza primaria per il mio progetto, potrei vedere, come prima cosa, alcuni dei vostri livelli utilizzati per le coltivazioni e l’allevamento? Mi affascina il pensiero di campi di grano e di mandrie di bestiame all’interno di un planetoide.»

«Troverà che le bestie sono piccole rispetto ai vostri standard, dottore, e non abbiamo molto grano. Coltiviamo lieviti in misura molto maggiore. Comunque, abbiamo un po’ di grano da farle vedere. Anche del cotone, e tabacco. Perfino alberi da frutta.»

«Meraviglioso. Autosufficienza, come ha detto lei. Riciclerete tutto, immagino.»

Gli occhi acuti di Lamorak non mancarono di notare che quest’ultima osservazione aveva fatto trasalire Blei. Gli occhi dell’elseveriano erano divenuti due sottili fessure che nascondevano la sua espressione.

Blei annuì. «Sì, dobbiamo riciclare. Aria, acqua, alimenti, minerali, ogni cosa che viene consumata dev’essere ripristinata al suo stato originario; i prodotti di scarto vengono riconvertiti in materiale grezzo. Serve soltanto energia, e ne abbiamo in abbondanza. Non riusciamo a lavorare con un’efficienza del cento per cento, naturalmente; c’è una certa perdita. Ogni anno importiamo una piccola quantità d’acqua; e se le nostre necessità dovessero crescere, potremmo dover importare un po’ di carbone e di ossigeno.»

Lamorak chiese: «Quand’è che possiamo cominciare il nostro giro, consigliere Blei?»

Il sorriso di Blei perse parte del suo già trascurabile calore. «Non appena sarà possibile, dottore. Ci sono alcune procedure di routine che vanno osservate.»

Lamorak annuì, e avendo la sua sigaretta ne schiacciò il mozzicone.

Procedure di routine? Non c’era stata traccia di quella vaga riluttanza durante la corrispondenza preliminare. Elsevere era parso orgoglioso che quella sua condizione di planetoide unico nel suo genere avesse attirato l’attenzione della Galassia.

Disse: «Mi rendo conto di rappresentare un’influenza perturbatrice in una società molto unita» e osservò arcigno Blei che coglieva al balzo quella spiegazione facendola propria.

«Sì,» annuì Blei, «ci sentiamo distinti dal resto della galassia. Abbiamo le nostre usanze. Ogni singolo elseveriano si attaglia alla propria confortevole nicchia. La comparsa di un estraneo senza una casta fissa crea turbamento.»

«Il sistema delle caste comporta una certa inflessibilità.»

«Concesso,» si affrettò a dire Blei. «Ma c’è anche una certa sicurezza di sé. Abbiamo delle norme molto precise sui matrimoni fra i membri delle caste, e i lavori vengono ereditati secondo un sistema rigido. Ogni uomo, donna o bambino conosce il proprio posto, e lo accetta, e vi viene accettato; non abbiamo praticamente nessuna nevrosi o malattia mentale.»

«E non ci sono disadattati?» chiese Lamorak.

Blei aprì la bocca come per dire no, poi la strinse all’improvviso, azzittendo le parole con un morso; una ruga si accentuò sulla sua fronte. Dopo un po’, disse: «Le organizzerò il giro, dottore. Immagino che nel frattempo le farà piacere darsi una rinfrescata e dormire un po’.»

Si alzarono insieme e lasciarono la stanza. Cortesemente, Blei indicò al terrestre di precederlo fuori della porta.

Lamorak si sentiva oppresso dalla vaga sensazione di crisi che aveva pervaso la sua conversazione con Blei.

Il giornale rinforzò questa sensazione. Lo lesse con attenzione prima di mettersi a letto, con quello che all’inizio era soltanto un interesse clinico. Era un tabloid di otto pagine, in carta sintetica. Un quarto degli articoli consistevano di ‘personali’: nascite, matrimoni, morti, quote record di produzione, volume abitabile in espansione (non superficie! tre dimensioni!).

Il resto comprendeva dotti saggi, materiale educativo e narrativa. Di notizie, nel senso al quale Lamorak era abituato, non c’era praticamente niente.

C’era un solo articolo che poteva venir considerato tale, ed era agghiacciante nella sua incompletezza.

Diceva, sotto un titolo a caratteri piccoli: RICHIESTE IMMUTATE. Non c’è stato nessun mutamento nel suo atteggiamento di ieri. Il Capo Consigliere, dopo un secondo colloquio, ha annunciato che le sue richieste rimangono del tutto irragionevoli e non possono venir soddisfatte in nessuna circostanza.

Poi, tra parentesi e con caratteri diversi, c’era la dichiarazione: I redattori di questo giornale sono pienamente concordi che Elsevere non può, e mai potrà piegarsi al suo capriccio, succeda quel che succeda.

Lamorak lo rilesse tre volte. Il suo atteggiamento. Le sue richieste. Il suo capriccio.

Di chi?

Quella notte dormì di un sonno inquieto.

Nei giorni che seguirono non ebbe tempo per il giornale; ma, con una punta d’angoscia, la faccenda gli tornava alla mente.

Blei, che gli fece da guida e da compagno per la maggior parte del giro, divenne ancora più riservato.

Il terzo giorno (tutto era regolato artificialmente sullo schema delle ventiquattr’ore della Terra), Blei a un certo punto si arrestò e disse: «Ora, questo livello è dedicato interamente alla chimica. Questa sezione non è importante…»

E si girò per allontanarsi con una rapidità un po’ troppo eccessiva. Lamorak l’afferrò per il braccio. «Quali sono i prodotti di questa sezione?»

«Fertilizzanti. Certe sostanze organiche,» rispose Blei, rigido.

Lamorak lo trattenne, cercando di capire cosa c’era che Blei voleva impedirgli di vedere. Il suo sguardo scrutò i vicini orizzonti di rocce grinzose e di edifici spremuti e disposti a strati fra i livelli.

Lamorak chiese: «Quella laggiù non è una residenza privata?»

Blei non guardò nella direzione che gli veniva indicata.

Lamorak aggiunse: «Credo sia la più grande che ho visto finora. Perché mai si trova qui, in un livello destinato agli impianti industriali?» Questo fatto da solo bastava a renderla degna di nota. Aveva già visto che su Elsevere i livelli erano rigidamente divisi fra residenziali, agricoli e industriali.

Si voltò e gridò: «Consigliere Blei!»

Il consigliere si stava allontanando e Lamorak lo inseguì con passo veloce. «C’è qualcosa che non va, signore?»

Blei borbottò: «Sono sgarbato. Lo so. Mi dispiace. Ci sono delle faccende che mi assillano…» Non rallentò il passo.

«Riguardanti le sue richieste.»

Blei si arrestò di botto. «Cosa ne sa, lei?»

«Non più di quanto ho detto. Quello che so l’ho letto sul giornale.»

Blei borbottò qualcosa fra sé.

Lamorak fece: «Ragusnik? Cos’è?»

Blei esalò un profondo sospiro. «Suppongo che bisognerà che glielo diciamo. È umiliante, terribilmente imbarazzante. Il Consiglio pensava che sarebbe stato possibile sistemare la faccenda al più presto e che non ci sarebbe stato bisogno d’interferire con la sua visita. Ma adesso è passata quasi una settimana. Non so cosa accadrà e, malgrado le apparenze, potrebbe essere meglio che lei se ne andasse. Non c’è ragione perché un extramondano rischi la morte.»

Il terrestre esibì un sorriso d’incredulità. «Rischiare la morte? In questo piccolo mondo, così pacifico e industrioso? Non riesco a crederlo.»

Il consigliere elseveriano si affrettò ad aggiungere: «Posso spiegarle. Sì, credo sia meglio che lo faccia.» Girò la testa dall’altra parte. «Come le ho detto, su Elsevere ogni cosa deve venir riciclata. Questo lo capisce.»

