Introduzione

Il 1958 fu un anno significativo per i tentativi fatti dall’uomo di lasciare questo pianeta: gli Stati Uniti ebbero finalmente l’Explorer, il nostro primo satellite artificiale, lanciato da Cape Canaveral in orbita intorno alla Terra; più tardi, quello stesso anno, il Pioneer sarebbe stato lanciato con successo. Ma vi fu anche una nota più cupa: l’Aviazione Militare degli Stati Uniti dichiarò operative le prime unità di missili balistici.

Il Medio Oriente era il Medio Oriente. Una serie di gravi tumulti a Beirut finì per causare lo sbarco dei marine americani che arrivarono a guado sulla spiaggia in mezzo ai bagnanti intenti a prendersi la tintarella, un destino assai diverso da quello che sarebbe stato riservato ai marine americani nel 1980. L’Egitto, la Siria e lo Yemen si unirono formando la Repubblica Araba Unita, ma questa si frantumò tre anni più tardi. I cinesi della terraferma tempestarono di proiettili le isole di Quemoy e Matsu; la reazione degli Stati Uniti sarebbe diventata motivo di controversia durante le elezioni presidenziali del I960. Quello che fu poi il perdente di quelle elezioni, il vice presidente Nixon, venne aggredito da una folla rabbiosa durante una visita a Caracas. In un disperato tentativo di evitare un colpo di stato da parte dell’esercito, Charles de Gaulle acconsentì a prendere la guida della Francia, ma soltanto se le regole del governo fossero state cambiate; questo segnò la nascita della Quinta Repubblica. A Cuba Castro continuava la sua lotta contro Batista.

Più vicino a casa nostra, l’Alaska divenne uno Stato dell’Unione mentre Martin H. Greenberg si diplomava alla Scuola Superiore di Miami Beach. Lo scandalo dell’anno comportò le dimissioni del capo di gabinetto del Presidente Eisenhower, Sherman Adams, che ammise di aver accettato un costoso cappotto da qualcuno che voleva qualcosa in cambio.

La cultura popolare rimase popolare con canzoni quali «Tom Dooley», «Bird Dog», «Twilight Time», cantate dai meravigliosi Platters, «Pink Shoe Laces», «Fever», e l’indimenticabile «Ballad of a Teenage Queen», di Johnny Cash, tutte di enorme successo. Il musical Flower Drum Song fu il trionfatore di Broadway, mentre fra i nuovi successi televisivi vanno annoverati Wanted: Dead or Alive, di Steve McQueen, The Donna Reed Show, che era puro come la neve sospinta dal vento, il grande Peter Gunn, e il non così grande Sunset Strip. Elvis venne arruolato.

Sul fronte dei film la buona notizia fu la distribuzione di Vertigo di Alfred Hitchcock e Touch of Evil di Orson Welles. Altri film importanti dell’anno furono South Pacific, Gigi, The Young Lions, Auntie Mame, Cat On A Hot Tin Roof con Elizabeth Taylor e Paul Newman, e Separate Tables di Delbert Mann. Gigi agguantò l’Academy Award per il Miglior Film, perché a questo mondo non c’è giustizia.

Negli sport, l’anno vide la vittoria degli Yankees nel Campionato Nazionale contro il Milwaukee, quella di Tim Tam nel Derby del Kentucky, di Althea Gibson nel Campionato Nazionale di Golf; Jim Brown batté il record dei cento metri nella NFL, Ernie Banks guidò i major nella corsa alla casa base con 47, Richie Ashburn capeggiò le battute con .350, e Arnold Palmer vinse un sacco di soldi con il Giro del PGA. Ma il punto saliente dell’anno doveva essere la vittoria ai tempi supplementari dei Baltimore contro i Giants nella partita di campionato nella NFL, che qualcuno ritiene sìa stata la più grande partita di football prof essionistico giocata fino ad allora. La meta della vittoria venne segnata da Alan Ameche detto «il cavallo», nipote dell’attore Don Ameche.

Sul fronte dell’editoria opere quali Ice Palace di Edna Ferber, Doctor Zhivago di Boris Pasternack, Only In America di Harry Golden, Lolita di Vladimir Nabokov, e Anatomy of a Murder di Robert Traver presero il volo in fitti stormi dagli scaffali, ma i «migliori» libri dell’anno dovevano essere Dear Abby di Abigail Van Buren e The Sundial della grande Shirley Jackson. Venne inaugurata la prima Pizza Hut.

Il miglior lavoro teatrale del 1958 fu Sunrise at Campobello, con Ralph Bellamy nel ruolo di FDR (Roosevelt, ndt). Gli eventi salienti nel mondo dell’arte compresero l’inaugurazione del ristorante Four Seasons a New York e la grande vittoria di Van Cliburn nel Concorso Internazionale Ciaikovski di pianoforte. Nel 1958 venne organizzata la NASA per far arrivare un uomo nello spazio profondo, le fasce radioattive presero il nome da James Van Alien, e la Decca produsse i primi dischi «stereo».

La morte si portò via Papa Pio XII, Mike Todd, Ronald Coiman, Tyrone Power, Christian Dior, W.C. Handy, e Robert Donat.

Mel Brooks era Mel Brooks.

 

Nel mondo reale l’anno fu terribile malgrado gli eccellenti racconti e romanzi, poiché il 1958 vide la morte a 35 anni di Cyril M. Kornbluth e a 43 di Henry Kuttner, entrambi figure di spicco nel nostro campo.

L’esplosione dei paperback continuò, con nuovi editori che introducevano collane di fantascienza. Fra le opere importanti vanno annoverate Immortality Delivered, di Robert Sheckley; The Space Willies, di Eric Frank Russell; The Cosmic Rape, di Theodore Sturgeon; Of Man and Monsters, di William Tenn; The Edge of Time, di Donald A. Wollheim; The Path of Unreason, di George O. Smith; Undersea City, di Frederik Pohl e Jack Williamson; lo straordinario The Lincoln Hunters, di Wilson Tucker; A Touch of Strange, (antologia) di Theodore Sturgeon; la pietra miliare The Languages of Pao, di Jack Vance; e Invaders from Earth, di Robert Silverberg.

Lo scenario delle riviste non era altrettanto in salute. Cinque pubblicazioni morsero la polvere: Science Fiction Quarterly, Science Fiction Adventures, Imagination Science Fiction, Space Travel, e Infinity Science Fiction. Quest’ultima era una rivista particolarmente bella e fan e scrittori ne sentirono molto la mancanza. Inoltre due delle più promettenti iniziative nel settore durarono un solo numero ciascuna: Star Science Fiction di Frederik Pohl e Vanguard Science Fiction di James Blish. L’innovativa Venture Science Fiction si fuse con The Magazine of Fantasy and Science Fiction, peggiorando ancora di più le cose. L’adesione di Isaac Asimov prima a Venture e poi a F&SF come collaboratore in veste di Redattore Scientifico, un ruolo che ricopre ancora oggi, la sostituzione di Anthony Boucher (che divenne Book Editor) con Robert Mills come curatore di F&SF, e Damon Knight che divenne redattore di IF, costituirono alcuni dei più rilevanti sviluppi dell’anno.

Nel mondo reale altre persone importanti fecero il loro viaggio inaugurale nella realtà: in febbraio John Rackham con «Drog»; in luglio Thomas Burnett Swann con «Winged Victory»; in settembre Rosel George Brown con «From an Unseen Censor» e Richard McKenna con «Casey Agonistes»; e in novembre Colin Kapp con «Life Plan».

I film fantastici (come categoria, non sempre in termini di qualità) del 1958 comprendevano The Brain From Planet Arous, Escapement, Strange World of Planet X, il libidinoso She Demons, il lezioso e indimenticatile Attack of the Fifty Foot Woman, War of the Satellites, il sottovalutato Fiend Without a Face, The Space Children, il puntiglioso The Colossus of New York, It! Terror From Beyond Space, Zsa Zsa Gabor nei panni di The Queen of Outer Space, War of the Colossal Beast, Attack of the Puppet People, Steve McQueen in The Blob, il sentimentale I Married a Monster from Outer Space, The Trollenberg Terror, The Spider Terror (fu una grande annata per il terrore), From the Year 5,000, The Brain Eaters, From the Earth to the Moon, The Lost Missile, e Night of the Blood Beast.

La Famiglia si radunò a Los Angeles per la 16a World Science Fiction Convention: la Solacon. I Premi Hugo andarono a The Big Time, di Fritz Leiber, «Or All the Seas With Oysters», di Avram Davidson, The Magazine of Fantasy and Science Fiction, nonché a Frank Kelly Freas come Migliore Artista, a The Incredible Shrinking Man, come Film Eccellente, e a Walt Willis come Eccellente «Actifan».

Torniamo a quell’onorato ma tragico 1958 e godiamoci le storie migliori che il mondo reale ci ha lasciato.

 

 

L’ultimo dei liberatori

The Last of the Deliverers

di Poul Anderson

The Magazine of Fantasy and Science Fiction, febbraio

Abbiamo già discusso parecchie volte della carriera di Poul Anderson in questa serie. Basti dire, qui, che sta ancora andando forte, che produce ancora della meravigliosa fantascienza e, in misura sempre crescente, della meravigliosa fantasy.

