A cura di ISAAC ASIMOV & MARTIN H. GREENBERG

Introduzione

Nel mondo fuori della realtà, il 1959 è stato un anno relativamente quieto, ma ugualmente contrassegnato da alcuni importanti eventi. L’anno si aprì con la vittoria, a Cuba, delle forze di Fidel Castro, il quale fece il suo ingresso all’Avana giusto il giorno di Capodanno. Il dittatore defenestrato, Batista, volò in Spagna portando con sé una discreta porzione del tesoro nazionale. La Gran Bretagna, dopo grandi sforzi e molta violenza, riuscì infine a garantire l’indipendenza a Cipro. Nella competizione per gli animali nello spazio, l’Urss mandò in orbita due cani e un coniglio, mentre gli Stati Uniti scelsero d’inviare in missione due scimmie, «Abel» e «Baker», le quali poi furono recuperate con successo al ritorno a terra.

Le Hawaii diventarono il cinquantesimo e, finora, l’ultimo stato dell’Unione.

Il vicepresidente Nixon visitò alcune parti dell’Unione Sovietica prima che Eisenhower e Kruscev tenessero il loro summit a Camp David. Nel corso della sua visita negli Stati Uniti, Kruscev ebbe con Nixon il famoso dibattito nella cucina di una casa moderna, in cui vi fu un’accesa discussione sui meriti del capitalismo consumistico. Kruscev, inoltre, parve molto impressionato dalla sua visita a un allevamento di maiali nello Iowa. Charles De Gaulle fu il più che mai venerato Presidente della Quinta Repubblica.

Un grosso scandalo fece tremare fino alle fondamenta l’industria degli spettacoli a quiz, quando Charles Van Doren rivelò di essere stato informato in anticipo delle domande che gli sarebbero state fatte alla televisione.

Durante il 1959 toccò a Rock Hudson il record degli incassi ai botteghini dei cinematografi; lo scrittore italiano Salvatore Quasimodo vinse il Premio Nobel per la letteratura (qualcuno di voi lo ricorda?); i nuovi show televisivi comprendevano The Twilight Zone di Rod Sterling, Clint Eastwood in Rawhide, Bonanza, e Robert Stack in The Untouchables; Chagall dipinse «Il Campo di Marte» mentre il cecoslovacco Jaroslav Heyrovsky vinse il Premio Nobel per la Chimica grazie ai suoi lavori nel campo della polarografia. La corona dei pesi massimi passò di mano quando Ingemar Johansson mise knock-out Floyd Patterson.

I film più di spicco nel 1959 comprendono Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard, Ben Hur di William Wyler, che vinse l’Academy Award come miglior film, La Dolce Vita, che ebbe come protagonista l’incredibile Anita Ekberg, Anatomia di un Omicidio di Preminger, lo splendido Hiroshima, Mon Amour, il grande A qualcuno Piace Caldo, con Marilyn Monroe e Jack Lemmon, e North by Northwest di Hitchcock. Henry Aaron e Harvey Kuenn guidarono la classifica dei punti nel campionato nazionale, mentre Ed Matthews vinse il titolo di re della corsa alla casa base con 46 successi. Alvarez scoprì la particella neutra xi mentre Tommy Lee, con in sella Willie Shoemaker, vinse il Derby del Kentucky.

Nel 1959 potevate farvi due settimane di crociera ai Caraibi con 355 dollari (sul serio!). Il Lunik II sovietico andò a sfracellarsi sulla Luna; più tardi in quello stesso anno il Lunik III rivelò i segreti (niente di troppo interessante, tutto sommato, viste le aspettative) del «Lato Buio» della Luna. Alcune delle canzoni di successo di quell’anno furono «Kookie, Kookie» (ricordate Edd Byrnes?), la formidabile «Great Personality» di Lloyd Price, l’irritante «I’m Just a Lonely Boy» di Paul Anka, l’orrenda «The Sound of Music», e «Tom Dooley» del Kingston Trio. I successi teatrali dell’anno furono Sweet Bird of Youth di Tennessee Williams, The Miracle Worker con Anne Bancroft e Patty Duke, A Raisin in the Sun di Lorraine Hansberry, e Gispy di Jule Styne e Stephen Sondheim. Oh, e, naturalmente, The Sound of Music.

Nel 1959 Vince Lombardi divenne allenatore dei Green Bay Packers, lo stesso anno in cui venne creata l’American Football League. I Celtics furono i campioni del NBA, i miei Dodgers batterono i White Sox, conquistando il Campionato Nazionale, e i Baltimore Colts sconfissero i New York Giants per il titolo della NFL. John Glenn e altri sei vennero scelti per essere i Sette del Progetto Mercury, mentre Ochoa e Kornberg sintetizzavano l’RNA e il DNA vincendo un Premio Nobel in medicina e fisiologia. I libri più importanti dell’anno comprendevano Exodus di Leon Uris, Life Against Death di Norman O. Brown, Only in America di Harry Golden, Lolita di Vladimir Nabokov, The Haunting of the Hill House di Shirley Jackson, Advise and Consent di Allen Drury, The Two Cultures (Le due culture) di C.P. Show, Henderson, the Rain King di Saul Bellow, Lady Chatterly’s Lover di D. H. Lawrence (messo all’indice dal Ministro delle Poste degli Stati Uniti), The Status Seekers di Vance Packard, e Doctor Zhivago di Boris Pasternak.

Nel 1959 Willem de Kooning dipinse «Merritt Parkway», mentre i tre spettacoli televisivi al vertice delle classifiche erano tutti western: Gunsmoke, Wagon Train, e Have Gun, Will Travel. L’Australopithecus (be’, almeno il suo cranio) venne trovato vecchio di 1.800.000 di anni, da Louis Leakey nel Tanganika, ma il prezzo medio di un’automobile era al di sotto dei 1.200 dollari.

La morte si portò via Superman (George Reeves), Frank Lloyd Wright, Ethel Barrymore, Jacob Epstein, Tyrone Power, Bernard Berenson, Ernest Bloch, Mario Lanza, Mell Ott, Billie Holiday, Cecil B. De Mille, John Foster Dulles, il generale George C. Marshall, Lou Costello, Buddy Holly, Errol Flynn, Richie Valens, Raymond Chandler e il Big Bopper.

Nel mondo reale fu un altro anno robusto, mentre continuava l’esplosione del paperback.