«Sì.»

«E questo comprende anche, uh… i ‘residui’ umani.»

«L’avevo supposto,» annuì Lamorak.

«L’acqua viene recuperata tramite la distillazione e l’assorbimento. Ciò che rimane viene convertito in fertilizzanti da usare per i lieviti. Una parte viene utilizzata come fonte di prodotti organici sofisticati e altri sottoprodotti. Le fabbriche che lei vede, qui, sono destinate a questo scopo.»

«Allora?» Lamorak aveva provato qualche difficoltà a bere l’acqua, quand’era approdato la prima volta su Elsevere, poiché era abbastanza realista da rendersi conto da dove doveva essere stata recuperata. Ma aveva vinto quella sensazione abbastanza facilmente. Perfino sulla Terra l’acqua veniva recuperata grazie ai processi naturali da ogni genere di sostanze sgradevoli.

Blei, con crescente difficoltà, continuò: «Igor Ragusnik è l’uomo incaricato dei processi industriali che hanno direttamente a che fare con i rifiuti. L’incarico appartiene alla sua famiglia dal primo giorno in cui Elsevere è stato colonizzato. Uno dei coloni originari era Mikhail Ragusnik, e lui… lui…»

«Era incaricato del recupero dei rifiuti.»

«Sì. Ora, quella residenza che lei ha notato è, appunto, la casa dei Ragusnik. È la migliore e la più elaborata sul planetoide. Ragusnik gode di un mucchio di privilegi che alla maggior parte di noi sono negati; ma, dopotutto…» All’improvviso la voce del consigliere si fece vibrante e appassionata, «noi non possiamo parlargli.»

«Cosa?»

«Esige la totale uguaglianza sociale. Vuole che i suoi bambini si mescolino con i nostri, e che le nostre mogli facciano visita a… Oh!» Cacciò un gemito di totale disgusto.

Lamorak ripensò all’articolo del giornale, nel quale non erano riusciti neppure a indursi a stampare il nome di Ragusnik, o di dire qualcosa di specifico sulle sue richieste. Osservò: «Suppongo che sia un reietto a causa del suo lavoro.»

«Naturalmente. I rifiuti umani e…» Blei non riuscì a trovare le parole. Dopo qualche istante di silenzio, disse con maggior calma: «Immagino che come terrestre lei non possa capire.»

«Come sociologo penso di sì.» Lamorak riandò col pensiero agli intoccabili dell’antica India, quelli che si occupavano dei cadaveri. Ed ai porcari dell’antica Giudea.

Lamorak proseguì: «A quanto capisco, Elsevere non acconsentirà mai alle sue richieste.»

«Mai,» ribadì Blei con la massima energia. «Mai.»

«E così?»

«Ragusnik ha minacciato di sospendere le operazioni.»

«In altre parole, di scioperare.»

«Sì.»

«La cosa sarebbe grave?»

«Abbiamo abbastanza cibo e acqua per tirare avanti per un bel po’; in questo senso, il recupero non è essenziale. Ma i rifiuti si accumulerebbero, infetterebbero il planetoide. Dopo generazioni di accurato controllo delle malattie, abbiamo ormai una bassa resistenza naturale alle malattie causate da germi. Una volta che dovesse scatenarsi un’epidemia, e finirebbe per accadere, cadremmo a centinaia.»

«Ragusnik si rende conto di questo?»

«Sì, certamente.»

«Allora, lei pensa che ci siano probabilità che attui la sua minaccia?»

«È pazzo. Ha già smesso di lavorare; non c’è più stato nessun recupero dei rifiuti sin dal giorno prima del suo approdo.» Il naso bulboso di Blei annusò l’aria come se vi avesse colto le prove zaffate degli escrementi.

Lamorak annusò meccanicamente a sua volta, ma non percepì nessun odore.

Blei riprese: «Perciò, capisce perché potrebbe essere saggio, per lei, partire subito. Naturalmente, siamo umiliati di doverglielo suggerire.»

Ma Lamorak replicò: «Aspetti, non ancora. Buon Dio, questa faccenda ‘della cacca’ m’interessa moltissimo, professionalmente. Potrei parlare a questo Ragusnik?»

«Assolutamente no!» esclamò Blei, allarmato.

«Ma vorrei poter capire la situazione. Qui le condizioni sociologiche sono uniche e non è possibile riprodurle in nessun’altra parte. In nome della scienza…»

«Cosa intende dire con ‘parlare’? Le basterebbe la captazione dell’immagine?»

«Sì.»

«Lo chiederò al Consiglio,» borbottò Blei.

Si sedettero intorno a Lamorak, inquieti, le loro espressioni austere e dignitose erano guastate dall’ansia. Blei, seduto in mezzo a loro, evitava studiatamente gli occhi del terrestre.

Il Capo Consigliere, i capelli grigi, il volto profondamente segnato dalle rughe, il collo ossuto, disse con voce sommessa: «Signore, se riuscirà a convincerlo in qualche modo, grazie alle convinzioni che lei ha, noi ne saremo felici. Però non deve in nessun caso sottintendere che, in una qualunque maniera, noi cederemo.»

Un sipario trasparente calò fra il Consiglio e Lamorak. Riusciva ancora a distinguere i singoli consiglieri, ma adesso si voltò di scatto verso il ricevitore davanti a lui. Questo s’illuminò.

Una testa comparve nello schermo, in colori naturali e con grande realismo. Una testa forte e scura, con un mento massiccio e un accenno di barba, e grosse labbra rosse strette in una compatta linea orizzontale.

L’immagine chiese, in tono sospettoso: «Lei chi è?»

Lamorak disse: «Mi chiamo Steven Lamorak; sono un terrestre.»

«Un extramondano?»

«Esatto. Sto visitando Elsevere. Lei è Ragusnik?»

«Igor Ragusnik al suo servizio,» annuì l’immagine con accento beffardo. «Soltanto che non c’è nessun servizio e non ce ne sarà nessuno fino a quando la mia famiglia ed io non saremo trattati come esseri umani.»

Lamorak disse: «Si rende conto del pericolo in cui si trova Elsevere? La possibilità di un’epidemia?»

«La situazione può venir normalizzata in ventiquattr’ore, se mi concederanno l’umanità. Tocca a loro porre rimedio alla situazione.»

«Lei mi pare un uomo istruito, Ragusnik.»

«E allora?»

«Mi dicono che non le vengono negate le comodità materiali. Viene alloggiato, vestito, nutrito meglio di chiunque altro su Elsevere. I suoi figli vengono istruiti meglio di tutti.»

«Concesso. Ma tutto avviene tramite servomeccanismi. E ragazze-bambine senza madre vengono mandate da noi perché ce ne occupiamo fino a quando non saranno cresciute abbastanza da essere le nostre mogli. E la solitudine le fa morire giovani. Perchè?» Vi fu un’improvvisa passione nella sua voce. «Perché dobbiamo vivere nell’isolamento come se fossimo dei mostri, indegni di trovarci vicini a degli esseri umani? Non siamo forse esseri umani come gli altri, con gli stessi bisogni, desideri e sentimenti? Non svolgiamo una funzione utile e onorevole…»

Un fruscio di sospiri si levò alle spalle di Lamorak. Ragusnik lo sentì, e alzò la voce. «Vedo voi del Consiglio, là dietro. Rispondete: non è forse una funzione utile e onorevole? I vostri rifiuti non vengono forse trasformati in cibo per voi. L’uomo che purifica la corruzione è forse peggiore dell’uomo che la produce?… Ascoltate, Consiglieri: io non mi arrenderò. Che tutta Elsevere muoia pure di pestilenza, compreso me stesso e la mia famiglia, se necessario, ma io non mi arrenderò. La mia famiglia starà meglio morta di pestilenza, piuttosto che vivere come adesso.»