«The Last of the Deliverers» ci mostra un futuro in cui il potere politico è decentralizzato, un sistema in cui l’ideologia ufficiale non è più necessaria, ma in cui gli esseri umani si aggrappano ancora alle vecchie fedi. Poul riesce a catturare il fanatismo e la suprema solitudine di questo popolo con l’abilità e il sentimento che sa infondere in tutte le sue opere. (M.H.G.)

In «Sacrificio Inumano» di Katherine MacLean, che incontrerete più avanti in questo stesso volume, troviamo un missionario in senso religioso.

Però, non tutti i missionari sono indaffarati a commerciare le verità religiose, o quelle che loro considerano verità religiose.

Sfortunatamente, noi tutti abbiamo fedi, o credenze, che non sono riducibili a una indagine razionale. Per esempio, io ho l’idea fissa che il mondo sarebbe senz’altro più dolce e più pulito se la squadra di baseball dei New York Mets dovesse vincere il titolo locale, poi quello regionale, e infine il Campionato Nazionale, in qualunque anno. Nessuna prova, per quanto cospicua, che in quell’anno i Mets potrebbero non essersi meritati quelle vittorie riuscirebbe a smuovermi dalla mia idea. Nessuna dimostrazione razionale tendente a provare che non ha davvero nessuna importanza quale squadra di baseball vinca in quel particolare anno, e che una situazione in cui ogni squadra vince di tanto in tanto è la migliore, per le sorti del baseball, riuscirà a farmi desistere.

Questa condotta irrazionale, fintanto che ha a che fare con il baseball, o qualche altra faccenda relativamente banale (perdonami, o possente spirito di Babe Ruth) non causa in realtà danni seri. Potrebbe perfino riuscire benefica, dando sfogo a qualcuno dei miei naturali atteggiamenti combattivi e pugnaci, deviandoli su questioni marginali.

Ma ci sono fedi economiche e politiche che hanno quasi la forza di una religione, e possono far nascere conflitti pericolosi malgrado tutto quello che la ragione può fare. La satira di Poul Anderson lo dimostra. (Naturalmente Poul è un libertario, e un giorno potrei tirargli un pugno sul naso per questo, soltanto che gli sono molto affezionato…) (I.A.)

Nella nostra città, fin quando non raggiunsi l’età di nove anni, viveva un matto… sì, uno svitato. Lui, doveva avere quasi cento anni, suppongo, e nessuno dei suoi era sopravvissuto. Ma in quei giorni, in ogni città c’era ancora qualcuno, pochissimi in verità, che non avevano più famiglia.

Zio Jim era innocuo, anzi, faceva in modo di rendersi utile, lavorando, riparando mucchi di scarpe. Teneva bottega in casa sua, sempre linda e pulita, e stando li in sua compagnia tra i gradevoli odori del cuoio e dell’olio, si poteva far vagare lo sguardo, un po’ più oltre, nel suo soggiorno. C’erano file e file di scaffali carichi, più che di libri, di alte pile di fogli dai vivaci colori in raccoglitori di plastica… crocchianti e ingialliti dal tempo come il loro stesso proprietario. Era solito chiamarli ‘le sue riviste’, e se noi ragazzini c’eravamo comportati bene, ogni tanto ci permetteva di dare un’occhiata alle illustrazioni là dentro. Dopo la sua morte, ebbi la possibilità di leggere quei testi. Ma non vi trovai nessun senso. Certo, nessun altro avrebbe mai potuto dedicarsi con tanta cura a conservare una simile, inutile accozzaglia di storie e articoli. Aveva anche un grosso e vetusto apparecchio televisivo, mi chiedo perché mai si ostinasse a tenerlo, visto che non riceveva nient’altro che annunci, e in città, a quanto ne sapevo, c’era un apparecchio nuovo e perfetto. Ma, ve l’ho già detto, era matto.

Ogni mattina si faceva quattro passi per la strada principale. Gli alberi che la fiancheggiavano erano quasi tutti dei grandi olmi ombrosi, a stento attraversati, d’estate, da qualche sprazzo di sole. Lo Zio Jim, alto di statura e dritto come un fuso, vestiva sempre abiti di foggia antica, per quanto caldo potesse fare, e nell’Ohio poteva fare molto caldo; non c’era dubbio che fosse tutta quell’ombra a fargli scegliere la sua passeggiata. Indossava logore camicie bianche con colletti stretti e sgualciti e una striscia di stoffa annodata intorno al collo, lunghi calzoni, una giacca goffa e tutta stazzonata, e aveva infilate ai piedi un paio di scarpe lunghe e strette. L’aspetto era francamente brutto, reso ancora più penoso dalla sua scrupolosa pulizia. Noi ragazzini, giovani e di conseguenza crudeli, all’inizio pensammo, poiché non l’avevamo mai visto senza quei suoi vestiti, che dovesse nascondere una qualche orribile deformità, e a causa di questo cominciammo a molestarlo. Ma John, il fratello di mia zia, ci obbligò a farla finita, e lo Zio Jim non ci sgridò mai per il nostro pessimo comportamento. Al contrario, continuò a offrirci dei dolci canditi che preparava lui stesso, finché il dentista non si lamentò. Ci prendemmo, allora, un solenne rimprovero dai nostri genitori, e imparammo che lo zucchero fa venire la carie ai denti.

Decidemmo infine che lo Zio Jim – lo chiamavamo tutti cosi, senza mai precisare in qual modo, e di chi, fosse parente, poiché in realtà non lo era di nessuno – indossava quei suoi vestiti come una sorta di sfondo ideale per il suo distintivo, che proclamava «VINCI CON WILLARD». Un giorno mi spiegò, quando glielo chiesi specificamente, che Willard era stato l’ultimo Presidente Repubblicano degli Stati Uniti, davvero un grand’uomo, che si era sforzato di scongiurare il disastro, ma era arrivato troppo tardi perché la gente era ormai sprofondata troppo profondamente nella poltroneria e nella decadenza. Per un ragazzino di nove anni questo magari era un po’ troppo, e in verità non è che l’abbia veramente capito, salvo il fatto che in quei giorni le città non si governavano da sole e il paese era diviso fra due grandi gruppi, non esattamente due clan, che però, più o meno a turno, fornivano un Presidente; e questo Presidente non era un semplice arbitro fra città e stati, ma governava ogni cosa.

Lo Zio Jim era solito venirsene giù col suo passo tentennante lungo la strada principale fino al municipio e all’impianto ad energia solare, qui girava intorno alla fontana e alla casa del prozio di mio padre, Conrad, fino ai confini della città, là dove i campi e gli Alberi si stendevano fino ai limiti del mondo. All’aeroporto, faceva dietrofront e tornava indietro, passando vicino a Joseph Arakelian, dava sempre una sbirciata ai suoi telai a mano e discorreva e lanciava freddure a proposito di apparecchi automatici; anche se, in verità, non so cosa mai avesse contro quei telai, poiché i prodotti tessili di Joseph erano assai rinomati. Lanciava anche aspre critiche al nostro piccolo, meschino aeroporto e alla mezza dozzina dei velivoli della città. Ma questo non era giusto; il nostro era un buon aeroporto, pavimentato con blocchi di cemento strappati via alla vecchia autostrada, e un discreto numero di aerei per i nostri viaggi più lunghi. In nessun’altra città delle dimensioni della nostra c’erano mai più di sei gruppi in volo contemporaneamente. Io, però, volevo parlare del Comunista.

Accadde in primavera. Tutta la neve si era sciolta, il terreno si era ormai asciugato e i nostri contadini erano a seminare nei campi. Il resto della gente, in città, si affaccendava nei preparativi della Festa, le cucine e i forni lavoravano a pieno ritmo, oh, quanti invitanti profumi aleggiavano nell’aria!, le donne si scambiavano ricette da una veranda all’altra, gli artigiani martellavano, segavano e saldavano, le corde del bucato erano cariche di abiti da festa sventolanti, appena tirati fuori da bauli e cassapanche invernali, gli innamorati, mano nella mano, passeggiavano trepidando nell’attesa dei festeggiamenti. Red, Bob, Stinky e io stavamo giocando con le biglie accanto all’aeroporto. Prima, usavamo giocare al lancio del coltello, ma alcuni ragazzi li avevano scagliati addosso agli Alberi, e gli Anziani allora avevano decretato che nessun ragazzo potesse avere un coltello, se non era lì vicino un adulto.

Era, dunque, un magnifico mattino, il cielo una vertiginosa cupola azzurra, la luce del sole balzava giù tra candide nuvole di bambagia, inondando la terra e la prima, pallida sfumatura di verde che occhieggiava tra le colline. Schizzi di polvere si levavano là dove le nostre biglie colpivano, una lieve brezza soffiava da sud e mi scivolava sulla pelle, scompigliandomi i capelli… Noi, la stagione, il mondo intero ci sentivamo incredibilmente giovani.

Eravamo sul punto di smettere per andare, una volta presi i nostri fucili, a caccia di conigli nei boschi, quando su di noi si stagliò un’ombra: lo Zio Jim, in compagnia di Andy, il cugino di mia madre. Lo Zio Jim indossava un lungo soprabito sopra gli altri vestiti, ma ugualmente rabbrividiva appoggiandosi al bastone, e le sue mani raggrinzite erano bluastre per il freddo. Andy era vestito d’un kilt, con delle borse, e calzava dei sandali: un uomo robusto, di circa quarant’anni, l’ingegnere della nostra città. Ai tempi della preistoria, prima della mia nascita, aveva preso parte a una spedizione su Marte, e questo ne faceva un eroe, per noi ragazzi.