Fra i libri di rilievo del 1959 sono da annoverare Virgin Planet di Poul Anderson, Nine Tomorrows: Tales of the Near Future di Isaac Asimov, Vor di James Blish. A Medicine For Melancholy (racconti) di Ray Bradbury, Echo In the Skull di John Brunner, The Falling Torch di Algis Budrys, Seed of Light di Edmund Cooper, l’eccellente Time Out of Joint di Philips K. Dick, The Dawning Light di «Robert Randall» (Robert Silverberg e Randall Garrett), The Sun Smasher di Edmond Hamilton, il controverso Starship Troopers di Robert A. Heinlein, The Marching Morons (racconti) del compianto C.M. Kornbluth, The Pirate of Zan di Murray Leinster, Galactic Derelict, uno dei libri della Guerra del Tempo di Andre Norton, il sottovalutato Wolfbane di Frederick Pohl e C.M. Kornbluth, Level Seven di Mordecai Roshwald, The Planet Killers di Robert Silverberg, Alien 4 (racconti) di Theodore Sturgeon, The Sirens of Titan di Kurt Vonnegut jr, e The Outward Urge di John Wyndham.

Fu un altro anno sfortunato per le riviste. Satellite Science Fiction, Super Science Fiction, e l’inglese Nebula Science Fiction cessarono tutte le pubblicazioni; esordì soltanto l’inglese Science Fiction Adventures, e si trattava di una rivista di ristampe.

Nel mondo reale altre persone importanti fecero il loro viaggio inaugurale nella realtà: in aprile, Keith Laumer con «Greylorn»; in settembre, Phyllis Gottlieb con «A Grain of Manhood» e Joanna Russ con «Nor Custom Stale»; e in dicembre, Michael Moorcock con «Peace on Earth».

I film fantastici (in termini di categoria, non sempre di qualità) comprendevano The Amazing Transparent Man, l’irritante The Angry Red Planet, The Atomic Submarine, Battle in Outer Space, Beast From Haunted Cave di Roger Corman, il coriaceo The Brain That Wouldn’t Die, Caltiki, The Immortal Monster, First Man Into Space, First Spaceship On Venus, il robusto The 4-D Man, The Giant Gila Monster, The Giant Leeches (fu un buon anno per i giganti). Gorgo, i tre allievi piloti di Have Rocket Will Travel, The Head (non impianti per il bagno), il sovietico The Heavens Call, The Hideous Sun Demon, Invisible Invaders, Island of Lost Women (sulla città natale di Marty Greenberg: Miami Beach?), Journey To the Centre of the Earth, The Killer Shrews, The Manster, The Man Who Could Cheat Death, il meraviglioso The Mouse That Roared, l’immortale On The Beach, Return of the Fly, The Tingler, Visit To A Small Planet, e The Wasp Woman.

La famiglia (in tutto 371) si riunirono a Detroit per la diciassettesima World Science Fiction Convention: la Detention. Gli Hugo (assegnati per i successi conseguiti nel 1958) comprendevano A Case Of Coscience di James Blish come miglior romanzo; «The Big Front Yard» di Clifford D. Simak come migliore romanzo breve: «That Hell-Bound Train» di Robert Bloch come miglior racconto; The Magazine of Fantasy And Science Ficton come migliore rivista professionale; e Frank Kelly Freas come miglior illustratore professionista.

Torniamo a quell’onorato anno 1959 e godiamoci le migliori storie che il mondo reale ci ha lasciato.

Costruire una Prigione

di Lawrence Block

Original Science Fiction Stories, gennaio

Lawrence Block è uno scrittore di tutto rilievo nel campo del giallo e del suspense. I suoi numerosi romanzi con gli investigatori Leo Haiq, Berme Rhodenbarr (il più grande cacciatore di ladri di tutti i tempi), Evan Tanner (più precisamente una spia), e Matthew Scudder hanno appassionato un pubblico sempre più vasto di affezionati lettori. Soprattutto le storie che hanno per protagonista Scudder sono eccezionali, e a mio avviso When The Sacred Gin Mill Closes è il miglior romanzo poliziesco degli ultimi dieci anni.

Block scrisse questo piccolo gioiello quando aveva soltanto vent’anni, e mi pare sia l’unico che ha pubblicato nel campo della fantascienza. (M.H.G.)

Una caratteristica pressoché inevitabile dei racconti brevi è il finale a sorpresa. L’ideale è che l’ultima frase comporti una sorta di rovesciamento della prospettiva, ovviamente che sia improvviso e inaspettato. È un’impresa davvero difficile, dal momento che il lettore smaliziato se l’aspetta e prova sempre a giocare d’anticipo sull’autore.

Tuttavia, è sempre divertente per l’autore provarci, e divertente per il lettore farsi cogliere di sorpresa. Questo ha colto di sorpresa anche me. (I.A.)

Il primo altheano annunciò: «Bene, la torre è completata.»

Il secondo altheano sorrise: «Bene. Allora è tutto pronto per il prigioniero?»

«Sì.»

«Sei sicuro che starà ben comodo? Non finirà per morire, là dentro?»

«No,» rispose il primo altheano. «Starà bene. C’è voluto parecchio tempo per costruire la torre, e io ho avuto abbondanti possibilità di studiare la creatura. Abbiamo analizzato un habitat il più possibile confacente a lui.»

«Immagino che sia così.» Il secondo altheano rabbrividì leggermente. «Non so,» disse ancora. «Suppongo che non sia nulla più che una sorta d’immedesimazione da parte mia, ma il solo pensiero d’una prigione…» S’interruppe e rabbrividì ancora.

«Capisco,» replicò l’altro, con viva comprensione. «È qualcosa che nessuno di noi ha mai dovuto concepire prima. Il solo pensiero di rinchiudere un proprio simile è abominevole, lo ammetto. Ma considera quell’essere per quello che è!»

«Non è stata certo concepita perché lui si possa liberare.»

«Voglia il cielo che no! Sarà impossibile che si liberi. È un vero assassino. Ha ucciso tre dei nostri simili prima che riuscissimo a immobilizzarlo.»

Il secondo altheano rabbrividì più violentemente di prima e per un attimo parve, quasi, in preda a una sofferenza fisica. «Ma perché? Che tipo di essere è, per l’amor del Cielo? Da dove è venuto? Cosa sta facendo qui?»

«Ah,» esclamò il primo, «ora te lo chiedi anche tu? Vedi, non c’è modo di dar risposta a nessuna di queste domande. È stato scoperto, una mattina, da un gruppo di dieci dei nostri. Hanno cercato di parlargli, e t’immagini qual è stata la sua risposta?»

«Li ha colpiti, a quanto ho sentito.»

«Proprio così! Una reazione d’inaudita violenza, senza la minima provocazione, col risultato che tre dei nostri sono rimasti uccisi. Il primo caso di omicidio registrato qui, da trenta generazioni a questa parte. Incredibile!»

«E quindi, da allora…»

«Sempre prigioniero. Impossibile comunicare con lui, ricavare ulteriori informazioni, niente. Mangia qualunque cosa gli diamo… dorme non appena cala l’oscurità, e quando questa se ne va, si sveglia. Non abbiamo imparato niente da lui, ma posso dirti questo con certezza: è pericoloso.»

«Sì,» annuì il secondo altheano.