Lamorak lo interruppe. «È vissuto in questo modo da quando è nato, vero?»

«E se anche così fosse?»

«Sicuramente ci sarà abituato.»

«Mai. Rassegnato, forse. Mio padre era rassegnato, ed io sono stato rassegnato per un po’; ma ho osservato mio figlio, il mio unico figlio, senza nessun altro bambino con cui giocare. Io almeno avevo un fratello, e mio fratello aveva me, ma mio figlio non avrà mai nessuno, ed io non sono più rassegnato. Sono stufo di Elsevere e sono stufo di parlare.»

Il ricevitore tacque.

Il volto del Capo Consigliere era impallidito diventando ancora più vecchio, giallognolo. Lui e Blei erano gli unici del gruppo rimasti con Lamorak. Il Capo Consigliere disse: «Quell’uomo è squilibrato. Non so come fare per costringerlo.»

C’era un bicchiere di vino accanto a lui; quando lo sollevò alle labbra ne versò qualche goccia che gli macchiò di chiazze purpuree i calzoni bianchi.

Lamorak disse: «Le sue richieste sono poi così irragionevoli? Perché non è possibile accettarlo nella società?»

Negli occhi di Blei passò un fugace lampo di rabbia. «Uno che ha a che fare con gli escrementi?» Poi scrollò le spalle. «Lei viene dalla Terra.»

Incongruamente, Lamorak pensò ad un altro paria, una delle numerose creazioni classiche del fumettista medioevale, Al Capp, ‘la ragazza del porcile’.

Chiese: «Ragusnik ha davvero a che fare con gli escrementi? Voglio dire, esiste un contatto fisico? Certamente si occupano di tutto le macchine automatiche.»

«Certo,» disse il Capo Consigliere.

«Allora, qual è esattamente il compito di Ragusnik?»

«Regola manualmente i vari comandi che assicurano il corretto funzionamento del macchinario. Alterna le unità operanti per consentire che vengano fatte le riparazioni; cambia il ritmo di funzionamento a seconda dell’ora del giorno; modifica la produzione a seconda della domanda.» Aggiunse, in tono triste: «Se avessimo lo spazio per contenere macchinari dieci volte più complessi, tutto questo potrebbe esser fatto automaticamente, ma sarebbe un grosso, inutile spreco.»

«Ma anche così,» osservò Lamorak, «Ragusnik non fa altro che premere pulsanti, chiudere contatti o cose del genere.»

«Sì.»

«Allora il suo lavoro non è diverso da quello di qualsiasi altro elseveriano.»

Blei dichiarò, rigido: «Lei non capisce.»

«E per questo lei rischierà la vita dei suoi figli?»

«Non abbiamo nessun’altra scelta,» ribadì Blei. C’era sufficiente angoscia nella sua voce per garantire a Lamorak che per lui quella situazione era una tortura, ma che non aveva davvero nessun’altra scelta.

Lamorak scrollò le spalle disgustato. «Allora costringetelo a interrompere lo sciopero con la forza.»

«Come?» esclamò il Capo Consigliere. «Chi mai lo toccherebbe o anche soltanto si avvicinerebbe a lui? E se lo uccidessimo fulminandolo da lontano, a cosa ci servirebbe mai?»

Lamorak disse pensieroso: «Sareste in grado di usare i suoi macchinari?»

Il Capo Consigliere balzò in piedi. «Io?» ululò.

«Non intendo Lei,» gridò in risposta Lamorak. «Ho usato il verbo in senso indefinito. Qualcuno potrebbe imparare ad usare i macchinari di Ragusnik?»

Il Capo Consigliere si svuotò lentamente di ogni passione. «Sono sicuro che è scritto nei manuali, anche se posso assicurarle che non me ne sono mai occupato.»

«Allora, qualcun altro non potrebbe imparare la procedura e sostituire Ragusnik fino a quando non si arrenderà?»

Blei disse: «Lei acconsentirebbe a fare una cosa del genere? Non io, in nessuna circostanza.»

Lamorak pensò fugacemente a certi tabu della Terra che potevano rivelarsi altrettanto forti. Pensò al cannibalismo, all’incesto, ad un uomo pio che maledicesse Dio. Replicò: «Ma dovete aver previsto che il lavoro di Ragusnik possa rimanere vacante. Supponiamo che muoia.»

«Allora gli succederebbe automaticamente suo figlio, il suo parente più prossimo,» disse Blei.

«E se non avesse nessun parente adulto? E se tutta la sua famiglia morisse all’improvviso?»

«Non è mai successo e non accadrà mai.»

Il Capo Consigliere aggiunse: «Se ci fosse pericolo che questo accada, potremmo, forse, sistemare uno o due bambini nella casa dei Ragusnik, e farli istruire alla professione.»

«Ah. E come scegliereste quei bambini?»

«Tra i figli delle madri morte di parto, come scegliamo le future mogli dei Ragusnik.»

«Allora scegliete subito un sostituto di Ragusnik, tirandolo a sorte,» disse Lamorak.

Il Capo Consigliere esclamò: «No, impossibile! Come può suggerire una cosa del genere? Se scegliamo un bambino, questo viene allevato ed educato a fare quella vita; non ne conosce altre. A questo punto sarebbe necessario scegliere un adulto e sottoporlo a una vera e propria ragusnizzazione. No, dottor Lamorak, noi non siamo né mostri né bruti dissoluti.»

Niente da fare, pensò Lamorak, impotente. Niente da fare, a meno che…

Non riuscì a guardare in faccia a quell’a meno che, non ancora.

Quella notte Lamorak non dormì. Ragusnik chiedeva soltanto gli elementi fondamentali dell’umanità. Ma c’erano trentamila elseveriani pronti ad affrontare la morte, pur di opporsi a questo.

Il benessere di trentamila individui da una parte; le giuste richieste di una famiglia dall’altra. Era possibile affermare che i trentamila che sostenevano quell’ingiustizia meritavano di morire? Ingiustizia secondo quali standard? Della Terra? Di Elsevere? E chi era lui, Lamorak, per poter giudicare?

E Ragusnik? Era disposto a lasciare che trentamila persone morissero, compresi uomini e donne i quali non facevano altro che accettare una situazione che era stato insegnato loro ad accettare, e che non potevano cambiare neppure se l’avessero desiderato. E bambini che non avevano nulla a che fare con questo.

Trentamila individui da una parte; una singola famiglia dall’altra.

Lamorak prese una decisione su una faccenda che era quasi disperata; la mattina seguente chiamò il Capo Consigliere.

E gli disse: «Signore, se riuscirà a trovare un sostituto, Ragusnik capirà di aver perduto ogni speranza di costringervi a una decisione in suo favore, e si rimetterà al lavoro.»

«Non può esserci nessun sostituto,» sospirò il Capo Consigliere, «Gliel’ho già spiegato.»

«Non esiste nessun sostituto fra gli elseverani, ma io non sono un elseverano; per me, non ha nessuna importanza. Lo sostituirò io.»

Erano eccitati, più eccitati dello stesso Lamorak. Una dozzina di volte gli chiesero se stesse parlando seriamente.

Lamorak non si era fatto la barba, e si sentiva male. «Ma certo che parlo seriamente. E tutte le volte che Ragusnik si comporterà così, potrete sempre importare un sostituto. Su nessun altro mondo esiste questo tabu, e ci sarà sempre abbondanza di sostituti temporanei disponibili, se li pagherete abbastanza.»