Perché mai non fosse uno spavaldo corsaro era qualcosa che superava la nostra comprensione. Possedeva tremila libri, come minimo, due volte più della media nella nostra città.

Passava anche parecchio tempo in compagnia dello Zio Jim, e a quel tempo non capivo perché. Adesso so che si stava sforzando d’imparare da lui il più possibile del passato, non il passato morto e mummificato dei libri di storia, ma quello della gente che l’aveva davvero vissuto.

Il vecchio ci scrutò dall’alto della sua statura, poi ci rimbeccò: «Voi, giovanotti… dove sono i vostri maglioni? Vi prenderete tutti una polmonite.» La sua voce era sottile, acuta, ma ferma. In tutti gli anni passati in solitudine, aveva certamente imparato a usare fermezza con se stesso.

«Oh, che sciocchezza,» disse Andy. «Sono pronto a scommettere che sono quasi sedici gradi al sole.»

«Stiamo andando a caccia di conigli» dichiarai, gonfio d’importanza. «Porterò il mio a casa tua, e tua moglie potrà farci uno stufato.» Come tutti gli altri ragazzi, passavo un mucchio di tempo con i miei parenti, almeno quanto con i miei orto-genitori; la casa di Andy era però la mia favorita. Sua moglie era un’eccellente cuoca, suo figlio maggiore suonava la chitarra meglio di chiunque altro, o quasi, e sua figlia era brava a scacchi quanto me, né troppo, né troppo poco.

Avevo vinto quasi tutte le biglie al gioco, così, adesso, le restituii agli altri. «Quando io ero un ragazzino,» dichiarò lo Zio Jim, «noi giocavamo per tenerci le bigiie che avevamo vinto.»

«E cosa succedeva quando il giocatore più bravo aveva vinto tutte le biglie della città?» disse Stinky. «È un duro lavoro farsi una buona biglia, Zio Jim. Per me è difficile sostituirne una, quando la perdo.»

«Noi potevamo sempre comprarne delle altre, e parecchie,» lui rispose. «C’erano botteghe in cui tu potevi comperare qualunque cosa.»

«Ma chi faceva quelle biglie?»

«C’erano fabbriche…»

Oh, ma ci pensate? Uomini grandi e grossi che passavano il loro tempo a fabbricare biglie di vetro colorato!

Eravamo ormai sul punto di andarcene, quando comparve il Comunista. Lo vedemmo mentre girava intorno al boschetto d’Alberi nel settore nord, che quell’anno era stato lasciato a pascolo. Era sulla strada dei Middleton, e strascicando i piedi nudi sollevava ciuffi di polvere.

Un forestiero in una città è sempre una grossa novità. Noi ragazzini ci mettemmo a correre verso di lui, ma Andy c’intimò bruscamente di fermarci, ricordandoci che, comunque, avremmo dovuto mostrare un’adeguata cortesia. Allora aspettammo, con gli occhi sgranati, finché non ci ebbe raggiunti.

Ma era un forestiero assai meschino. Era alto all’incirca quanto lo Zio Jim, e il mantello gli ricadeva giù a brandelli sul petto scarno che mostrava tutte le costole, e da una testa sormontata da una sorta di cupola completamente calva gli scendeva fino alla vita una sudicia barba bianca. Avanzava con lenti passi pesanti, appoggiandosi a un bastone, greve come il Tempo, e fin dal primo istante percepii la sua solitudine, come un fardello sulle sue magre spalle.

Andy avanzò di un passo e s’inchinò. «Salute a te e benvenuto, Natolibero.» esclamò. «Io sono Andrew Jackson Welles, ingegnere della città, e a nome del Popolo ti chiedo di fermarti qui fra noi, per riposare e rinfrescarti.» E non si limitò a sputar fuori queste parole come avrebbe fatto con un suo conoscente, ma le declamò con gran cura.

Lo Zio Jim, allora, sorrise, un sorriso come il disgelo dopo nove anni filati d’inverno, giacché quest’uomo era vecchio quanto lui, e nato nello stesso mondo dimenticato. A sua volta si fece avanti e gli porse la mano. «La saluto, signore,» gli disse. «Il mio nome è Robbins. Sono felice d’incontrarla.» In questi giorni nessuno usava maniere altrettanto raffinate.

«Vi ringrazio, Compagno Welles, Compagno Robbins,» rispose il forestiero. Il suo sorriso era sperduto in qualche punto del groviglio muffoso tra barba, baffi e basette.

«Compagno?» Lo Zio Jim scandì lentamente la parola, quasi fosse uscita da un incubo. La sua mano schizzò all’indietro. «Cosa significa?»

Il viandante drizzò la schiena e ci fissò in un modo che mi fece rabbrividire. «Significa esattamente ciò che ho detto,» ribatté, «e non me ne vergogno affatto. Harry Miller, del Partito Comunista degli Stati Uniti d’America.»

Lo Zio Jim esalò un lungo sospiro. «Ma…» balbettò, «ma io pensavo… ero convinto che… quanto meno… tutti voi, sporchi sorci traditori, foste morti!»

«Oh, smettila, adesso,» s’intromise Andy. «Ti faccio tutte le mie scuse, Natolibero Miller. Il nostro amico, qui… non è del tutto in sé. Ti prego di non prenderlo come un insulto personale.»

Vi fu una punta di ferocia nella risatina di Miller. «Oh, non ha importanza. Sono stato chiamato molto peggio di così.»

«E ve lo siete meritato!» Non avevo mai visto prima lo Zio Jim arrabbiato. Era paonazzo in volto e picchiava con forza il bastone nella polvere. «Andy, questo… quest’uomo è un traditore. Non l’hai sentito? È un agente straniero!»

«Dici che vieni davvero dalla Russia?» mormorò Andy, e noi ragazzi ci accalcammo intorno a lui, le orecchie tese, poiché uno straniero, lì da noi, era un evento raro.

«No,» rispose Miller. «Vengo da Pittsburgh. Non sono mai stato in Russia, e neppure vorrei andarci. È troppo orribile, oggi… ma un tempo l’hanno avuto, il socialismo.»

«Non sapevo che ci fosse ancora qualcuno a Pittsburgh,» osservò Andy. «Io ci sono stato un anno fa con un gruppo di recupero, cercavamo acciaio e rame, e non abbiamo visto nient’altro che uccelli.»

«Pochi. Pochissimi. Mia moglie e io. Ma lei è morta e io non potevo certo restare, solo, in quel guscio vuoto e putrido di città, così, mi sono messo per strada.»

«E puoi tornartene indietro subito per la stessa strada!» esplose lo Zio Jim.

«Adesso stai calmo, per favore,» intervenne di nuovo Andy. «Vieni in città, Natolibero Miller… Compagno Miller, se preferisci. Posso invitarti a casa mia?»

Lo Zio Jim si aggrappò al braccio di Andy. Era in preda a un violento tremito, come una foglia morta in balìa degli spietati venti d’autunno. «Non puoi!» stridette. «Non capisci? Sarà tutto veleno per le vostre menti, porterà la sovversione tra voi, e tutti diventeremo schiavi suoi e della sua banda di delinquenti!»

«Sembra che anche tu stia spargendo un po’ di veleno nelle loro menti, Signor Robbins,» disse Miller.

Lo Zio Jim si arrestò per un attimo, la testa china verso il basso, e all’improvviso le lacrime d’un vecchio brillarono nei suoi occhi. Quindi drizzò la testa ed esclamò, con parole vibranti d’orgoglio: «Io sono Repubblicano.»

«L’avevo pensato.» Il Comunista si guardò intorno, e fece un gesto d’assenso. «Tipica pseudo-cultura borghese. Guardate quegli uomini, ognuno col suo piccolo trattore nel suo piccolo campo, prigioniero del suo piccolo egoismo.»

Andy si grattò la testa. «Ma cosa stai dicendo, Natolibero?» fece. «Quelle sono macchine della città. Chi vuoi si prenda il fastidio di avere un suo proprio trattore, un aratro, una mietitrice?»

«Oh, ma allora tu dici che…» Colsi un lampo di meraviglia nello sguardo del Comunista. Accennò un ampio gesto con le mani; mani molto vecchie, appena sotto la pelle inaridita potevo contare le ossa. «Mi stai spiegando che voi lavorate la terra collettivamente?»

«Diamine, no. A cosa mai potrebbe servire?» replicò Andy. «Un uomo ha pieno diritto a ciò che coltiva, non è così?»

«E così la terra, che dovrebbe essere proprietà di tutto il popolo, si trova spartita fra quei kulaki!» esplose Miller.

«Ma per l’inferno, come potrebbe la terra essere proprietà di tutti. È… sì, è terra. Non puoi mica cacciarti quaranta acri di terra in tasca e portartela a casa.» Andy respirò a fondo. «Siete rimasti proprio tagliati fuori da tutto, lì a Pittsburgh. Avete continuato a mangiare vecchia robaccia in scatola, non è vero? Credo proprio di si. Eppure, è abbastanza facile spiegarlo. Guarda, quel tratto di terreno laggiù è stato seminato a granturco dal cugino di mia madre, Glenn. È suo, e lui può scambiare quel granturco con qualunque altra cosa di cui ha bisogno. Ma l’anno prossimo, per conservare la fertilità al terreno, sarà seminato invece a alfalfa, e se ne occuperà Willy, il figlio di mia sorella. E per quanto riguarda gli ortaggi e la frutta, quasi tutti noi li coltiviamo in proprio… ci serve a prendere una boccata d’aria tutti i giorni.»