«Molto pericoloso. Deve assolutamente esser tenuto sotto chiave. Ma neanche vogliamo che soffra… per cui, abbiamo costruito questa prigione in modo che sia il più possibile sicura, ma anche il più possibile comoda. Oserei dire che abbiamo fatto proprio un buon lavoro.»

«Dimmi,» insisté il secondo, «forse sono eccessivamente pignolo, ma sei proprio sicuro che non possa scappare mai?»

«Certamente.»

«Come puoi esserne sicuro?»

Il primo altheano sospirò. «La torre è alta cinquanta braccia, e una caduta da quell’altezza sarebbe ovviamente fatale. Giusto?»

«Giusto.»

«Gli alloggi del prigioniero sono in cima alla torre, e la cima è più larga della base… cioè, i lati sono inclinati verso l’interno. E per di più sono lisci, molto lisci… così, calarsi giù è del tutto impossibile.»

«Ma non potrebbe scender giù nell’identico modo in cui è salito? Dico così per dire.»

«Anche questo è del tutto impossibile. Verrà trasferito nei suoi alloggi, lassù, per mezzo di un tubo pneumatico, e lo stesso tubo verrà utilizzato per fargli arrivare il cibo. La torre è stata progettata in modo che vi si possa entrare soltanto attraverso il tubo, e può essere abbandonata soltanto saltando giù nel vuoto dalla cima. Per cui, potrà liberarsi del cibo avanzato, così come di ogni altra cosa che gli sia venuta a noia, buttandoli giù lungo uno dei lati della torre.»

Il secondo altheano esitò. «Sembra sicura.»

«Dovrebbe. Anzi, è sicura.»

«D’accordo, mi hai convinto. Penso proprio che sia sicura, e che non sia crudele, anche se, d’altra parte… Bene, quand’è che il prigioniero sarà rinchiuso nella torre? È tutto pronto perché vi faccia il suo ingresso?»

«È tutto pronto. Anzi, stiamo giusto per portarcelo tra pochi minuti. Vuoi venire anche tu?»

«Ma sì, in verità, m’interessa.»

«Allora, vieni.»

I due camminarono in silenzio fino al carro a motore del primo altheano, e guidarono sempre in silenzio fino alla torre. Questa si presentava, effettivamente, come una struttura impressionante, per forma e dimensioni. Uscirono dal carro a motore e attesero. Poco dopo, arrivò un grande furgone a motore che andò ad arrestarsi alla base della torre. Tre guardie altheane scesero dal furgone, seguite dal prigioniero, robustamente incatenato.

«Vedi?» disse il primo altheano. «Verrà infilato nel tubo così incatenato. Troverà le chiavi dei lucchetti lassù, nel suo alloggio.»

«Saggia cosa.»

«Abbiamo valutato tutto con grande attenzione,» spiegò il primo. «Non prenderla per una vanteria, ma abbiamo passato al vaglio ogni minimo aspetto.»

Il prigioniero fu infilato nel tubo, la cui apertura inferiore si trovava alla base della torre. Quando fu dentro, l’apertura venne chiusa ermeticamente, e il prigioniero fu lanciato. Le tre guardie altheane attesero lì accanto per alcuni istanti, fino a quando una spia rossa alla base della torre non indicò che il prigioniero era entrato nei locali a lui destinati. Risalirono quindi nel furgone e si allontanarono lungo la strada.

«Potremmo anche andarcene, adesso,» disse il primo altheano. «Mi piacerebbe, però, aspettare un attimo per vedere se getterà giù le catene, se non ti dispiace.»

«Affatto! Sono piuttosto interessato anch’io. Non è una cosa che ti càpiti di vedere tutti i giorni.»

Attesero. Dopo alcuni minuti una catena cadde a terra con un tonfo a una ventina di passi dagli altheani.

«Ah,» commentò il primo. «Ha trovato una chiave.»

Un attimo dopo, arrivò anche la seconda catena, seguita dalle chiavi. Poi il prigioniero comparve alla sommità della torre e si sporse oltre il parapetto, fissandoli attentamente.

«Terrificante!» esclamò il secondo altheano. «Sono proprio contento che non possa fuggire.»

Il prigioniero li fissò soprappensiero per alcuni istanti, quindi salì sul parapetto, sbatté le sue ali, e si lanciò nel cielo »

Il Popolo del Vento

di Marion Zimmer Bradley

If, febbraio

Marion Zimmer Bradley è salita dalla relativa oscurità del programma degli Ace Doubles, sviluppato da Dan Wollheim, al rango di autore di bestseller il suo The Mists of Avalon (1983) figurò tra i primi posti in tutte le classifiche sia negli Stati Uniti sia in Inghilterra. La sua saga più importante è però la serie dei romanzi su «Darkover», una delle prime serie a dare origine al cosiddetto «culto del séguito», praticato da altri autori particolarmente attratti da questo suo mondo, la sua cultura e i suoi personaggi.

Il suo ruolo nella «seconda ondata» di donne scrittrici, particolarmente dedite a trattare temi di grande importanza per le donne, è di tutto rispetto nella storia della fantascienza moderna.

Scrittrice soprattutto di romanzi, «The Wind People» è giudicato da molti il suo racconto più bello. (M.H.G.)

Questa è una storia triste, un alternarsi di commozione e di orrore, una sorta di storia alla Robinson Crusoe, che lascia un’impressione profonda.

Il compito che mi sono assunto, tuttavia, è quello di sviscerare questo o quell’aspetto di un racconto, magari non il più importante, ma che secondo me merita di venir discusso.

La science fiction è piena di storie di gente che si destreggia in qualche modo per sopravvivere su un mondo alieno. Questi racconti sono i «discendenti» dei racconti di viaggi nelle più remote contrade del nostro pianeta, la Terra. Ma in quei racconti la Terra è sempre lo stesso pianeta, il nostro. Tutte le sue forme di vita, per quanto strane ed esotiche, nascono da un antenato comune. Questo significa che se siete un europeo arenato su qualche riva selvaggia dell’Africa o dell’America, in un’epoca ancora precedente l’Età delle Esplorazioni, potete sempre nutrirvi del suo cibo e respirare la sua aria.

Le probabilità che questo sia possibile su un altro pianeta, per quanto possa apparire simile alla Terra sono, tuttavia, nulle. Appare estremamente improbabile che il suo cibo potrà essere metabolizzato dal nostro organismo.

Ma tutto questo, qui, non ha alcuna importanza. Questo non è un trattato di biologia. Questa è una storia. (I.A.)

Per l’equipaggio della Starholm era stata una lunga, non spiacevole tappa, impiegata a dar la caccia agli elementi pesanti indispensabili per rifornire i serbatoi dei propulsori… otto mesi su un pianeta paradisiaco, un mondo verde, idilliaco, ventoso e sussurrante, abitato soltanto da alberi e brezze soavi. Ma che, giusto alla fine, aveva presentato il conto… vale a dire, un unico, ma grosso, sì, grosso problema.