(Stava tradendo un uomo brutalmente sfruttato: Salvo per l’ostracismo, viene trattato bene. Molto bene…)

Gli dettero il manuale, e lui passò tre ore a leggere e a rileggere. Non serviva a niente fare domande. Nessuno degli elseverani sapeva niente di quel lavoro, salvo ciò che stava scritto nel manuale; e il tutto pareva inquietante, se i particolari erano quelli indicati.

«Mantenere il galvanometro A-2 sullo zero per tutto il tempo per tutta la durata del segnale rosso dell’ ululatore-salterino,» lesse Lamorak. «Ma cos’è un ululatore-salterino?»

«Ci sarà una scritta,» borbottò Blei, e gli elseverani si guardarono vergognosi l’un l’altro e chinarono la testa per fissarsi l’estremità delle dita.

Lo lasciarono molto prima che raggiungesse le piccole stanze che erano il centro del quartier generale, dove i Ragusnik avevano lavorato per generazioni, al servizio del loro mondo. Gli erano state fornite istruzioni specifiche su quali svolte doveva prendere e quale livello doveva raggiungere, ma loro rimasero indietro e lo lasciarono procedere la solo.

Passò da una stanza all’altra esaminando tutto con la massima meticolosità, identificando gli strumenti e i comandi, seguendo diagrammi e schemi sul manuale.

Eccolo là l’ululatore-salterino, pensò, con cupa soddisfazione. Il cartello lo diceva con estrema chiarezza. Aveva una superficie semicircolare nella quale erano stati praticati dei fori i quali, pareva evidente, erano stati concepiti per illuminarsi con diversi colori. Ma allora, perché “ululatore”?

Non lo sapeva.

Da qualche parte, pensò ancora Lamorak, da qualche parte i rifiuti si stanno accumulando, spingendo contro i meccanismi e le uscite, i condotti e le camere di distillazione, aspettando di venir trattati in mezzo centinaio di modi diversi. Adesso si stanno soltanto accumulando.

Non senza un tremito, Lamorak azionò il primo commutatore come indicato dal manuale nelle istruzioni relative all’«Avvio». Un basso mormorio di vita si fece sentire attraverso i pavimenti e le pareti. Girò una manopola e le luci si accesero.

Consultò il manuale ad ogni passo successivo, anche se ormai lo sapeva a memoria; e a ciascun passo, le stanze s’illuminavano e gli indici dei quadranti si mettevano in movimento e il ronzio si faceva più forte.

Da qualche parte, nelle viscere degli impianti, i rifiuti accumulati venivano risucchiati nei loro condotti.

Un fischio acutissimo echeggiò, strappando Lamorak dalla sua dolorosa concentrazione. Era il segnale d’una comunicazione in arrivo, e Lamorak armeggiò col proprio ricevitore, attivandolo.

Comparve la testa di Ragusnik, con un’espressione di sorpresa; poi, lentamente, l’incredulità e lo shock immediato scomparvero dai suoi occhi. «È così, dunque.»

«Non sono un elseveriano, Ragusnik; fare questo lavoro non mi crea nessun problema.»

«Ma sono affari suoi? Perché interferisce?»

«Sono dalla sua parte, Ragusnik. Ma devo farlo.»

«E perché, se sta dalla mia parte? Sul suo mondo trattano la gente come trattano me, qui?»

«Non più. Ma anche se lei ha ragione, ci sono trentamila persone su Elsevere che bisogna considerare.»

«Si sarebbero arresi; lei ha rovinato la mia unica possibilità.»

«Non si sarebbero arresi. E, in un certo senso, lei ha vinto; adesso sanno che lei è insoddisfatto. Fino ad oggi, non si erano mai sognati che un Ragusnik potesse essere infelice, che potesse causare guai.»

«E anche se adesso lo sanno? D’ora in poi, tutte le volte che sarà necessario, non dovranno fare altro che assumere un extramondano.»

Lamorak scosse energicamente la testa. Durante quelle ultime, amare ore, non aveva fatto altro che riflettere su questo. «Il fatto che lo sappiano significa che gli elseverani cominceranno a pensare a lei. Qualcuno di loro comincerà a chiedersi se è giusto trattare così un essere umano. E se verranno assunti degli extramondani, questi diffonderanno la notizia che su Elsevere accade questo e l’opinione pubblica galattica si schiererà a suo favore.»

«E…?»

«Le cose miglioreranno. Quando suo figlio prenderà il suo posto, le cose andranno assai meglio.»

«Quando mio figlio sarà al mio posto» replicò Ragusnik. Le sue guance s’infossarono. «Avrei potuto averlo io, adesso. Be’, ho perso. Tornerò al mio lavoro.»

Lamorak provò un gratificante sollievo. «Se vuol venire qui adesso, signore, può riavere il suo lavoro, e io considererò un onore stringerle la mano.»

Ragusnik sollevò di scatto la testa e s’imporporò d’un cupo orgoglio. «Lei mi chiama ‘signore’ e si offre di stringermi la mano. Pensi ai suoi affari, terrestre, e mi lasci al mio lavoro, perché io non stringerò la sua.»

Lamorak tornò indietro seguendo lo stesso percorso dell’andata, sollevato perché la crisi era finita, ma anche profondamente depresso.

Si fermò sorpreso quando scoprì che una sezione del corridoio era stata isolata, in modo da non consentirgli di passare. Si guardò intorno alla ricerca di una strada alternativa, poi trasalì quando una voce amplificata risuonò sopra la sua testa. «Dottor Lamorak, mi sente? Sono il consigliere Blei.»

Lamorak sollevò lo sguardo. La voce usciva da una specie di sistema di comunicazione pubblico, ma non vide nessuna traccia di aperture.

Gridò: «C’è qualcosa che non va? Mi sente?»

«La sento.»

D’instinto, Lamorak continuò gridando: «Qualcosa che non va? Pare che qui ci sia un blocco. Ci sono complicazioni con Ragusnik?»

«Ragusnik si è rimesso al lavoro,» gli giunse la voce di Blei. «La crisi è finita, e lei deve prepararasi a partire.»

«Partire?»

«Ad andarsene da Elsevere; stiamo approntando una nave per lei in questo stesso momento.»

«Ma aspetti un attimo.» Lamorak era in piena confusione per quell’improvviso balzo degli eventi. «Non ho completato la mia raccolta di dati.»

La voce di Blei disse: «Non possiamo farci niente. Le verrà indicata la strada per arrivare alla nave, e i suoi averi la seguiranno, trasportati da servomeccanismi. Confidiamo… confidiamo…»

C’era una cosa che Lamorak cominciava a capire con grande chiarezza. «Confidiamo… cosa?»

«Confidiamo che lei non faccia nessun tentativo di vedere o di parlare direttamente con qualsivoglia elseveriano. E, naturalmente, speriamo che voglia evitare una situazione imbarazzante facendo in modo di non tornare su Elsevere in un qualunque momento nel futuro. Un suo collega sarà più che benvenuto nel caso in cui siano necessari altri dati su di noi.»

«Capisco,» disse Lamorak, con voce priva d’espressione. Era ovvio che lui stesso era diventato un Ragusnik. Aveva manovrato quei comandi che a loro volta avevano manipolato i rifiuti; gli avevano dato l’ostracismo. Era diventato un becchino, un uomo che vive con i porci.

Disse: «Addio.»

La voce di Blei aggiunse: «Prima che le indichiamo la strada, dottor Lamorak, a nome del Consiglio di Elsevere la ringrazio per l’aiuto che ci ha dato in questa crisi.»

«Non c’è di che,» disse Lamorak, amareggiato.