Il volto del nostro visitatore s’incupì. «Ma questo non ha senso,» disse Miller, e la sua voce tradì una profonda stanchezza. Doveva essersi fatto un bel po’ di miglia a piedi da Pittsburgh, sopravvivendo grazie a quel poco che aveva potuto elemosinare dagli zingari e dai Contadini Isolati.

«Sono perfettamente d’accordo,» dichiarò lo Zio Jim, con un agro sorriso. «Ai tempi di mio padre…» E qui s’interruppe. Sapevo che suo padre era morto in Corea, in una qualche guerra, quando lui era un bambino, e allo Zio Jim non era rimasto nient’altro, di lui, che un vago ricordo, e un inutile, vano orgoglio. Ricordai la storia, che Natolibero Levinsohn insegnava nella nostra città, perché lui la conosceva meglio di ogni altro, e mi sentii accapponar la pelle. Un Comunista! Sì, uno di quelli che avevano ucciso e torturato gli americani… soltanto che, questo, era un pallido straccio d’uomo, incapace di far male a un cucciolo. Era davvero strano.

C’incamminammo verso il municipio. La gente ci vide e cominciò ad affollarsi intorno a noi, sgranando gli occhi e bisbigliando commenti fin dove lo consentiva la buona creanza. Io camminavo pavoneggiandomi con Red e Bob e Stinky, proprio alla destra del forestiero, un autentico Comunista, davanti agli occhi degli altri ragazzi.

Incrociammo il laboratorio di tessitura di Joseph. La sua famiglia e gli apprendisti vennero fuori a unirsi alla folla dei curiosi. Miller sputò per terra. «M’immagino che tutti questi individui siano al servizio di qualcuno,» masticò tra i denti.

«Davvero non ti aspetterai che lavorino per niente?» ribatté Andy.

«Dovrebbero lavorare per il bene comune.»

«E fanno proprio questo. Ogni volta che qualcuno ha necessità di un qualunque indumento o di una coperta, Joseph chiama al lavoro i suoi ragazzi e, tutti insieme, lo confezionano. Qui da Joseph puoi comperare roba anche migliore di quella che le donne fanno in casa.»

«L’avrei giurato. Lo sfruttatore borghese…»

«Magari fosse davvéro così…» bofonchiò lo Zio Jim.

«Perché tu lo vorresti!» scattò Miller.

«Ma non lo è. La gente, oggi, non ha più nessuna energia, nessuna iniziativa. Non ha spirito di competizione. Non vuol più migliorare il suo tenore di vita. No… compera soltanto quello di cui ha strettamente bisogno, e lo indossa finché non cade a brandelli… Ed è roba, maledizione, che dura quasi per sempre.» Lo Zio Jim agitò il suo bastone in aria. «Te lo ripeto, Andy, questo paese è andato in malora. L’economia è stagnante. Il mondo degli affari? Un mucchio di piccoli negozi pidocchiosi, e la gente si fa da sé quello che un tempo comperava!»

«A me sembra che ci sia, comunque, da mangiare e da vestirci a sufficienza, e abbiamo tutti una casa,» disse Andy.

«Ma dov’è finita tutta la vostra… la vostra energia? Dov’è il vostro àlzati-e-vai, quello spirito d’iniziativa che ha fatto grande l’America? Guarda… tua moglie indossa l’identico modello di gonna che portava tua madre. E tu voli a bordo di un aereo costruito ai tempi di tuo padre. Proprio non vuoi niente di meglio?»

«Ma le nostre macchine lavorano abbastanza bene,» disse Andy in tono annoiato. Erano i soliti, vecchi argomenti, mentre il Comunista era una novità. Vidi la testa irsuta di Miller muoversi in direzione della falegnameria di Si Johansen, e lo seguii.

Si stava fabbricando un cassettone per George Hulme, il quale si sarebbe sposato in primavera. Mise giù i suoi attrezzi e rispose con cortesia.

«Sì… sì, Natolibero… certamente, io lavoro qui… Organizzarsi? E perché? Cosa dici? Sociale? Ma i miei lavoranti ne fanno già un mucchio di questa dannata vita sociale. Ogni tre giorni, o quasi, c’è sempre una festa, accidenti… No, non sono oppressi. Diavolo, sono tutti miei parenti stretti!… Ma anche così, non c’è nessuno, da queste parti, che non abbia dell’ottima mobilia… No, a meno che non si servano da falegnami scadenti e troppo pieni di presunzione per farsi aiutare…»

«Ma la gente in tutto il resto del mondo!» gridò Miller. «Non hai proprio cuore, uomo? Cosa puoi dirmi dei peones messicani?»

Si Johansen scrollò le spalle. «Cosa dovrei dire? Se laggiù quella gente vuol far le cose in maniera differente, è affar suo.» Mise giù la sua sabbiatrice elettrica e urlò agli apprendisti che se ne andassero pure a spasso per il resto della giornata. Questi, in verità, l’avevano già fatto senza aspettare di sentirselo dire, ma a Si piaceva ogni tanto far l’autoritario.

Andy usci di nuovo in strada con Miller. Al municipio trovarono a riceverli il sindaco, venuto apposta dai campi. Poiché era previsto bel tempo per l’intera settimana, fu deciso che non c’era nessuna urgenza di seminare, e che avremmo passato il pomeriggio a dare il benvenuto all’ospite.

«Branco di fannulloni!» sbuffò lo Zio Jim. «I vostri antenati non avrebbero mai mollato un lavoro prima che fosse finito.»

«Questo sarà finito in tempo,» replicò il sindaco, con lo stesso tono che avrebbe usato con un bambino. «Cos’è tutta questa fretta, Jim?»

«Fretta? Darsi da fare, dico io… per finirlo e cominciare qualcos’altro. Più cose fai, meglio vivi!»

«A tutto beneficio dei vostri sfruttatori,» chiocciò Miller. Se ne stava lì, sui gradini del municipio, come un gallo attaccabrighe e affamato.

«Quali sfruttatori?» Il sindaco era perplesso quanto me.

«Ma i… i grandi affaristi, che…»

«Non c’è più nessun affarista,» ribatté Zio Jim. Un altro po’ di vita e d’energia sembrò scivolar via da lui mentre ammetteva questo. «I nostri bottegai?… Essi pensano soltanto a sopravvivere. Far profitti? Non ci sentono da quest’orecchio. Sono troppo pigri per espandersi.»

«Ma allora, perché qui da voi non c’è il socialismo?» Miller scrutò tutt’intorno a sé, come alla ricerca d’un nemico nascosto. «Ogni famiglia sta per conto suo. Dov’è, allora, la vostra solidarietà?»

«Andiamo discretamente d’accordo fra noi, Natolibero,» spiegò il sindaco. «E abbiamo dei tribunali che risolvono ogni disputa.»

«Ma voi non volete andare avanti, non volete progredire, così…»

«Abbiamo quanto ci basta,» dichiarò il sindaco, dandosi dei colpetti sul ventre. «Io non potrei certo mangiare più di quanto mangio.»

«Ma potresti vestire di più!» esclamò lo Zio Jim. Si agitava nervosamente sui gradini, povero pazzo, ballando davanti ai nostri occhi come le marionette di uno spettacolo ambulante. «Ognuno potrebbe avere la sua automobile, un nuovo modello ogni anno tutto splendidamente cromato, e nuove macchine per alleggerire il tuo lavoro, e…»

«E per comperare tutto quel mucchio di cianfrusaglie, create soltanto per essere consumate, voi rendereste le vostre vite schiave dei capitalisti,» dichiarò Miller. «Il popolo deve produrre per il popolo.»

Andy lanciò un’occhiata d’intesa al sindaco. «Ora, senti un po’, Natolibero,» cominciò, gentilmente, «sembra che tu non abbia afferrato il punto. Noi non vogliamo simili aggeggi. Non vale assolutamente la pena far progetti e affannarsi a lavorare per avere di più di quello che già abbiamo, no di certo, finché ci saranno ragazze da amare in primavera, e cervi a cui dar la caccia in autunno. E quando noi lavoriamo, preferiamo farlo per noi stessi, piuttosto che per qualcun altro, che questo qualcun altro sia, come dici tu, un capitalista oppure il popolo. Adesso, invece, mettiamoci seduti, e godiamocela un po’ prima di pranzo.»

Infilatomi tra le gambe della gente, udii Si Johansen bofonchiare a Joseph Arakelian: «Proprio non ci arrivo. Cosa dovremmo farci con quelle macchine? Se io avessi una maledetta macchina che fabbrica i mobili al posto mio, cosa ci farei, allora, con le mie mani?»

Joseph scrollò le spalle. «A esser sincero, Si, la cosa mi tocca personalmente. Chissà cosa non darei per vedere due persone vestite nell’identica maniera.»

«Chissà quanto sarebbe bello,» mi disse Red, «avere un’automobile come quelle che si vedono nelle riviste di Zio Jim.»

«E dove mai andresti?» chiese Bob.

«Oh, diavolo, non so. In Canada, forse. Ma che sciocchezza, posso già andare in Canada tutte le volte che riesco a convincere mio padre a collaudare uno degli aerei.»