Più specificamente, si era presentato al capitano Merrihew il problema di Robin, maschio, padre sconosciuto, nato il giorno prima della partenza, e per giunta settimino, alla dottoressa Helen Murray.

Il capitano Merrihew si era imbattuto in lei distesa sul lettuccio, nella baracca del laboratorio, pallida e tranquilla, con il neonato accanto.

La piccola costruzione, rozzamente realizzata con assi ricavate da tronchi ancora verdi, si affacciava sulla radura che la Starholm aveva usato come base delle operazioni durante la lunga sosta, una splendida posizione sul fondo di un’ampia valle, nella curva di un grande e pigro fiume dalle acque profonde. L’equipaggio, fin troppo stanco delle ristrettezze del guscio metallico della nave, in quegli otto mesi aveva costruito una mezza dozzina di baracche simili a questa.

Merrihew lanciò un’occhiata di fuoco a Helen. La sovrastò in tutta la sua statura, e sbuffò: «Ah, è proprio bella, questa. Lei, fra tutto questo stramaledetto equipaggio… il medico dell’astronave! È qualcosa… è…» Farfugliò, pieno di rabbia, e sbottò infine con una frase ridicolmente inadeguata: «… è negligenza criminale!»

«Lo so.» Helen Murray, troppo giovane e, sì, molto, troppo carina per l’ufficiale di una nave spaziale in missione decennale, appariva più che mai debole, e pallida, e la sua voce conservava a stento una vaga traccia della sua concreta vivacità. «Temo proprio che quattro anni nello spazio mi abbiano resa negligente.»

Merrihew rimuginò tra sé, sempre tenendo gli occhi puntati su di lei. C’era qualcosa, nelle condizioni gravitazionali della nave, che, pur senza influenzare la potenza sessuale dei maschi, rendeva impossibile il concepimento; nessun bambino era mai stato concepito nello spazio e non lo sarebbe stato mai. Quando si faceva tappa sulla superficie di un pianeta, questo effetto scompariva con estrema lentezza; soltanto tre mesi dopo l’atterraggio la dottoressa Murray aveva iniziato la consueta distribuzione di antifecondativi alle ventidue donne dell’equipaggio, compresa lei stessa. Del tutto ignara, in quei giorni, di avere già un bambino in gestazione dentro di sé.

Fuori della baracca, il verde intrico degli alberi frusciava e sussurrava, e Merrihew seppe che Helen si era nuovamente dimenticata della sua presenza. Il bambino appena nato era stato messo in una delle mantelline antipolvere di sua madre, ripiegata più volte, al suo fianco. A Merrihew sembrava una scimmietta scorticata, ma lo sguardo di Helen pareva sciogliersi in un mare di dolcezza quando le sue mani accarezzavano quella piccola testa rotonda.

Merrihew tese l’orecchio ascoltando il soffio del vento, e disse, in tono volutamente casuale: «Un altro mese, e tutte queste baracche andranno in pezzi. Ma non importa, per quel giorno saremo andati via.»

Entrò nella baracca la dottoressa Chao Lin, una donna angolosa sui trentacinque anni. Esclamò: «Compagnia, Helen? Su, è quasi ora. Fammi prendere Robin.»

Helen replicò, in una flebile protesta: «Tu mi stai viziando, Lin.»

«È per il tuo bene, cara,» disse, di rimando, Chao Lin. E a questo punto Merrihew esplose in un accesso di rabbia e di frustrazione: «Dannazione, Lin, perché vuol rendere le cose ancora peggiori? Quel bambino morirà non appena entreremo nell’iperpropulsione, lei lo sa quanto me!»

Helen balzò a sedere, stringendo a sé Robin, quasi a proteggerlo da quella furia. «Sta forse proponendo di annegarlo come un gattino?»

«Helen, io non sto proponendo niente. Ho solo stabilito un fatto.»

«Ma questo non è un fatto. Robin non morirà a causa dell’iperpropulsione, perché non si troverà a bordo quando l’iperpropulsione sarà innescata!»

Merrihew fissò, sconfitto, Lin, il suo volto parve afflosciarsi. «Dobbiamo… sì, dobbiamo addormentarlo, e seppellirlo qui?»

Il volto della donna divenne di un pallore mortale. «No!» gridò, in un’appassionata protesta, e Lin fu pronta a intervenire, nel tentativo di liberare Robin dal suo frenetico abbraccio.

«Helen, gli stai facendo male. Su, lascialo andare. Mettilo giù, qui.»

Merrihew, turbato, abbassò nuovamente lo sguardo su di lei, e disse: «Vuole, allora, abbandonarlo qui, a morire lentamente, Helen…»

«Chi ha mai detto che lo abbandonerò qui?»

Merrihew le chiese, scandendo le parole: «Sta forse progettando di disertare?» Ma subito dopo aggiunse, più calmo: «C’è pur sempre qualche probabilità che sopravviva. Dopotutto, la sua stessa nascita è avvenuta nonostante i pareri scoraggianti di molti medici. Forse…»

«Capitano,» la voce di Helen echeggiò disperata, «anche imbottito di ogni tipo di medicine, nessun bambino al di sotto dei dieci anni è mai sopravvissuto all’iperpropulsione. Un neonato morirebbe in pochi istanti.» Strinse di nuovo a sé Robin, e proseguì: «Non c’è altro modo… vi resta sempre Lin come medico, a bordo, e Reynolds può occuparsi delle altre mie mansioni. Questo pianeta è disabitato, il suo clima è mite, e non c’è alcun pericolo, per noi, di morire di fame.» La sua espressione, solitamente amabile, era dura come una roccia. «Registri pure la mia morte sul libro di bordo, se vuole.»

Merrihew strabuzzò gli occhi, guardò Helen, poi Lin, ed esclamò: «Helen, lei è pazza!»

Helen replicò: «Anche se adesso fossi sana di mente, non lo resterei a lungo se dovessi abbandonare qui Robin.» Ogni durezza scomparve dalla sua voce e proseguì in tono pacato, ma inflessibile: «Capitano Merrihew, se lei vorrà avermi a bordo della Starholm, dovrà imbottirmi di narcotici, o trascinarmici a forza. Le giuro che non ci riuscirà in nessun altro modo. E se lei farà questo… se Robin sarà abbandonato qui, o morirà a causa dell’iperpropulsione, perché lei possa continuare a disporre dei miei servizi come medico… allora le giuro che alla prima occasione mi ucciderò.»

«Oh, mio Dio,» balbettò Merrihew, «ma lei è pazza!»

Helen ebbe un’impercettibile scrollata di spalle. «E lei vuole una pazza a bordo?»

Chao Lin s’intromise, calma e decisa: «Capitano, non vedo nessun’altra possibilità. Saremmo comunque stati costretti ad arrangiarci in qualche modo, nel caso in cui Helen fosse morta durante il parto. Tra due soluzioni insoddisfacenti, va scelta la meno dolorosa.» E Merrihew seppe di non avere in realtà nessuna scelta.