Onnilinguista

Omnilingual

di H. Beam Piper

Astounding Science Fiction, febbraio

H. Beam Piper era un macchinista delle ferrovie, un collezionista di armi, e una figura tragica nella storia della fantascienza. Assillato da problemi personali e finanziari, e troppo orgoglioso per chiedere aiuto ai suoi molti amici, si suicidò. Questa tragedia è accresciuta dal fatto che, durante la sua vita, la maggior parte dei suoi lavori più importanti non era stata pubblicata in versione rilegata; in effetti fu soltanto negli anni Settanta che le sue storie avventurose, intelligenti e ben congegnate raggiunsero la popolarità che meritavano.

La sua serie di libri sulla «Federation», che avevano i «fuzzies» per protagonisti, prototipi di alieni graziosi, è l’eredità più importante da lui lasciata alla fantascienza. La serie comprende Little Fuzzy (1962), Junkyard Planet (1963), Space Viking (1963), e The Other Human Race (1964), ma io preferisco ì racconti del volume The Worlds of H. Beam Piper (1963).

«Onnilinguista» è il suo racconto più famoso e meritatamente tale. Potrebbe anche essere la più bella storia di linguistica archeologica mai pubblicata. (M.H.G.)

Mi piacciono le storie a incastro; sono convinto che piacciano a tutti, anche se adesso non sembrano più di moda. Cinquant’anni or sono, nei giorni gloriosi dei gialli all’inglese, i romanzi di maggior successo erano dei giochi a incastro nel quali tutti gli indizi venivano esibiti con estrema cura e con quel tanto di fuorviante sufficiente a indurre il lettore a cercare nella direzione sbagliata. Poi l’investigatore avrebbe indicato la soluzione e voi ne restavate deliziati. (Se riuscivate a prevedere la soluzione in anticipo, ciò significava che la storia era un insuccesso.)

Perfino una storia di fantascienza può essere a incastro. Ross Rocklynne ci riusciva molto bene, quando io ero ancora un ragazzino, e mi affascinava sempre.

Una delle migliori storie a incastro della fantascienza è quella che stiamo per leggere. Ed è un buon lavoro d’incastro che potenzialmente potrebbe verificarsi anche nella vita reale. Se su Marte ci fosse stata una civiltà da tempo estinta e avesse lasciato dietro di sé degli scritti, come sarebbe possibile leggerli? Noi siamo in grado di leggere antiche lingue sconosciute grazie ad appigli con le lingue moderne che sono derivate da esse o da traduzioni che possono esistere in altre lingue antiche che conosciamo. Ma non sono disponibili simili appigli per il marziano. (Non sto rivelando niente. Questa è la situazione con cui comincia la storia.)

Quando lessi per la prima volta questo racconto nel 1957, non riuscii a prevedere in anticipo la soluzione di Beam. Ma questo non mi rese felice. Mi riempì d’un inconsulto rincrescimento. Avrei dovuto. Ancora oggi per me «Onnilinguista» è la storia il cui finale non mi riuscì di prevedere, anche se avrei dovuto.

Oh, be’, se non avete mai letto la storia, forse riuscirete a fare meglio di me. (I.A.)

Martha Dane ristette, sollevando lo sguardo sul cielo di rame, ora sfumato di porpora. Sin da mezzogiorno il vento era cambiato, mentre si trovava ancora dentro, e la tempesta di polvere che stava spazzando gli altipiani desertici a oriente adesso soffiava sopra la Sirte. Il sole, ingrandito dalla foschia, era una sgargiante palla color magenta, grande come il sole della Terra, che poteva fissare direttamente. Questa notte parte di quella polvere sarebbe scesa lentamente dagli alti strati dell’atmosfera, aggiungendo un’altra pellicola a quella che aveva seppellito la città negli ultimi cinquantamila anni.

Quel loess rosso si stendeva sopra ogni cosa, coprendo le strade e gli spazi aperti dei parchi e delle piazze, nascondendo le piccole case che erano state schiacciate e appiattite sotto di esso e le macerie che erano cadute dagli alti edifici quando i tetti erano crollati e i muri erano franati verso l’esterno. Qui, dove lei si trovava, le antiche strade giacevano da cento a centocinquanta metri di profondità sotto la superficie; la breccia che avevano praticato nella parete dell’edificio alle sue spalle si era aperta sul sesto piano. In basso poteva vedere il grappolo di capanne e tettoie prefabbricate sulla pianura coperta di arbusti che era stata il lungomare quando quel posto era stato un porto sull’oceano che oggi era la Depressione della Sirte; già il metallo lucido era coperto da uno straterello di polvere rossa. Pensò di nuovo a cosa avrebbe significato dissotterrare quella città, in termini di lavoro e di tempo, di gente e di rifornimenti trasportati attraverso cinquanta milioni di miglia di spazio. Dovevano usare dei macchinari, non c’era nessun altro modo per farlo. Bulldozer e pale meccaniche e escavatori a benna erano macchine veloci, ma anche rozze e indiscriminanti. Ricordava gli scavi intorno a Harappa e Mohenjo-Daro nella Valle dell’Indo, e i pazienti e attenti operai nativi, i coscienziosi capisquadra, i picconieri e i badilanti, le lunghe file di uomini con le ceste che trasportavano via la terra. Lenti e primitivi come la civiltà le cui rovine stavano scoprendo, sì, certo, ma poteva contare sulle dita di una mano le volte che uno dei picconieri aveva danneggiato un oggetto prezioso sepolto nel terreno. Se non fosse stato per la manodopera nativa, sottopagata, che non si lamentava mai, l’archeologia sarebbe stata ancora nelle condizioni in cui l’aveva trovata Wincklemann. Ma su Marte non c’era nessuna manodopera nativa; l’ultimo marziano era morto cinquecento secoli prima.

Qualcosa cominciò a strepitare come una mitragliatrice a quattro o cinquecento metri sulla sinistra: un martinetto magnetico; Tony Lattimer doveva aver deciso qual era l’edificio successivo in cui voleva fare irruzione. Allora, lei divenne conscia dell’impaccio della sua pesante attrezzatura, e cominciò a ridistribuirla, spostando le cinghie del suo serbatoio d’ossigeno, mettendosi la macchina fotografica ad armacollo su un lato, e la tavoletta e gli strumenti per disegnare sull’altro, raccogliendo i quaderni di appunti e i blocchi degli schizzi sotto il braccio sinistro. Cominciò a scendere la strada, passando sopra collinette di macerie sepolte, aggirando spuntoni di muri che sporgevano dal loess, passando accanto a edifici ancora in piedi, alcuni dei quali erano già stati penetrati ed esplorati, per poi attraversare la pianura coperta di arbusti fino alle capanne.

Quando entrò c’erano dieci persone nell’ufficio principale della Capanna Uno. Non appena ebbe riposto il suo equipaggiamento a ossigeno, si accese una sigaretta, la prima da mezzogiorno, poi girò lo sguardo dall’uno all’altro dei presenti. Il vecchio Selim von Ohlmhorst, il turco-tedesco, uno dei suoi due colleghi archeologi, seduto all’estremità del lungo tavolo addossato alla parete opposta, intento a fumare la sua grossa pipa ricurva mentre sfogliava un quaderno di appunti con tutti i fogli staccati. La ragazza, ufficiale d’ordinanza, Sachiko Koremitsu, fra due lampade all’altra estremità del tavolo, la testa china sul suo lavoro. Il colonnello Hubert Penrose, l’ufficiale comandante della Flotta Spaziale, e il capitano Field, l’ufficiale del servizio segreto, intenti ad ascoltare il rapporto di uno dei due piloti d’aerodina, tornato dal suo volo di ricognizione pomeridiano. Una coppia di ragazze, tenenti della Segnali, intente a esaminare il testo della teletrasmissione serale, che doveva venir trasmessa alla Cyrano, in orbita a 5000 miglia dal pianeta, e da lì ritrasmessa alla Terra, via Luna. Sid Chamberlain, cronista della Trans-Space, era con loro. Come Selim e lei, era un civile, e reclamizzava quel fatto con una camicia bianca e un maglione azzurro senza maniche. E il maggiore Lindemann, l’ufficiale tecnico, e uno dei suoi assistenti, che discutevano animatamente di qulche progetto sul tavolo da disegno. Matha sperò, mentre spillava una pinta d’acqua calda per lavarsi le mani e pulirsi il viso con la spugna, che stessero facendo qualcosa per il condotto dell’acqua.