«Ma certo,» annuì Bob. «E se devi viaggiare per meno di cento miglia, ti servi di un cavallo, non è vero? Perché mai vorresti avere una vecchia automobile?»

Sgomitando riuscii a farmi strada attraverso la calca verso la Piazza, dove le donne stavano apparecchiando le tavole all’aria aperta e portando cibo per il banchetto. La folla si accalcava così fitta intorno al nostro ospite là dov’era seduto che non riuscii ad avvicinarmi granché, ma insieme a Stinky mi arrampicai sopra l’Albero della Piazza, una gigantesca quercia grigia, quindi strisciammo lungo un ramo fino a quando non ci trovammo appesi esattamente sopra la sua testa. Il suo cranio era calvo, con macchie rosso-scuro qua e là, in precario equilibrio su un collo sottile, ma l’uomo continuava a girarsi in tutte le direzioni e a parlare con voce stridula.

Andy e il sindaco gli sedevano accanto, tirando boccate dalle loro pipe, e laggiù c’era anche lo Zio Jim. La gente aveva fatto largo anche a lui, pregustando i fuochi d’artificio. Davvero una grossa imprudenza, in verità, ma come sarebbe stato possibile prevederlo? Lo Zio Jim si era sempre comportato da uomo pacifico, e non avevamo mai avuto due matti insieme in città.

«… forze della reazione,» stava dicendo il Compagno Miller. «Io non sono sicuro di quali forze, esattamente, abbiano provocato la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Già da prima era difficile avere notizie da laggiù, c’erano sempre meno trasmissioni televisive e… insomma, ammetto di avere parecchi dubbi che dietro questa tragedia ci siano stati i capitalisti, o i cinesi. Tutti e due questi sistemi si erano già sfasciati molto prima.»

«Ma, cos’è successo, poi, in Russia?» domandò Ed Mulligan, il consigliere psicologico della città, che aveva fatto i suoi studi al Menninger, laggiù nel Kansas. «Voglio dire, cos’è successo davvero? Non ho mai pensato che i Comunisti consentissero la libertà, no di certo, da quanto ho letto.»

«Quella che voi chiamate libertà,» replicò Miller in tono sprezzante. «Io, da parte mia, sospetto che il revisionismo abbia fatto presa. E una volta trascinato nella corruzione, quell’intero, disgraziato paese era maturo per un colpo di mano rivoluzionario.»

«No, questo non è affatto vero,» intervenne lo Zio Jim. «A suo tempo, ricordo, seguii le notizie che venivano da laggiù. I Comunisti in Russia finirono per ammorbidirsi e per corrompersi da soli. Succede sempre così, ai tiranni. Non furono in grado di prevedere i cambiamenti che la nuova tecnologia avrebbe apportato, e l’introdussero senza pensarci due volte nel paese. Ben presto la loro Cortina di Ferro scomparve, mangiata dalla ruggine. E nessuno gli diede più retta.»

«Proprio cosi, Jim,» annuì Andy. Scorse la mia faccia tra il folto dei rami, e mi strizzò l’occhio. «Vi furono esplosioni di violenza, e il tracollo si verificò in maniera più complicata di quanto tu pensi, ma essenzialmente accadde proprio questo. Il guaio è che tu non sembri capire che l’identica cosa è accaduta anche negli Stati Uniti.»

Miller scrollò la sua testa vizza. «Marx ha provato che i progressi tecnologici portano inevitabilmente al socialismo,» disse. «Oh, certo, la causa ha conosciuto ostacoli, ritardi, ma il suo giorno è vicino.»

«Sì, forse tu hai ragione, fino a un certo punto,» replicò Andy. «Ma, capisci, la scienza e la società sono ormai al di là di quel punto. Forse, potrei darti una semplice spiegazione.»

«Se proprio vuoi,» borbottò Miller, corrucciato.

«Bene. Ho studiato a fondo quel periodo. La tecnologia ha fatto sì che poca gente e pochi acri di terra fossero in grado di nutrire l’intero paese, finché milioni di acri non furono lasciati incolti; avresti potuto comprarli per un pugno di lenticchie. Contemporaneamente, le città erano supertassate, abbandonate a sé da chi avrebbe dovuto rappresentarle, e soffocavano nel loro stesso traffico. Per giunta, qualcuno inventò un’unità a energia solare economica, e l’accumulatore ad alta capacità. E questo consentì che un singolo individuo fosse in grado di provvedere a quasi tutte le proprie necessità, senza massacrarsi di fatica a tutto vantaggio di qualcun altro per poter pagare i prezzi inflazionati richiesti da un’economia in cui qualunque attività veniva sovvenzionata o protetta a spese dei contribuenti. Per di più, vivendo in questa nuova maniera, un uomo era in grado di ridurre il proprio reddito al punto che, praticamente, non pagava più tasse… addirittura, viveva meglio con una settimana lavorativa molto più corta.

«Un po’ per volta, la gente decise di andarsene dalle città e di stabilirsi in piccole comunità, in campagna. Così, prese a consumare di meno, e questo provocò una grande depressione, la quale spinse ancora altra gente a provvedere da sola alle proprie necessità. A questo punto i grossi produttori e i maggiori sindacati capirono finalmente ciò che stava accadendo, e tentarono di far approvare nuove leggi contro quelle che loro definivano pratiche antiamericane; ma era troppo tardi, ormai. Nessuno se ne interessò. Per cui, come puoi vedere, ogni cosa è avvenuta gradualmente. Ma comunque è avvenuta, e io penso che sia stato per il meglio.»

«Ridicolo!» esclamò Miller. «Il capitalismo ha fatto bancarotta, come Marx aveva previsto già duecento anni fa, ma la sua malefica influenza era ancora così potente che invece di farvi avanzare verso il collettivismo, vi ha fatto regredire fino a farvi ridiventare dei contadini.»

«Oh, insomma,» disse il sindaco. Vidi che questo l’aveva alquanto infastidito, e mi venne da pensare che i contadini erano, forse, gente non Natalibera. «Ora, uhm, potremmo passare il tempo con un po’ di canzoni.»

Malgrado fosse quasi del tutto senza voce, la cortesia esigeva che s’invitasse Miller a esibirsi per primo. Lui quindi si alzò in piedi e prese a cantare con voce tremula qualcosa circa un tizio di nome Joe Hill. Ma anche se la melodia era piacevole, perfino un ragazzino di nove anni, come me, si accorse quasi subito che si trattava d’una meschina e noiosa filastrocca. Uno schema bambinesco a-b-c-b con rime rozze e nessuna doppia metafora. E per giunta, a chi mai può importare quello che è capitato a un piccolo, pidocchioso vagabondo, quando noi abbiamo tante canzoni di caccia ed epopee che ci parlano di esploratori interplanetari? Fui ben contento quando venne il turno di Andy, il quale ci offrì della vera musica con dentro tutt’altra energia.

Infine, fummo chiamati per il pranzo. Mi lasciai scivolare giù dall’Albero e mi sedetti lì vicino. Compagno Miller e lo Zio Jim si scambiavano sguardi brucianti dai due lati del tavolo, ma nessuno iniziò nuove discussioni per due ore buone, finché il pranzo non fu finito. La gente aveva perso parecchio interesse nel forestiero, non appena si era resa conto che aveva passato il suo tempo rintanato in una città morta, e aveva preferito allontanarsi per andare a ballare e a giocare. Andy però era rimasto: non che davvero lo desiderasse, ma perché era stato proprio lui a invitare Miller.

Il Comunista esalò un lungo sospiro e si alzò in piedi. «Vi ringrazio per la vostra gentilezza,» disse.

«Pensavo che noi fossimo un branco di sporchi capitalisti,» sogghignò lo Zio Jim.

«È l’uomo che m’interessa, dovunque sia e in qualunque condizione si trovi a vivere,» replicò Miller.

Lo Zio Jim alzò la voce, e con essa anche il suo bastone: «L’uomo! Voi dichiarate d’interessarvi all’uomo, voi, che l’avete ucciso… che l’avete reso schiavo?»

«Oh, smettila adesso, Jim,» sbuffò Andy. «È successo tanto tempo fa. A chi vuoi che importi ancora, oggi?»

«A me importa!» Lo Zio Jim fece per gridare qualcosa d’altro, poi si girò verso Miller e avanzò verso di lui, sulle gambe rigide, le dita ripiegate ad artiglio. «Hanno ucciso mio padre. Decine di migliaia di uomini sono morti… per un ideale. E a te non importa niente! Tutto questo maledetto paese non ha più un briciolo di budella!»

Io ero lì, immobile, sotto l’Albero, una mano a trarre conforto dalla sua ruvida corteccia. Cominciavo ad aver paura, non capivo… Certamente Andy, che era stato selezionato dalla Fondazione per le Ricerche delle Città Unite, per il lungo viaggio nell’oscurità verso Marte, proprio per acquisire nuove conoscenze, non era un codardo. E certamente a mio padre, un uomo gentile e sempre allegro, non mancavano le budella. Cosa mai avrebbe dovuto mancarci, allora?

«Oh, maledizione, tu, parassita e strisciante leccapiedi,» urlò Miller, «sei stato tu a strappargli le budella! Sei stato tu a uccidere gli uomini che lavoravano, imprigionando con l’inganno i loro figli nelle tue organizzazioni fantoccio, e… e… cosa puoi dirmi dei peones messicani?»