«Sono ancora più che convinto che siate entrambe pazze,» sbraitò, ma era una capitolazione, e Helen lo sapeva.

Dieci giorni dopo la partenza della Starholm, Colin Reynolds, un giovane tecnico di bordo, si suicidò con l’orrido espediente di recidersi la vena giugulare, e questo… in un ambiente a gravità zero… sparpagliò alcuni litri di sangue in grossi globuli sferici in tutta la sua cabina. Lasciò anche qualche riga incoerente scribacchiata su un pezzetto di carta.

Merrihew ripose il biglietto in qualche angolo nascosto, tra i documenti, e Chao Lin risucchiò le bolle di sangue, riponendole tra gli scaffali dell’infermeria della nave, a disposizione in caso d’incidenti e d’interventi chirurgici d’urgenza; ma Merrihew aveva la spiacevole sensazione che quanto era accaduto durante la sosta su quel verde e selvaggio pianeta si sarebbe comunque trasformato in una leggenda, diffusa dovunque, a mezza voce, dagli uomini del suo equipaggio. E così avvenne, appunto, ma questa è un’altra storia.

Robin aveva ormai due anni, quando per la prima volta udì le voci nel vento. Diede una leggera scrollata al braccio di sua madre e canticchiò piano, imitando ciò che udiva.

«Cosa c’è, caro?»

«Bello.» Canticchiò ancora, rifacendo il verso a quel lontano mormorio.

Helen gli sorrise, incerta, e gli diede un affettuoso schiaffetto sulla guancia paffuta. Robin, la sua immaginazione infantile subito distratta, disse: «Fame. Robin fame. Bacche.»

«Prima mangi, bacche dopo,» Helen promise, distratta, e se lo prese in braccio. Robin si divincolò un poco.

«Mamma bella, anche!»

Lei scoppiò a ridere, una giovane Diana rosea e sorridente. Era felice, su quel solitario pianeta; la loro vita era tranquilla e confortevole, in una delle baracche più grandi, e soltanto una sottile ruga tra i suoi occhi restava a testimoniare la morsa del terrore di quei primi mesi, quando ogni nuovo giorno l’aveva costretta ad affrontare nuove lotte per sopravvivere… contro lo scoramento, i rumori più strani e sconcertanti della foresta, la solitudine e la paura. Le notti in cui, insonne, era rimasta distesa, terrorizzata ad ogni alzarsi e ricadere del vento, e la sua immaginazione attribuiva ad esso delle voci minacciose; i giorni vuoti durante i quali aveva girovagato come intontita intorno alla baracca, oppure rimaneva ore e ore a fissare, stralunata, Robin. C’erano stati momenti… fugaci, è vero, e comunque scontati poi con ore di vergogna e rincrescimento… quando aveva pensato che l’orrore di perdere Robin in quei primi giorni sarebbe stato minore dell’orrore di dover passare qui, completamente sola, il resto della sua vita, e quando si era chiesta, angosciata, perché mai Merrihew non si fosse reso conto che lei era troppo sconvolta per ragionare, e non l’avesse forzata a seguirli; perché, dopo, Robin sarebbe stato soltanto il lontano ricordo di un istante doloroso.

Ancora lontana dall’aver recuperato le sue forze, ben sapendo che avrebbe dovuto far ricorso a tutte le sue energie per Robin, che altrimenti sarebbe sicuramente morto, come se lei l’avesse abbandonato, aveva passato quei primi mesi come in un sogno da sonnambula. Non di rado, era sprofondata per giorni interi in quel sogno, e aveva finito per svegliarsi trovando accanto a sé del cibo che non ricordava di aver raccolto. E, chissà come, quel sogno brulicante di voci ossessive aveva completamente invaso la sua esistenza: il soffio del vento si era riempito di voci, e anche di mani.

Era stata male, costretta a restar distesa per giorni e giorni, in preda alla sofferenza e al delirio, e aveva udito una voce, vagamente simile alla sua, balbettare che, se lei fosse morta, le voci del vento si sarebbero prese cura di Robin… e a questo punto, lo sbigottimento e l’assurdità di quanto aveva udito l’avevano strappata fuori dal delirio, sconvolta e tremante, facendola balzar su e gridare «No!»

I lampi accecanti e le voci si erano subito dissolti in echi lontani, finché era rimasto soltanto il vago occhieggiare del sole tra le foglie, e Robin, paffuto e nudo, che scalciava ridendo tra le chiazze di luce, le mani protese verso le foglie fruscianti e i giochi d’ombra.

Seppe, allora, che a tutti i costi avrebbe dovuto star sempre bene, in buona salute. Non aveva più udito le voci del vento, e la sua mente brillante e scientifica rigettò la fantasiosa teoria che, se soltanto avesse voluto credere in quelle voci, sarebbe riuscita a vedere le loro forme e a capire chiaramente le loro parole. La respinse con tanta incrollabile decisione, che quando le udiva parlare le escludeva del tutto dalla mente, e dopo un po’ non le udì più, se non in qualche sogno agitato.

Adesso, aveva accettato il suo totale isolamento, e la bellezza di quel loro mondo, e cominciò a costruire un’esistenza felice per Robin.

Nel corso dell’ultima estate, in mancanza di altri compiti urgenti e impegnativi (anche se l’inverno era mite, su quel mondo, e anche in quella stagione c’era una discreta abbondanza di frutti e radici) Helen, con estrema pazienza, aveva preso in trappola maschi e femmine d’una specie di piccoli animali simili a conigli, e li aveva tutti sistemati in un recinto. Ciò garantiva una certa varietà alla dieta, e dopo pochi esperimenti puzzolenti e mal riusciti, ce l’aveva fatta ad ammorbidire le loro pellicce grezze. Non volle sprecare tempo ed energie per il giardinaggio: pensò che sarebbe stato meglio provarci quando Robin fosse cresciuto. Per il momento, c’era da fare più che a sufficienza per mantenersi sani e ben protetti.

Robin stava ancora ascoltando. Helen tese l’orecchio, reso ancora più sensibile dal silenzio, ma udì soltanto il fruscio del vento e delle foglie; colse soltanto un vago scintillio che andava svanendo su un tronco d’albero argenteo.

Vento? Quando nessuna fronda stormiva?

«Ridicolo,» disse, in tono aspro, sollevando da terra il bambino e abbracciandolo stretto, prima di metterselo a cavalcioni sul fianco. «… no, mamma non l’ha detto a te. Robin. Su, cerchiamo le bacche, adesso.»

Ma quasi subito s’accorse che la testa di Robin era piegata all’indietro, e che il bambino stava ascoltando, ancora, qualche suono che lei non poteva udire.

Quando giunse quello che lei giudicò fosse il quinto compleanno di Robin, Helen preparò un letto speciale per lui, in un’altra stanza della baracca. Robin perse, così, il calore del corpo di Helen e il suono rassicurante del suo respiro; poiché Robin, sin da quando era nato, era stato un bambino insonne.