Fece per portare i quaderni degli appunti e degli schizzi là dov’era seduto Selim von Ohlmhorst, ma poi, come faceva sempre, deviò e si fermò a osservare Sachiko. La ragazza giapponese stava restaurando quello che era stato un libro, cinquantamila anni prima; i suoi occhi erano mascherati da una lente binoculare, la fascia nera che le cingeva la fronte era invisibile contro i suoi lucidi capelli neri. Stava toccando delicatamente una pagina sbriciolata con un filo di ferro sottile come un capello incassato in un manico costituito da un tubo di rame. Alla fine staccata una particella minuscola come un fiocco di neve, l’afferrò con un paio di pinzette, l’appoggiò su un foglio di plastica trasparente sul quale stava ricostruendo la pagina, e l’assestò con una nebbiolina di fissativo emessa da una piccola pistola spruzzatrice. Era pura gioia osservarla: ogni suo movimento era grazioso e preciso come se venisse compiuto al suono della musica dopo essere stato provato un centinaio di volte.

«Ciao, Martha. Non è ancora l’ora del cocktail, vero?» La ragazza seduta al tavolo aveva parlato senza sollevare la testa, quasi senza muovere le labbra, come se temesse che il più piccolo alito potesse disturbare quel materiale friabile davanti a lei.

«No, sono soltanto le quindici e trenta. Ho finito il mio lavoro laggiù. Non ho trovato nessun altro libro, se questa è una buona notizia per te.»

Sachiko si sfilò la lente binoculare e si lasciò andare contro lo schienale della sedia, con i palmi delle mani appoggiati a coppa sugli occhi.

«No, mi piace questo lavoro. Lo chiamo il puzzle dei microincastri. Questo libro è davvero un disastro. Selim l’ha trovato aperto, con qualcosa di pesante appoggiato sopra; le pagine sono state semplicemente schiacciate.» Esitò un breve istante. «Se soltanto significasse qualcosa, una volta che avrò finito il lavoro…»

Poteva esserci una vaga sfumatura critica in quelle parole. Martha, quando rispose, si rese conto di trovarsi sulla difensiva.

«Avrà un significato, un giorno. Pensa a quanto tempo c’è voluto per leggere i geroglifici egiziani, anche dopo aver trovato la Stele di Rosetta.»

Sachiko le sorrise. «Sì, lo so. Ma avevano la Stele di Rosetta.»

«E noi no. Non c’è nessuna Stele di Rosetta, in nessun luogo di Marte. Un’intera razza, un’intera specie, si è estinta mentre i primi artisti cavernicoli Cro-Magnon stavano tracciando dipinti di renne e bisonti, e attraverso cinquantamila anni e cinquanta milioni di miglia non c’è stato nessun ponte per capirsi.»

«Ne troveremo uno. Dev’esserci qualcosa, da qualche parte, che ci darà il significato di una parola o due, che useremo per strappare il significato ad altre parole, e così via. Potremmo non vivere abbastanza per imparare questa lingua, ma noi stabiliremo un punto di partenza e un giorno qualcuno ci riuscirà.»

Sachiko scostò le mani dagli occhi, facendo attenzione a non guardare verso le luci non schermate e sorrise di nuovo. Questa volta Martha fu sicura che non si trattava d’un sorriso giapponese di cortesia, ma dell’universale sorriso umano dell’amicizia.

«Lo spero, Martha, lo spero davvero. Sarebbe meraviglioso che fossi tu la prima, e sarebbe meraviglioso per tutti noi essere in grado di leggere quello che questa gente ha scritto. Riporterebbe davvero alla vita questa città morta.» Il suo sorriso lentamente sbiadì. «Ma sembra un’impresa così disperata…»

«Non hai trovato nessun’altra immagine?»

Sachiko scosse la testa. Non che la cosa avrebbe avuto molto significato, se ne avesse trovate. Avevano trovato quattrocento immagini con leggende, ma non erano mai riusciti a stabilire un concreto rapporto tra gli oggetti raffigurati e la parola scritta. Nessuna delle due donne aggiunse altro, e un attimo dopo Sachiko si reinfilò la lente e chinò di nuovo la testa sul libro.

Selim von Ohlmhorst sollevò lo sguardo dal suo quaderno di appunti, togliendosi la pipa di bocca.

«Tutto finito là fuori?» chiese, esalando una nuvola di fumo.

«Per quello che c’era…» Martha appoggiò sul tavolo i quaderni di appunti e gli schizzi. «Il capitano Gicquel ha cominciato a sigillare l’edificio dal quinto piano in giù. Installerà i generatori di ossigeno non appena avrà finito. Ho sgomberato tutte le aree in cui lavorerà.»

Il colonnello Penrose alzò di scatto la testa, come per prendere un appunto mentale per qualcosa di cui avrebbe dovuto occuparsi più tardi. Poi riportò la sua attenzione sul pilota che gli stava indicando qualcosa sulla mappa.

Von Ohlmhorst annuì. «Non c’era molto,» fu d’accordo. «Sai qual è il prossimo edificio in cui Tony ha deciso di entrare?»

«Quello alto con in cima quell’affare conico simile a uno spegnicandela, credo. L’ho sentito perforare per inserire le cariche esplosive in quella direzione.»

«Bene, spero che si riveli per quello che è stato occupato per ultimo, fino alla fine.»

Quello che avevano appena esplorato non era stato l’ultimo. Era stato spogliato, infatti, del contenuto e degli arredi, un pezzo qua, un pezzo là, a casaccio, in apparenza per un lungo arco di tempo, fino a quando non era stato ripulito quasi del tutto. Per secoli mentre moriva, quella città era stata consumata da un processo di autocannibalismo. Martha disse qualcosa del genere.

«Sì, lo troviamo sempre, salvo, naturalmente, in posti come Pompei. Hai visto qualcuna delle altre città romane in Italia?» le chiese von Ohlmhorst. «Per esempio Minturnae? Prima gli abitanti hanno tirato giù questo per riparare quello, e poi, dopo aver svuotato la città, è arrivata altra gente che ha tolto quello che era rimasto, e bruciato le pietre per farne calcina, oppure le hanno schiacciate, frantumandole, per riparare le strade, fino a quando non è rimasto altro che le tracce delle fondamenta. Su questo punto siamo fortunati: questo è uno dei luoghi in cui la razza marziana si è estinta, e non c’erano barbari che potessero venire più tardi a distruggere quello che era stato lasciato.» Diede una lenta tirata alla sua pipa. «Martha, uno di questi giorni irromperemo in uno di quegli edifici e scopriremo che era quello in cui l’ultimo di questa razza è morto. Allora apprenderemo la storia della fine di questa civiltà.»

E se impareremo a leggere la loro lingua, apprenderemo l’intera storia, non soltanto il necrologio, pensò Martha. Esitò, senza esprimere il pensiero in parole. «Un giorno la troveremo, Selim,» disse, poi guardò il proprio orologio. «Farò ancora un po’ di lavoro su quella lista, prima di cena.»