Andy cercò d’infilarsi tra i due. Il bastone di Miller gli calò sulla testa con un tonfo. Andy balzò indietro, cercando di ripulirsi dal sangue, fissando impotente i due vecchi pazzi che continuavano a gridarsi l’un l’altro atroci insulti. Ma non poteva farli smettere con la forza; avrebbe rischiato di far loro del male.

Forse, in quell’istante, finalmente capì. «Sì, sì, d’accordo, Natiliberi,» si affrettò a dire. «D’accordo. Vi ascolteremo. Bene, questa sera potrete tenere un bel dibattito, nel nostro municipio, e tutti potranno venire a…»

Ma era ormai troppo tardi. Lo Zio Jim e il Compagno Miller si stavano già azzuffando, incrociando le loro braccia sottili, gli occhi velati dalle lacrime, perché non avevano più la forza bastante a distruggere ciò che più odiavano. Ma io penso, adesso, che tutto quest’odio avesse avuto origine da un amore frustrato. Tutti e due ci amavano, in una strana, distorta maniera, e a noi di tutto questo amore non importava niente, niente del tutto.

Andy chiamò altri uomini e in qualche modo separarono i due, i quali furono scortati in due diverse case a farsi un sonnellino. Quando, due ore dopo, il dottor Simmons venne a cercare lo Zio Jim, questi se n’era andato. Allora il dottore si precipitò dal Comunista, ma anche questi se n’era andato.

Tutto questo lo seppi solo in seguito, poiché ero andato a giocare a rincorrersi e a tocca-e-fuggi con gli altri ragazzi laggiù dove il fiume scorreva fresco, nell’ombra. E fu la mattina dopo, nello stesso fiume, che il nostro poliziotto, Thompson, trovò il Comunista e il Repubblicano. Nessuno poté dire cosa fosse accaduto. I due si erano incontrati sotto gli Alberi, soli, all’imbrunire, all’ora in cui i falò venivano accesi e gli Anziani si riunivano in allegria intorno ad essi e gli innamorati scomparivano furtivi nel folto dei boschi. Soltanto di questo noi fummo sicuri. Offrimmo a essi un dignitoso funerale.

Tutti ne parlarono in città, per una settimana, anzi, la notizia si sparse per tutto il territorio dell’Ohio; ma ben presto tutto questo parlarne finì, e i due vecchi pazzi ben presto furono dimenticati. Quello fu l’anno in cui la Fratellanza conquistò il potere nel nord, e gli uomini si chiesero cosa mai, questo, poteva significare. La primavera successiva lo capirono, fu creata un’alleanza e la guerra si estese fra le colline. Perché quei banditi della Fratellanza, proprio come avevano minacciato, abbatterono gli Alberi in grande quantità e non ne piantarono nessuno. E quest’azione delittuosa non poteva rimanere impunita.

Il Senso del Potere

The Feeling of Power

di Isaac Asimov

The Magazine of Fantasy and Science Fiction, febbraio

Aha, una delle mie. Questa storia è una di quelle che vengono antologizzate più di qualunque altra mia storia e credo di saperne il perché.

È uno di quei casi dove alcuni aspetti del futuro vengono visti con chiarezza. Non che mi sia impegnato a far previsioni, intendiamoci. Stavo soltanto scrivendo una satira.

Tanto per cominciare, descrivevo una società nella quale i computer tascabili erano d’impiego comune, e lo feci nel 1958, quando i computer erano ancora dei bestioni giganteschi e ingombranti, che cominciavano soltanto allora a venir transistorizzati. (Tuttavia, giusto per dimostrarvi quanto poco io ascolti me stesso, quando quindici anni più tardi i computer tascabili divennero una realtà, fui colto del tutto impreparato. Era appena apparso un mio libro su come usare il regolo calcolatore, il che all’istante equivalse ad averne scritto uno sull’uso dei numeri romani.)

In secondo luogo, descrissi (ah, ah, ah) una società nella quale i computer erano diventati talmente comuni che la gente si era dimenticata come compiere le più banali operazioni aritmetiche senza averne uno. (Non è così divertente, sapete. Siete in grado di accendere un fuoco senza un fiammifero? Una volta la gente sapeva come farlo.)

E in effetti oggigiorno la gente si preoccupa che gli scolari non imparino mai a risolvere i più semplici problemi senza un computer. Ascoltatemi, sorprendo me stesso a dipendere dal computer. Oggi come oggi, se debbo sottrarre 387 da 7.933, mi guardo bene da usare carta e penna. Dico, «Dove diavolo è la calcolatrice?», vado a prenderla e pigio i tasti.

Comunque, nel leggere la mia satira, spalancate gli occhi e anche le orecchie, potrebbe risuonare qualche eco sinistra qua e là. (I.A.)

Jehan Shuman era abituato a trattare con gli uomini al potere sulla Terra da lungo tempo in guerra. Era soltanto un civile ma creava modelli di programmazione che davano come risultato computer militari del massimo livello, in grado di gestirsi da soli. Di conseguenza i generali gli prestavano attenzione. E anche i capi dei comitati del Congresso.

Un esponente di ciascun organismo era presente nello speciale salotto del Nuovo Pentagono. Il generale Weider aveva la pelle bruciata dallo spazio e la bocca raggrinzita ridotta quasi ad uno scarabocchio. Brant, il rappresentante del Congresso, aveva le guance lisce e l’occhio limpido. Fumava tabacco denebiano con l’aria di un uomo il cui patriottismo era talmente noto da potersi permettere libertà del genere.

Shuman, alto, distinto, e Programmatore di Prima Classe, li fronteggiava impavido.

Disse: «Questo, signori, è Ladislas Aub.»

«L’uomo dotato di un dono insolito che lei ha scoperto per puro caso,» commentò il rappresentante del Congresso Brant, placidamente. «Ah.» Esaminò con amabile curiosità l’ometto dalla testa calva come un uovo.

In risposta l’ometto, in preda all’ansia, si torse le dita delle mani. Mai prima di allora si era trovato davanti a uomini così importanti. Era soltanto un Tecnico anziano di basso rango che molto tempo addietro aveva fallito tutti i test concepiti per scovare, tra una folla di gente mediocre, gli individui particolarmente dotati, e si era fossilizzato nel solito tran-tran del lavoro non specializzato. C’era soltanto quel suo hobby che il Grande Programmatore aveva scoperto e sul quale adesso stava facendo tutto quel chiasso spaventoso.

Il generale Weider dichiarò: «Trovo infantile questa atmosfera di mistero.»

«Non la troverà più infantile tra un momento,» disse Shuman. «Non è qualcosa che possiamo raccontare al primo venuto. Aub!» C’era qualcosa d’imperativo nel suo modo di troncare con un morso quel cognome d’una sola sillaba, ma d’altronde si trattava di un Grande Programmatore che parlava a un semplice Tecnico. «Aub! Quanto fa nove per sette?»

Aub esitò un attimo, nei suoi pallidi occhi luccicava una vaga ansietà. «Sessantatré,» disse.

Il deputato Brant, alzò le sopracciglia. «È giusto?»

«Controlli lei stesso, deputato.»

L’Onorevole tirò fuori il suo computer tascabile, sfiorò due volte gli orli zigrinati, ne fissò il display mentre giaceva là nel palmo della sua mano, e se lo rimise in tasca. Disse: «È per dimostrarci questo dono che ci ha fatti venire fin qua? Un illusionista?»

«Assai di più, signore. Aub ha memorizzato alcune operazioni e con queste è in grado di calcolare sulla carta.»

«Un computer di carta?» chiese il Generale. Pareva afflitto.

«No, signore,» disse Shuman, con pazienza. «Non un computer di carta. Soltanto un foglio di carta. Generale, vuole essere così gentile da suggerire un numero?»

«Diciassette,» disse il Generale.

«E lei, Deputato?»

«Ventitré.»

«Bene! Aub, moltiplichi questi numeri e, per favore, faccia vedere a questi signori in che modo lo fa.»

«Sì, Programmatore,» disse Aub, chinando la testa. Tirò fuori un piccolo taccuino da una tasca della camicia e una stilo sottile come quella di un artista da un’altra. Corrugò la fronte mentre tracciava con cura dei segni sulla carta.

Il Generale Weider lo interruppe brusco. «Mi faccia vedere.»

Aub gli passò il foglio, e Weider disse: «Be’, assomiglia al numero diciassette.»

L’Onorevole Brant annuì e aggiunse: «Certo, ma suppongo che chiunque sia in grado di copiare i numeri da un computer. Credo che riuscirei anch’io a tracciare un diciassette passabile, anche senza tanti esercizi.»

«Se soltanto vorrete avere la cortesia di lasciare che Aub continui,» disse Shuman senza accalorarsi.

Aub continuò, con la mano che gli tremava un po’. Alla fine disse a bassa voce: «La risposta è trecentonovantuno.»

L’Onorevole Brant tirò fuori il suo computer una seconda volta e lo attivò. «Per Giove, è così. Come ha fatto a indovinare?»

«Non ha indovinato,» disse Shuman. «Ha calcolato il risultato. Lo ha fatto su questo foglio di carta.»

«Balle,» esclamò il generale con impazienza. «Un computer è una cosa, e dei segni su un pezzo di carta un’altra.»

«Spieghi, Aub,» disse Shuman.