Ma, nella sua prima notte tutto solo, Robin si sentì stranamente emancipato. Per cui, fece qualcosa che prima non aveva mai osato, per timore di svegliare Helen: scivolò fuori in silenzio dal suo letto e restò a lungo, immobile, sulla soglia, intento a contemplare la foresta.

La foresta si era considerevolmente avvicinata alla porta della baracca, adesso; Robin aveva un confuso ricordo di quanto la radura era stata molto più ampia. Oggi, lentamente, al di là dello stretto lembo di giardino che Helen si ostinava a tenere sgombro, il sottobosco e gli arbusti stavano riconquistando il terreno perduto, e anche quello che Robin chiamava «il punto bruciato» veniva ricoperto da sparsi ciuffi d’erba novella.

Robin era abituato a restar solo durante il giorno — anche nel suo primo anno di vita Helen era stata costretta a lasciarlo solo, legato con solide cinghie in casa, oppure all’interno d’una robusta recinzione. Ma Robin non era abituato a essere lasciato solo di notte.

Lontano, nel cuore della foresta, poteva udire il bisbigliare dell’altra gente. Helen diceva che non c’era altra gente, ma Robin era molto informato, perché poteva udire le loro voci nel vento, simili a frammenti delle canzoni che Helen gli cantava la sera, al capezzale del suo letto. E, a volte, riusciva quasi a vederli, nelle chiazze d’ombra.

Una volta, quando Helen era stata malata, molto tempo prima, e Robin aveva continuato a correre avanti e indietro, solo e indifeso, dalla recinzione esterna fin dentro la stanza, sporco e affamato, e furioso perché Helen si ostinava a dormire, distesa sul letto con gli occhi chiusi, sollevandosi ogni tanto, e mettendosi a piagnucolare come lui aveva fatto tutte le volte che era caduto e si era scorticato un ginocchio, i venti e le voci erano venuti fin dentro la baracca; Robin aveva un vago ricordo di voci che lo blandivano, di mani che l’accarezzavano ancor più delicatamente di quanto facevano le mani di Helen. Ma erano ricordi confusi, sfuggenti.

Adesso che riusciva a udirla così chiaramente, sarebbe corso fuori e avrebbe incontrato l’altra gente. Così, se Helen si fosse ammalata un’altra volta, ci sarebbe stato sempre qualcuno con cui giocare, e che si sarebbe preso cura di lui. Pensò, tutto felice, Che bella sorpresa per Helen!, e si lanciò di corsa attraverso la radura.

Helen si destò di soprassalto, non l’aveva svegliata il rumore, ma il silenzio. Non udiva più il leggero respiro di Robin dal suo lettino, e un attimo dopo si rese conto di qualcos’altro:

Il vento taceva.

Forse, pensò, era in arrivo una tempesta. Un’alterazione della pressione dell’aria poteva aver prodotto quell’assoluta immobilità… ma, e Robin? Si avvicinò in punta di piedi al suo lettino e, come sospettava, era vuoto.

Dov’era mai? Fuori, nella radura? Con una tempesta in arrivo? Helen infilò i piedi nei sandali fatti a mano e si precipitò fuori, facendo echeggiare nella foresta silenziosa il suo angosciato richiamo:

«Robin… oh, Robin

Silenzio. E, molto lontano, un lieve, sinistro mormorio. E per la prima volta dopo quel tremendo anno di solitudine all’inizio del suo esilio, si sentì perduta, abbandonata in un mondo alieno. Valicò di corsa la radura, lanciando tutt’intorno sguardi frenetici, cercando di indovinare quale direzione Robin potesse aver preso. Dentro la foresta? O forse si era diretto verso la riva del fiume? C’era un punto, più avanti, in cui la riva era franata, precipitando giù a formare delle rapide.. sentì la sua gola serrarsi convulsa, e i suoi richiami divennero un grido stridulo:

«Oh, Robin! Robin, caro! Robin…»

Si addentrò nei sentieri tracciati con gli anni dai suoi stessi passi, cogliendo fugaci fruscii, il vento e le foglie che all’improvviso avevano ripreso a parlare, nella gelida luce lunare che la circondava. Quella era la prima volta, dal giorno in cui la nave era partita, che Helen si avventurava fuori nella notte sul loro mondo. Chiamò ancora, la voce rotta dal panico che sempre più s’impadroniva di lei:

«Ro… bin!»

Un improvviso, casuale sprazzo di luce rivelò un bianco bagliore, un bambino immobile in mezzo al sentiero. Helen ebbe un rauco sospiro e con un balzo fu accanto al figlio, pronta ad afferrarlo… e balzò indietro, sgomenta. Quel bambino, in mezzo al sentiero, non era Robin. Era nudo, di un’intera testa più basso di Robin, ed era una femmina.

C’era qualcosa di strano in quella carne nuda e vagamente luminosa, come se fosse stato possibile vedere la bambina soltanto se illuminata in pieno dal chiaro di luna. Un viso paffuto, quasi del tutto privo d’espressione, era circondato da una folta capigliatura fluente e incolore, l’esatto colore del chiaro di luna… Helen, allarmata dal suo stesso rauco ansimare, si arrestò di colpo, e chiuse gli occhi in una stretta convulsa, e quando li riaprì il sentiero era scuro e vuoto e Robin era lì, che stava correndo lungo la pista, verso di lei.

Helen l’afferrò, sollevandolo tra le braccia, con un grido strangolato e corse, col bambino stretto affannosamente al petto, ripercorrendo il sentiero verso la loro baracca. Quando fu dentro, sbarrò la porta e mise giù Robin nel proprio letto, si gettò lungo distesa accanto a lui, tremando, troppo sconvolta per parlare, troppo sconvolta per sgridarlo, stranamente impaurita al punto da non essere in grado di fargli domande. Ho avuto un’allucinazione, si ripeté più volte, un altro sogno, un sogno…

Un sogno, simile all’altro Sogno. Così lei lo chiamava, Il Sogno, e per lei era così importante perché non assomigliava a nessun altro sogno che lei avesse mai fatto. L’aveva fatto prima della nascita di Robin, e si era vergognata di parlarne con Chao Lin, temendo lo scetticismo permeato di buon senso della donna più anziana.

Alla decima notte sul verde pianeta (quant’era ormai lontano il ricordo della Starholm!), quando gli scienziati di Merrihew si erano ormai convinti che quel piccolo mondo era sicuro, privo di belve o d’infezioni, o di bestie selvagge, l’equipaggio aveva chiesto il permesso di accamparsi fuori, nella valle, in una radura che costeggiava il fiume. Ottenuto il permesso, quelli che facevano coppia fissa si erano appartati, e anche gli altri, che in quel momento non avevano legami durevoli, si erano trovati un partner per quella notte.