Per un istante il volto del vecchio s’irrigidì per la disapprovazione; fece per dire qualcosa, ci ripensò e si rimise la pipa in bocca. Ma il breve incresparsi intorno alle labbra e le contrazioni dei suoi baffi bianchi erano stati sufficienti: Martha sapeva quello che lui stava pensando. Che lei stava sprecando tempo e fatica, così almeno credeva; tempo e fatica che non appartenevano a lei ma alla spedizione. Si rese conto che von Ohlmhorst poteva anche aver ragione. Ma lui doveva sbagliarsi; doveva esserci un mezzo per farlo. Gli voltò le spalle in silenzio e andò alla sua sedia, una cassa da imballaggio, a metà del tavolo.

Fotografie e fotocopie di pagine ripristinate di libri, e trascrizioni d’iscrizioni, erano ammucchiate davanti a lei, e i quaderni di appunti nei quali compilava i suoi elenchi. Si sedette, accendendosi un’altra sigaretta, e allungò una mano verso una pila di materiale ancora da esaminare, prelevando il foglio che era in cima. Era la fotocopia di quella che pareva la pagina con il titolo e il contenuto di qualche tipo di periodico. La ricordava: l’aveva trovata lei stessa due giorni prima, in un armadio nel seminterrato dell’edificio che avevano appena finito di esplorare.

Rimase seduta un momento a guardare quella pagina. Era leggibile, nel senso che aveva messo su un sistema fonetico di valori per le singole lettere puramente arbitrario ma coerentemente pronunciabile. I lunghi simboli verticali erano vocali. Ce n’erano soltanto dieci; non troppi, ammettendo dei caratteri separati per i suoni lunghi e quelli brevi. Le lettere orizzontali corte erano venti, il che significava che suoni come -ng o -ch o -sh erano lettere singole. Le probabilità erano di un milione a una che il suo sistema di lettere assomigliasse al suono originale della lingua, ma aveva elencato parecchie migliaia di parole marziane, e lei era in grado di pronunciarle tutte.

Ma era il massimo a cui arrivava. Era in grado di pronunciare dalle tre alle quattromila parole marziane, ma non era in grado di assegnare un significato a nessuna di esse. Selim von Ohlmhorst era convinto che non ci sarebbe mai riuscita. E lo stesso credeva Tony Lattimer, il quale era assai meno reticente a dirlo. Ed era sicura che anche Sachiko Koremitsu la pensava allo stesso modo. Di tanto in tanto c’erano momenti in cui cominciava ad aver paura che avessero ragione.

Le lettere sulla pagina davanti a lei cominciarono ad agitarsi e a danzare, magre vocali con piccole e grasse consonanti. Adesso lo facevano ogni notte, nei suoi sogni. E c’erano altri sogni nei quali lei le leggeva con la stessa facilità dell’inglese; quando si svegliava, cercava disperatamente, ma invano, di ricordarsene. Sbatté le palpebre, e distolse lo sguardo dalla pagina fotocopiata; quando tornò a guardarla, le lettere avevano ripreso a comportarsi bene. C’erano tre parole in cima alla pagina, sopra- e sotto-lineate, il che pareva il metodo marziano a indicare le maiuscole. Mastharnorvod Tadavas Sornhulva. Le pronunciò mentalmente, sfogliando i suoi quaderni di appunti per vedere se le aveva incontrate altre volte, e in quali contesti. Tutte e tre erano elencate. Inoltre, masthar era una parola piuttosto comune, e lo stesso valeva per norvod, e anche nor, ma -vod era un suffisso, e nient’altro che un suffisso. Anche davas era una parola, e ta- era un prefisso molto comune; sorn e hulva erano entrambe parole di uso comune. Aveva già deciso da molto tempo che quella lingua doveva essere molto simile al tedesco; quando i marziani avevano avuto bisogno di una nuova parola, avevano incollato insieme un paio di parole preesistenti. Probabilmente sarebbe risultato un orrore dal punto di vista grammaticale. Bene, avevano pubblicato delle riviste, e una di esse era intitolata Mastharnorvod Tadavas Sornhulva. Si chiese che non fosse stato qualcosa come Quarterly Archaeological Review, o qualcosa di più simile a Sexy Stories.

Una riga più piccola, sotto il titolo, indicava chiaramente il numero e la data della rivista; erano stati trovati abbastanza reperti in ordine di serie da consentirle d’identificare i numeri e stabilire che era stato impiegato un sistema di numerazione decimale. Quello era il numero millesettecentocinquantaquattro di Doma, 14837; quindi Doma doveva essere il nome di uno dei mesi marziani. La parola era già saltata fuori parecchie altre volte. Scoprì che stava dando furiose tirate alla sua sigaretta mentre sfogliava i quaderni di appunti e le pile di materiale già esaminato.

Sachiko stava parlando con qualcuno, e una sedia raschiò il pavimento all’estremità opposta del tavolo. Martha sollevò la testa e vide un uomo grande e grosso con i capelli rossi e la faccia rossa, vestito della divisa verde della Forza Spaziale con la singola stella di maggiore sulla spalla, che si stava sedendo. Ivan Fitzgerald, il medico. Stava sollevando dei pesi da un libro simile a quello che l’ufficiale d’ordinanza, Sachiko, stava restaurando.

«Di recente non ho avuto tempo,» stava dicendo, in risposta alle domande della ragazza. «La Finchley è ancora a letto, qualunque sia la cosa che l’ha colpita, che non sono ancora stato capace di diagnosticare. E ho controllato le colture di batteri, e nel tempo libero che mi è rimasto ho sezionato i campioni per conto di Bill Chandler. Bill ha trovato finalmente un mammifero. Assomiglia a una lucertola ed è lungo quattro pollici, ma è un vero mammifero a sangue caldo, gamogenetico, placentale e viviparo. È un animale scavatore e sembra vivere di quelli che qui passano per insetti.»

«C’è abbastanza ossigeno per una creatura del genere?» stava chiedendo Sachiko.

«Pare ce ne sia, vicino al suolo.» Fitzgerald regolò la fascia frontale della sua lente binoculare che si calò sugli occhi. «Ha trovato questa creatura in un crepaccio, giù sul fondo del mare… Ah, questa pagina sembra intatta; adesso, se mi riesce di tirarla fuori intera…»

Proseguì, pronunciando parole inaudibili fra sè e sè, sollevando la pagina un po’ per volta e facendovi scivolar sotto uno dei fogli di plastica trasparente, lavorando con minuziosa delicatezza. Non la delicatezza delle piccole mani della ragazza giapponese, che si muovevano come le zampe di un gatto intento a pulirsi il muso, ma come un martello pneumatico che rompesse una nocciolina. Anche l’archeologia sul campo richiedeva una certa delicatezza di tocco, ma Martha osservò i due con invidiosa ammirazione. Poi tornò al proprio lavoro terminando la pagina dell’indice.

La pagina seguente era l’inizio del primo articolo elencato: molte delle parole le erano sconosciute. Aveva l’impressione che quella dovesse essere una rivista tecnica o scientifica; poteva esserlo, poiché le pubblicazioni di quel tipo costituivano la maggior parte delle sue personali letture. Dubitava che si trattasse di narrativa; i paragrafi davano l’impressione di una solidità basata su fatti ben precisi.

Dopo un po’, Ivan Fitzgerald esplose in un grugnito.

«Ah! Fatto!»

Martha alzò gli occhi. Fitzgerald aveva staccato la pagina e ci stava fissando sopra un altro foglio di plastica.

«Qualche immagine?» chiese.

«Nessuna su questa facciata. Aspetta un momento.» Voltò il foglio. «Nessuna neanche da questa parte.» Stese un altro foglio di plastica per chiudere la pagina come in un sandwich, poi prese su la pipa e la riaccese.

«Fare questo lavoro mi diverte, ed è un buon esercizio per le mie mani, perciò non pensare che mi lamenti,» disse, «ma, Martha, credi davvero che qualcuno riuscirà mai a tirar fuori qualcosa da questo?»