«Si, Programmatore. Bene, signori, scrivo diciassette e, subito sotto, scrivo ventitré. Poi, dico a me stesso; sette volte tre…» L’Onorevole lo interruppe con voce melliflua: «Suvvia, Aub, il problema è diciassette volte ventitré.»

«Si, lo so,» replicò il piccolo tecnico con fervore, «ma io comincio dicendo sette volte tre, è perché è così che funziona. Ora, sette volte tre fa ventuno.»

«E come fa a saperlo?» gli chiese l’Onorevole.

«Lo ricordo e basta. Viene fuori sempre ventuno al computer. L’ho controllato un sacco di volte.»

«Questo non significa che sarà sempre così, vero?» disse l’Onorevole.

«Forse no,» balbettò Aub. «Non sono un matematico. Ma mi vengono sempre le risposte giuste, capisce.»

«Vada avanti.»

«Sette volte tre fa ventuno, così scrivo ventuno. Poi, uno per tre fa tre, così scrivo un tre sotto il due di ventuno.»

«Perché sotto il due?» chiese subito l’Onorevole Brant.

«Perché…» Aub lanciò un’occhiata d’impotenza al suo superiore per cercare un appoggio. «È difficile da spiegare.»

Shuman disse: «Se per il momento vorrà accettare quello che stava facendo così com’è, possiamo lasciare i dettagli ai matematici.»

Brant desistette.

Aub disse: «Tre più due fa cinque, capite, così il ventuno diventa un cinquantuno. Adesso questo lo lasciate stare per un po’ e si ricomincia da capo. Moltiplicate sette per due che fa quattordici, e uno per due che fa due. Scriveteli così, e sommandoli si ottiene trentaquattro. Adesso, se mettete il trentaquattro sotto il cinquantuno in questo modo, e li addizionate, ottenete trecentonovantuno, questo è il risultato.»

Vi fu un istante di silenzio e il generale Weider disse : «Non ci credo. Recita tutta questa tiritera e si inventa i numeri e li moltiplica e li somma in un senso o nell’altro, ma non ci credo. È troppo complicato perché possa essere qualcosa di più di un imbroglio.»

«Oh, no, signore,» disse Aub tutto sudato. «Sembra complicato perché lei non è abituato a farlo. In realtà le regole sono molto semplici, e funzionano con qualsiasi numero.»

«Qualsiasi numero, eh?» disse il Generale. «Vediamo, allora.» Tirò fuori il proprio computer (un severo modello militare) e pigiò i tasti a caso. «Metta sulla carta un cinque, un sette, un tre, un otto. Cioè cinquemilasettecentotrentotto.»

«Si, signore,» disse Aub, prendendo un nuovo foglio di carta.

«Adesso,» battendo ancora sul suo computer, «sette due tre nove. Settemiladuecentotrentanove.»

«Sì, signore.»

«E adesso moltiplichi questi due.»

«Ci vorrà un po’ di tempo,» disse Aub con un tremito nella voce.

«Prenda il suo tempo,» disse il Generale.

«Proceda pure, Aub,» disse Shuman, con vivacità.

Aub si mise al lavoro, curvando la schiena. Prese un altro foglio di carta, e un altro ancora. Dopo qualche tempo il Generale tirò fuori il suo orologio e lo fissò. «Ha finito con le sue magie, Tecnico?»

«Ho quasi terminato, signore. Ecco qua, signore. Quarantun milioni, cinquecentotrentasettemila, trecentoottantadue.» Mostrò le cifre del risultato che aveva scarabocchiato sulla carta.

Il Generale Weider esibì un sorriso agro. Pigiò il comando della moltiplicazione sul suo computer e lasciò che i numeri vorticassero fino a fermarsi. E poi li fissò e disse, con uno squittio di sorpresa: «Grande Galassia, questo tizio ha ragione.»

Il Presidente della Federazione Terrestre si era fatto smunto a causa dei gravosi impegni della sua carica, ma soltanto in privato permetteva che l’espressione di abituale malinconia comparisse sui suoi lineamenti sensibili.

La Guerra Denebiana, dopo i suoi inizi fatti di vasti movimenti e di grande popolarità, si era ridotta ad un sordido rivolo di manovre e contromanovre, e lo scontento cresceva sempre di più sulla Terra. E forse stava crescendo anche su Deneb.

E adesso l’Onorevole Brant, capo dell’importante Comitato per le Competenze Militari, con allegria e naturalezza passava il suo appuntamento di mezz’ora a declamare sciocchezze.

«Fare calcoli senza computer,» disse il Presidente, in tono impaziente, «è una contraddizione di termini.»

«I computer,» dichiarò l’Onorevole, «sono soltanto un sistema per elaborare dati. Può farlo una macchina, ma può farlo anche il cervello umano. Lasci che le dia un esempio.» E, utilizzando le nuove capacità che aveva appena appreso, calcolò somme e prodotti fino a quando il Presidente, suo malgrado, cominciò a mostrarsi interessato.

«Funziona sempre?»

«Tutte le volte, Signor Presidente. È infallibile.»

«È difficile da imparare?»

«Mi ci è voluta una settimana per trovare il bandolo. Credo che lei potrebbe fare meglio.»

«Bene,» disse il Presidente, pensandoci, «è un interessante gioco da salotto, ma a cosa serve?

«A cosa serve un neonato, Signor Presidente? Al momento non serve, ma non vede che questo indica la strada verso la liberazione dalla macchina? Consideri il fatto, Signor Presidente,» l’Onorevole si alzò in piedi e la sua voce profonda assunse istintivamente le cadenze da lui usate in un dibattito pubblico, «che la guerra denebiana è una guerra di computer contro computer. I loro computer producono un impenetrabile scudo di contromissili contro i nostri missili, e i nostri computer ne producono uno contro i loro, e da cinque anni a questa parte esiste un equilibrio precario e senza profitto.

«Adesso abbiamo in mano un metodo per oltrepassare i computer, scavalcarli, passarci attraverso. Combineremo la meccanica dei calcoli con il pensiero umano; avremo l’equivalente dei computer intelligenti; ne avremo miliardi. Non posso prevedere quali saranno le conseguenze nei particolari, ma saranno incalcolabili. E se Deneb dovesse giocare d’anticipo, potrebbero essere catastrofiche.»

Il Presidente disse, turbato: «Cosa vorrebbe che facessi?»

«Dare tutto l’appoggio dell’amministrazione alla costituzione di un progetto segreto sui calcoli fatti dal cervello umano. Lo chiami Progetto Numero, se vuole. Posso rispondere del mio comitato, ma avrò bisogno dell’amministrazione alle mie spalle.»

«Ma fino a dove può arrivare il calcolo umano?»

«Non ci sono limiti. Stando al Programmatore Shuman che mi ha fatto conoscere per primo questa scoperta…»

«Ho sentito parlare di Shuman, naturalmente.»

«Si. Bene, il Dottor Shuman mi dice che in teoria non c’è niente che il computer faccia che la mente umana non possa fare. Il computer si limita a prendere un numero finito di dati ed esegue un numero finito di operazioni su di essi. La mente umana può riprodurre quel processo.

Il Presidente considerò la cosa. Disse: «Se Shuman lo dice, sono incline a credergli, in teoria. Ma in pratica come può qualcuno sapere come funziona un computer?»

Brant rise giovialmente. «Bene, Signor Presidente, mi sono posto anch’io la stessa domanda. Pare che un tempo i computer fossero concepiti direttamente dagli esseri umani. Quelli erano computer semplici, naturalmente; questo accadeva prima che i computer venissero utilizzati in modo razionale per progettare computer più progrediti.»

«Sì, sì. Vada avanti.»

«A quanto pare il Tecnico Aub ha, come proprio hobby, la ricostruzione di alcuni di questi antichi congegni, e nel farlo ha studiato i dettagli del loro funzionamento scoprendo di poterli imitare. La moltiplicazione che ho appena eseguito per lei è una imitazione del funzionamento di un computer.»

«Sorprendente!»

L’Onorevole dette in un cortese colpetto di tosse. «Se mi è concesso mettere l’accento su un altro punto, Signor Presidente, più riusciremo a sviluppare questa cosa, più potremo stornare il nostro sforzo federale dalla produzione dei computer e dalla loro manutenzione. Quando il cervello umano prenderà il sopravvento, una parte più consistente delle nostre energie potrà venir convogliata su attività da tempo di pace e l’interferenza della guerra nella vita dell’uomo comune sarà minore. Tutto questo sarà estremamente vantaggioso per il partito al potere, naturalmente.»

«Ah,» disse il Presidente, «capisco il suo punto di vista. Bene, si sieda, Onorevole, si sieda. Voglio un po’ di tempo per poterci pensare. Ma nel frattempo mi faccia vedere di nuovo quel trucchetto della moltiplicazione. Vediamo se riesco a capirci qualcosa.»

Il Programmatore Shuman non cercò di accelerare le cose. Loesser era conservatore, molto conservatore, e gli piaceva trattare con i computer come avevano fatto suo padre e suo nonno. Tuttavia controllava il consorzio dei computer dell’Europa occidentale e se fosse stato possibile persuaderlo a aderire al Progetto Numero con quanto più entusiasmo possibile, sarebbe stato fatto un enorme passo avanti.

Ma Loesser esitava. Disse: «Non sono sicuro che mi piaccia l’idea di allentare la nostra presa sui computer. La mente umana è una cosa capricciosa. I computer danno sempre la stessa risposta allo stesso problema tutte le volte che glielo si propone. Che garanzia abbiamo che la mente umana faccia lo stesso?»