Doveva essere stato quella notte…

Colin Reynolds era di due anni più giovane di Helen, e il loro legame, durato pochi mesi al tempo della nave, più che su una intensa, reciproca passione, era basato su una sorta d’infantile necessità in lui, e su una sorta d’impersonale, femminile sollecitudine di Helen. Tutti i suoi affari di cuore erano stati simili a questo, camerateschi, affettuosi, ma mai appassionati. Ancora più strano, tutto questo, quando si consideri che Helen era una donna capace di passione, e di un’intensa, profonda devozione: ma nessun uomo era mai stato in grado di suscitarle in lei, e, adesso, nessun uomo avrebbe mai più potuto. Soltanto la nascita di Robin era riuscita a scuotere le sue emozioni, così profondamente represse.

Ma quella notte, mentre Colin Reynolds dormiva, Helen non era riuscita a prender sonno e, inquieta, era rimasta ad ascoltare l’instancabile fruscio del vento tra le foglie. E dopo un po’ si era alzata, vagando senza meta apparente fino ai bordi dell’acqua, pur tenendosi a distanza di sicurezza dalla riva, pericolosamente a strapiombo sul fiume… e qui si era distesa ad ascoltare le voci del vento. E in breve era caduta addormentata, e aveva fatto il Sogno, che poi le sarebbe ritornato ancora e ancora…

Helen giudicava se stessa una scienziata, senza alcuna propensione per le fantasie, e proprio per questo l’aveva giudicato, con estrema fermezza, un sogno; un sogno originato da qualche indiagnosticabile conflitto interiore, qualcosa che neppure lei avrebbe potuto, o voluto, richiamare alla coscienza.

C’era stato un uomo, il quale, così le parve, era parte integrante di quel mondo verde e ventoso, che l’aveva trovata immersa nel sonno in riva al fiume. Pur avvolta da un profondo torpore, Helen aveva sospettato che, forse, un altro membro dell’equipaggio irrequieto e incapace di dormire, come lei, e attirato dai vividi riflessi dell’acqua, imbattutosi nel suo corpo disteso, ne avesse approfittato; simili cose non erano impossibili, viste le abitudini e il comportamento della geste della nave.

Ma lei, anche se mezza addormentata, aveva colto una sorta di estraneità in lui, che le impediva di distinguerlo chiaramente, anche nell’intenso bagliore verde della luna. Nessun sogno, e nessun uomo, le erano mai sembrati tanto vivi; ed era stata la sua ferma e deliberata decisione che fosse stato un sogno a consentirle il completo silenzio su tutto questo, quando, mesi dopo, si era accorta (piena d’orrore e di segreta disperazione) che stava aspettando un bambino. Aveva capito che avrebbe perduto la nebulosità e la gioia segreta del sogno, se avesse riconosciuto apertamente che Colin era il padre del suo bambino.

Ma sulle prime — nel freddo, verde mattino che era seguito — lei non era stata del tutto sicura che si fosse trattato di un sogno. Intorno a lei, c’erano soltanto la luce del sole e le foglie, per cui si era trattenuta dal parlare, non volendo apparire ridicola; in che modo avrebbe potuto chiedere, ad ogni membro maschile dell’equipaggio della Starholm: «Sei stato tu, a ruzzolarmi addosso, la notte scorsa? Perché, se non eri tu, ci sono altri uomini su questo mondo, uomini che non si possono veder chiaramente, neppure se illuminati dal chiarore lunare.»

E aveva ricordato, severamente, a se stessa, come gli specialisti di Merrihew avessero dichiarato che quel mondo era disabitato, e tale doveva restare. Cinque anni dopo, mentre abbracciava strettamente il suo figlioletto addormentato, Helen richiamò alla memoria il sogno, analizzò il contenuto della sua fantasia, e una volta ancora, con un brivido, ripeté: «Sì, ho avuto un’allucinazione. È stato soltanto un sogno. Un sogno, perché io ero sola…»

Quando Robin ebbe quattordici anni, Helen gli raccontò la storia della sua nascita, e della nave.

Era un ragazzo alto e silenzioso, forte e coraggioso. Non sprecava mai troppe parole. Anche questa volta ascoltò l’intera storia senza replicare, e quando essa fu finita, fissò a lungo Helen, in silenzio. Poi, finalmente, disse in un bisbiglio: «Avresti potuto morire… hai abbandonato un bel po’ di cose per me, Helen, non è vero?» S’inginocchiò davanti a lei e prese il suo viso tra le mani.

Lei sorrise e si ritrasse leggermente da lui. «Robin, perché mi guardi così?»

Il ragazzo non riuscì, sull’istante, a tradurre in parole i suoi pensieri; le emozioni non facevano parte del suo vocabolario. Helen gli aveva insegnato tutto quello che lei conosceva, ma aveva sempre nascosto i propri sentimenti al figlio. Robin chiese, infine: «Perché mio padre non è rimasto con te?»

«Suppongo che una cosa simile non gli sia mai passata per la testa,» Helen rispose. «La sua presenza era necessaria alla nave. Perdere me era già un grosso guaio.»

Robin ribatté, appassionatamente: «Io sarei rimasto!»

Con sua stessa sorpresa, la donna scoppiò a ridere: «Ma… tu sei rimasto, Robin!»

Lui le chiese: «Assomiglio a mio padre?»

Helen fissò gravemente suo figlio, sforzandosi di ritrovare nel volto del ragazzo i lineamenti mezzo dimenticati del giovane Reynolds. No, Robin non assomigliava affatto a Colin Reynolds, e neppure a lei, del resto. Helen prese una mano di Robin tra le sue; il ragazzo godeva di un’ottima salute, ma nonostante questo non si abbronzava mai; la sua pelle era di un pallido rosa perlaceo, per cui, nel verde bagliore del sole, là nella foresta si confondeva col colore della vegetazione, fino a diventare quasi invisibile. La sua mano giacque sul palmo di Helen simile a un’ombra. Lei infine disse: «No, non gli assomigli affatto. Ma sotto un sole come questo, c’era da aspettarselo.»

Con improvvisa sicumera, Robin dichiarò: «Io assomiglio all’altra gente.»

«Agli altri uomini dell’astronave? Loro…»

«No,» l’interruppe Robin. «Tu mi hai sempre promesso che, quando io fossi stato più grande, mi avresti parlato dell’altra gente. Voglio dire, l’altra gente di qua. La gente che vive nei boschi. Quella gente che tu non puoi vedere.»

Helen sgranò gli occhi, fissando suo figlio sbalordita e incredula. «Ma cosa vuoi dire? Non c’è nessun altro, qui, oltre a noi.» Poi, ricordò che tutti i bambini dotati di un po’ di fantasia s’inventano dei compagni di gioco immaginari. Solo, pensò. Robin è sempre solo, non ci sono mai stati altri bambini: come meravigliarsi, allora, se è un po’… strano? Gli disse, calma: «Te li sei sognati, Robin.»