Sachiko sollevò con le pinzette un frammento della plastica siliconica che i marziani avevano usato al posto della carta. Era quasi di un pollice quadrato.

«Guardate qui! Tre intere parole su questo pezzo,» esultò. «Ivan, ti sei preso il libro più facile.»

Fitzgerald non si lasciò distrarre. «Questa roba è assolutamente priva di significato,» proseguì. «Aveva un significato cinquantamila anni fa, quando è stata scritta, ma adesso non ne ha nessuno.»

Martha scosse la testa. «Il significato non è qualcosa che evapora col tempo,» obiettò. «Ha altrettanto significato adesso di quanto ne ha avuto in passato. Semplicemente, non abbiamo ancora imparato a decifrarlo.»

«Questa mi sembra una distinzione piuttosto inutile,» dichiarò Selim von Ohlmhorst unendosi alla conversazione. «Non esiste più nessun mezzo per decifrarla.»

«Ne troveremo uno.» Martha si rese conto che stava parlando più per autoincoraggiarsi che per spirito di controversia.

«E come? Dalle immagini e dalle didascalie? Abbiamo trovato delle immagini con didascalie, e cosa ci hanno dato? Una didascalia dovrebbe spiegare l’immagine, e non l’immagine la didascalia. Supponi che qualcuno di alieno alla nostra cultura trovi l’immagine di un uomo con una barba bianca e un paio di baffi intento a segare un ceppo da un tronco. Penserebbe che la didascalia dica, ‘Uomo che sega legno’. Come potrebbe sapere che in realtà dice, ‘Guglielmo Secondo in esilio a Doorn’?»

Sachiko si era tolta la lente e si stava accendendo una sigaretta.

«Posso pensare a delle immagini che intendono spiegare le loro didascalie» disse. «Quei libri illustrati per imparare le lingue che usiamo nel Servizio: piccoli disegni fatti a tratto, con sotto una parola o una frase.»

«Be’, naturalmente, se trovassimo qualcosa del genere…» cominciò a dire von Olhmhorst.

«Michael Ventris ha trovato qualcosa del genere negli anni Cinquanta,» interloquì la voce di Hubert Penrose da dietro le sue spalle.

Martha girò la testa. Il colonnello era in piedi accanto al tavolo dell’archeologo; il capitano Field e il pilota di aerodina erano usciti.

«Trovò un gran numero d’inventari nei magazzini militari greci,» continuò Penrose. «Erano nella scrittura cretese lineare B, e in testa a ciascuna lista c’era una piccola immagine, una spada o un elmo o un tripode per le pentole, o la ruota di un carro. È questo che gli ha fornito la chiave per capire quella scrittura.»

«Il colonnello sta diventando un archeologo di tutto riguardo,» commentò Fitzgerald. «Durante questa spedizione, stiamo imparando tutti le specialità degli altri.»

«Ne ho sentito parlare molto tempo prima che questa spedizione venisse anche soltanto contemplata.» Penrose stava battendo una sigaretta sul suo astuccio d’oro. «Ne ho sentito parlare prima della Guerra dei Trenta Giorni, alla scuola del Servizio Segreto, quand’ero tenente. Come di una prodezza della criptoanalisi, non come di una scoperta archeologica.»

«Sì, la criptoanalisi» intervenne von Ohlmhorst. «La lettura di una lingua conosciuta in una forma di scrittura sconosciuta. Gli elenchi di Ventris erano in una lingua conosciuta, il greco. Né lui, né nessun altro, avevano mai letto una parola di cretese fino alla scoperta del bilingue greco-cretese nel 1963, poiché soltanto con un testo bilingue, in cui una lingua è già conosciuta, è possibile apprendere un’antica lingua sconosciuta. E che speranza abbiamo, vi chiedo, di trovare qualcosa del genere in questo posto? Martha, hai lavorato su questi testi marziani sin da quando siamo atterrati qui, ormai da sei mesi. Dimmi, hai trovato anche una sola parola alla quale puoi assegnare con sicurezza un significato?»

«Sì, credo di averne una.» Si sforzò di non apparire troppo esultante. «Doma. È il nome di uno dei mesi del calendario marziano.»

«Dove l’hai trovato?» chiese von Ohlmhorst. «E come hai fatto a stabilire…»

«Ecco qua.» Martha prese su la fotocopia e gliela porse lungo il tavolo. «Io la chiamerei la pagina del titolo di una rivista.»

Lui rimase silenzioso per qualche istante, fissando il foglio. «Sì. Lo penso anch’io. Hai altre pagine della rivista?»

«Sto lavorando sulla prima pagina del primo articolo. Un momento… ora do un’occhiata; sì, tutto quello che ho trovato si trova qui, insieme.» Gli disse dove l’aveva trovata. «L’ho data a Geoffrey e Rosita perché la fotocopiassero. Questa è la prima volta che la esamino veramente.»

Il vecchio si alzò in piedi, spazzolando via con la mano le ceneri di tabacco dal davanti della giacca, e si avvicinò a dove Martha sedeva. Mise giù la pagina del titolo sul tavolo e sfogliò rapidamente la pila di fotocopie.

«Sì. E qui c’è il secondo articolo, a pagina otto, e qui il successivo.» Terminò la fila di fotocopie. «Mancano un paio di pagine alla fine dell’ultimo articolo. È straordinario; sorprende, che una rivista sia sopravvissuta così a lungo.»

«Be’, questo materiale a base di silicio che i marziani usavano al posto della carta è piuttosto durevole,» osservò Hubert Penrose. «Pare che già all’inizio non contenesse acqua o qualunque altro fluido, in modo da non inaridirsi con il tempo.»

«Oh, non è straordinario che il materiale sia sopravvissuto. Abbiamo trovato un mucchio di libri e di giornali in condizioni eccellenti. Ma soltanto una cultura davvero vitale, una cultura organizzata, può pubblicare riviste, e questa civiltà si stava già estinguendo centinaia di anni prima della fine. Potrebbero essere trascorsi mille anni fra la cessazione di attività come l’editoria e la loro totale estinzione.»

«Be’, sai dove ho trovato tutto questo? Dentro uno sgabuzzino, in una cantina. Buttato là e dimenticato. E poi ignorato quando hanno spogliato l’edificio. Cose del genere capitano.»

Penrose aveva preso in mano la pagina con il titolo e la stava guardando.

«Non credo ci sia alcun dubbio che questa è una rivista.» Tornò a guardare il titolo, le sue labbra si mossero in silenzio. «Mastharnorvod Tadavas Sornhulva. Mi chiedo cosa voglia dire. Ma hai ragione sulla data: Doma sembra il nome di un mese. Sì, hai una parola, dottor Dane.»

Sid Chamberlain, vedendo che stava accadendo qualcosa d’insolito, si era alzato dal tavolo dove stava lavorando e si era avvicinato. Dopo aver esaminato la pagina del titolo e alcune delle pagine interne, cominciò a bisbigliare dentro lo stenofono che si era sfilato dalla cintura.

«Non cercare di gonfiare la cosa, Sid,» l’ammonì Martha. «Tutto quello che abbiamo è il nome di un mese, e solo Dio sa quanto tempo ci vorrà anche soltanto per scoprire quale mese era.»

«Insomma, è quanto meno un inizio, no?» replicò Penrose. «Grotefend disponeva soltanto della parola ‘re’ quando cominciò a leggere il persiano cuneiforme.»

«Ma io non ho la parola ‘mese’, ho soltanto il nome di un mese. Tutti conoscevano i nomi dei re persiani molto prima di Grotefend.»

«Non è questa la notizia,» ribatté Chamberlain. «Ciò che interessa il pubblico sulla Terra è scoprire che i marziani pubblicavano riviste, proprio come noi. Qualcosa di familiare; fa apparire i marziani più reali, più umani.»

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