«La mente umana, Calcolatore Loesser, si limita soltanto a manipolare i fatti. Non ha importanza che sia una mente umana o una macchina a farlo. Sono soltanto strumenti.»

«Sì, sì. Ho esaminato la sua ingegnosa dimostrazione secondo la quale la mente può duplicare il computer, ma a me pare un po’ campata in aria. Le concedo la teoria, ma che ragioni abbiamo per pensare che la teoria possa venir convertita in pratica?»

«Credo che abbiamo delle ragioni, signore. Dopotutto i computer non sono sempre esistiti. Gli uomini delle caverne con le loro triremi, le loro asce di pietra e le loro ferrovie non avevano computer.»

«E forse non facevano neanche i calcoli.»

«Sa che non è così. Perfino la costruzione di una ferrovia o di uno ziggurat richiedevano dei calcoli, e questo deve essere stato fatto senza computer, così come li conosciamo noi.»

«Intende forse suggerire che facevano i calcoli nella maniera che lei ha dimostrato?»

«Probabilmente no. Dopotutto questo metodo, noi lo chiamiamo ‘grafitico,’ incidentalmente, dalla vecchia parola europea grapho, che vuol dire ‘scrivere’, è stato sviluppato partendo dai computer medesimi, perciò non può averh preceduti. Tuttavia gli uomini delle caverne dovevano aver avuto qualche metodo, eh?»

«Arti perdute! Se lei ha intenzione di mettersi a parlare di arti perdute…»

«No, no. Non sono un entusiasta delle arti perdute, anche se non dico che non ce ne possa essere qualcuna. Dopotutto, l’uomo mangiava il grano prima degli idroponici e se i primitivi mangiavano il grano, devono averlo fatto crescere nel terreno. Che altro avrebbero potuto fare?»

«Non lo so, ma crederò nella coltivazione in terra quando avrò visto qualcuno far crescere il grano nel terreno. E crederò che si possa fare del fuoco sfregando insieme due selci quando avrò visto anche questo.»

Shuman si dette da fare per placarlo. «Be’, atteniamoci ai grafitici. È solo parte del processo di eterealizzazione. Il trasporto per mezzo di voluminosi marchingegni lascia il posto al trasferimento diretto della massa. Gli apparecchi di comunicazione diventano continuamente meno ingombranti e più efficienti. Se è per questo, paragoni il suo computer tascabile con quegli affari enormi di migliaia di anni fa. Perché non compiere allora l’ultimo passo sbarazzandosi completamente dei computer? Suvvia, signore, il Progetto Numero è un’impresa in pieno sviluppo; i progressi sono già travolgenti. Ma noi vogliamo il suo aiuto. Se il patriottismo non la smuove, consideri lo spirito d’avventura che ciò comporta.»

Loesser disse, in tono scettico: «Quale progresso? Cosa può fare al di là della moltiplicazione? Può integrare una funzione trascendente?»

«Col tempo, signore. Durante l’ultimo mese ho imparato a fare le divisioni. Posso determinare, e correttamente, i quozienti interi, e i quozienti decimali.»

«I quozienti decimali? Con quanti decimali?»

Il Programmatore Shuman cercò di parlare con indifferenza. «Qualunque numero!»

La mascella di Loesser precipitò in basso. «Senza un computer?»

«Mi ponga un problema.»

«Divida ventisette per tredici. Con sei decimali.»

Cinque minuti più tardi Shuman disse: «Due virgola zero sette sei nove due tre.»

Loesser controllò il risultato. «Bene, è proprio sorprendente. La moltiplicazione non mi faceva poi tanto effetto perché dopotutto comportava degli interi, e pensavo che manipolandoli con qualche trucco si potesse fare. Ma i decimali…»

«E questo non è tutto. C’è un nuovo sviluppo che è, finora, top secret e che, strettamente parlando, non dovrei citare. Tuttavia abbiamo fatto un importante passo avanti sul fronte delle radici quadrate.»

«Le radici quadrate?»

«Comportano aicuni punti scabrosi e non abbiamo ancora superato certi intoppi, ma il Tecnico Aub, l’uomo che ha inventato questa scienza e che ha una sorprendente intuizione in rapporto con essa, sostiene di essere soltanto un tecnico. Un uomo come lei, un matematico addestrato e dotato, non dovrebbe incontrare nessuna difficoltà.»

«Le radici quadrate,» borbottò Loesser, vagamente affascinato.

«Anche le radici cubiche. È con noi?»

D’un tratto Loesser allungò la mano nella sua direzione. «Contate su di me.»

Il Generale Weider andava avanti e indietro pestando i piedi in fondo alla stanza e si rivolgeva ai suoi ascoltatori alla maniera di un insegnante isterico che si trovasse a dover affrontare un gruppo di studenti recalcitranti. Non faceva nessuna differenza per il Generale che si trattasse degli scienziati civili a capo del Progetto Numero. Il Generale era il capo di tutti loro, e così si considerava in tutti i momenti della giornata.

Dichiarò: «Ora, le radici quadrate vanno benissimo. Io non le so fare e non capisco le operazioni, ma vanno benissimo. Tuttavia il Progetto non verrà deviato su quelle che qualcuno di voi definisce le basi teoriche. Potrete trastullarvi con i grafitici in qualsiasi maniera vi aggradi una volta finita la guerra, ma in questo momento abbiamo dei problemi specifici e molto pratici da risolvere.» In un angolo lontano il Tecnico Aub ascoltava con dolorosa attenzione. Non era più un Tecnico, naturalmente, essendo stato sollevato dai suoi doveri e assegnato al Progetto, con un titolo altisonante e una buona paga. Ma naturalmente rimanevano le distinzioni sociali e i capi scientifici di altissimo livello non avrebbero mai potuto ammetterlo alla pari fra i loro ranghi. Né lui lo desiderava. Si trovava a disagio con loro proprio come loro con lui.

Il Generale stava dicendo: «Il nostro scopo è semplice, signori; sostituire i computer. Una nave in grado di navigare nello spazio senza un computer a bordo può venir costruita in un quinto del tempo e con un decimo della spesa di una nave gravata da un computer. Potremo costruire flotte cinque, dieci volte maggiori di quelle di Deneb se soltanto riusciremo a eliminare i computer.

«E vedo qualcosa persino al di là di questo. Adesso potrebbe apparire fantastico, un mero sogno; ma per il futuro prevedo dei missili guidati dall’uomo!» Uno sbalordito mormorio si levò dagli astanti.

Il Generale proseguì. «Nel momento attuale, il nostro ostacolo sta nel fatto che i missili hanno una intelligenza limitata. Il computer che li controlla non può essere più grande di tanto, perciò possono affrontare la natura mutevole delle difese antimissile soltanto in maniera insoddisfacente. Pochi missili, sempre che ce ne sia qualcuno, riescono a portare a termine il loro compito, e la guerra con i missili sta arrivando a un vicolo cieco; per il nemico, per fortuna, oltre che per noi.

«D’altro canto, un missile con un uomo o due all’interno, in grado di controllare il volo grazie ai grafitici, sarebbe più leggero, dotato di una maggiore mobilità, più intelligente. Ci darebbe un vantaggio che potrebbe significare benissimo il margine della vittoria. E a parte questo, signori, le esigenze della guerra ci costringono a ricordare una cosa. Un uomo è molto meno costoso di un computer. I missili con equipaggio a bordo potrebbero venir lanciati in numero e in circostanze che nessun buon generale potrebbe mai intraprendere per quello che riguarda i missili pilotati dai computer…»

Disse molto altro ancora, ma il Tecnico Aub non aspettò.

Il Tecnico Aub, nello spazio rigorosamente privato dei suoi alloggi, rifletté a lungo sul messaggio che avrebbe lasciato dietro di sé.

Alla fine, il messaggio suonò cosi:

«Quando ho cominciato lo studio di quelli che adesso vengono chiamati grafitici, per me non era altro che un hobby. Per me era soltanto un passatempo interessante, una ginnastica mentale.

«Quando è cominciato il Progetto Numero, avevo pensato che gli altri fossero più saggi di me; che i grafitici potessero venire impiegati soltanto a beneficio dell’umanità: magari per contribuire alla produzione di congegni d’uso pratico per il trasferimento di massa. Ma adesso vedo che verranno usati soltanto per la morte.

«Non posso affrontare le responsabilità legate all’invenzione dei grafitici.»

Poi puntò deliberatamente contro di sé il punto focale di un depolarizzatore proteinico e, senza provar dolore, cadde morto.

Erano immobili accanto alla tomba del piccolo Tecnico, mentre veniva pagato il tributo alla grandezza della sua scoperta.

Il Programmatore Shuman chinò la testa insieme a tutti gli altri, ma non c’era commozione sul suo volto. Il Tecnico aveva fatto la sua parte e, dopotutto, adesso non era più necessario. Poteva anche essere stato lui a iniziare i grafitici, ma adesso che erano cominciati, sarebbero andati avanti da soli in maniera travolgente, trionfante, fino a quando i missili con equipaggio non fossero diventati possibili, insieme a chissà mai cos’altro.

Nove volte sette, pensò Shuman con profonda soddisfazione, dà sessantatré, e non ho bisogno che sia un computer a dirmelo. Il computer ce l’ho in testa.

Ed era stupefacente la sensazione di potere che ciò gli dava.

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