Il ragazzo la fissò a sua volta, con sguardo vacuo, inespressivo. «Mi stai dicendo,» esclamò, «che neanche riesci a sentirli?» Si girò di scatto e uscì dalla baracca. Helen lo chiamò, ma Robin non si voltò. Lei lo rincorse, gli afferrò il braccio, usando la forza per obbligarlo a fermarsi. E gli disse, quasi sussurrando: «Robin, Robin, spiegami cosa intendi dire! Qui, non c’è nessuno. Sì, una volta o due ho creduto di aver visto… qualcosa, al chiaro di luna, ma era soltanto un sogno, un sogno… Robin, ti prego, Robin…»

«Ma se era soltanto un sogno, perche sei così spaventata?» Robin le chiese, la gola curiosamente stretta. «Se non ti hanno mai fatto del male…»

Nessuno le aveva mai fatto del male, no. Anche se, nel suo sogno di molto, molto tempo fa, uno di loro era venuto su di lei.(…) e i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano molto belle… il frammento di memoria di un’altra esistenza, sopra un altro mondo, da tempo svanita, sorse per un attimo nella sua mente. Alzò gli occhi al volto pallido, impaziente di suo figlio, e deglutì con uno sforzo.

La sua voce suonò rauca quando rispose: «Ti ho mai parlato di come noi razionalizziamo… di quando noi desideriamo talmente che una cosa sia vera, che facciamo in modo che ci appaia, comunque essa sia, giusta?»

«E non può accadere lo stesso per qualcosa che tu non vuoi, a tutti i costi, che sia vera?» le ritorse Robin, con una smorfia ribelle sulla bocca.

Helen continuò, disperata, a stringergli il braccio. «No, Robin,» lo implorò. «Riusciresti soltanto a distruggere la tua vita e spezzarti il cuore, in questa tua ostinata ricerca di qualcosa che non esiste.»

Il ragazzo abbassò lo sguardo sul suo volto sconvolto, e all’improvviso fu afferrato da una nuova emozione; cadde in ginocchio accanto a lei e schiacciò il volto contro il suo petto, bisbigliando: «Helen, non ti lascerò mai, non farò mai niente che tu non voglia, voglio soltanto te, nessun altro.»

E per la prima volta dopo molti anni, Helen scoppiò in un pianto dirotto e incontrollabile, senza sapere perché.

Robin non ritornò più sulla sua ricerca nella foresta. Per parecchi mesi, si mantenne tranquillo e sottomesso, non allontanandosi mai dalla radura, rimanendo accanto a Helen per giorni e giorni, scomparendo poi nella foresta al calar del crepuscolo. Faceva poca attenzione ai venti, sordo ai loro richiami e alle loro promesse.

Anche Helen era tranquilla e come ritirata in sé, pur cogliendo, attraverso il suo atteggiamento sottomesso, il suo estraniarsi. Si scoprì perfino a rimproverarlo aspramente, per quel suo esserle sempre tra i piedi; ma, quelle rare volte in cui Robin scompariva nella foresta per venirne fuori soltanto dopo il tramonto, lei provava un’inquietudine quasi dolorosa, che la spingeva a sua volta a ripercorrere quei sentieri nel folto della vegetazione, non tanto per seguirlo, ma mossa semplicemente dall’irrequietezza, fino a quando non si rendeva conto che Robin si trovava di nuovo a portata di voce.

Una sera, nella luce calante, appena prima del tramonto, lei credette di scorgere un uomo che si muoveva tra gli alberi, e nell’istante in cui si girava di scatto verso di lei, vide che era nudo. L’aveva visto soltanto per un secondo o due, e dopo che fu scivolato nuovamente tra le ombre, il buon senso le disse che doveva trattarsi di Robin. Ne fu vagamente colpita, e anche infastidita; prese la ferma decisione di rimproverarlo, perché se ne andava in giro nudo, e anche, magari, perché scivolava via così, quasi svanendo nel nulla; ma poi, in preda a un remoto imbarazzo, non lo fece. E, in seguito, preferì tenersi alla larga dalla foresta.

Robin si era accorto soltanto vagamente della sua sorveglianza, e anche di quando finì. Ma non smise per questo i suoi vagabondaggi senza meta, pur evitando da quel momento in poi di parlare, perfino a se stesso, di ricerche, o di più o meno immaginari abitanti dei boschi. Anche se ogni tanto gli pareva che tra le ombre si delineasse una figura a stento intravista, e che il lontano mormorio fosse una voce che lo sbeffeggiava; un braccio candido, l’ombra di un volto, fino a quando Robin non drizzava la testa e aguzzava lo sguardo verso quel punto.

Una sera, nell’incerta luce del crepuscolo, i suoi occhi colsero un improvviso luccichio tra gli alberi; Robin si arrestò e aguzzò lo sguardo, e quell’occasionale riflesso si precisò in un volto bianco dagli occhi in ombra, e poi nel profilo di due braccia nude, e infine in un corpo femminile, immobile per un istante, la mano appoggiata al tronco di un albero. In quella chiazza d’ombra, colpita soltanto dall’ultimo raggio d’un tramonto nuvoloso, si stagliava estremamente nitida; non vaga e irreale, ma così chiara che lui poté distinguere sulla sua spalla una piccola macchia, o il graffio d’un rovo?, e una foglia caduta che era andata ad impigliarsi nella sua capigliatura incolore. Robin, paralizzato, la vide fermarsi un attimo, girarsi e sorridere, poi lei si dileguò nell’ombra.

Lui rimase immobile, per alcuni istanti, dopo che la fanciulla era scomparsa, col cuore che gli balzava in gola. Poi girò su se stesso, travolto dall’eccitazione della sua scoperta, e si precipitò di corsa lungo il sentiero, verso casa. D’un tratto si arrestò, il mondo intorno a lui parve inclinarsi e roteare, e cadde lungo disteso, sprofondando col viso in un folto strato di foglie secche.

Ignorava del tutto, ancora la natura di quell’emozione dentro di lui. Seppe soltanto che stava provando un’insopportabile infelicità, e che mai, mai avrebbe dovuto parlare a Helen di ciò che aveva visto, o provato.

Giacque lì, disteso, il volto che gli bruciava schiacciato tre le foglie, ignaro del vento che si alzava, del soffio leggero che scompigliava le foglie, dell’oscurità che s’infittiva e del lontano rimbombo dei tuoni. Infine, fu investito da una gelida raffica di pioggia, e intirizzito, ancora confuso, s’incamminò lentamente verso casa. Sopra la sua testa i rami producevano secchi crepitii, e a Robin, lì in mezzo alla pioggia sferzante, parve che il loro tumultuare riecheggiasse la sua silenziosa agonia.

Era inzuppato d’acqua quando infine spalancò la porta della baracca, e avanzò incespicando, alla cieca, verso il fuoco, sperando soltanto che Helen stesse dormendo. Ma lei balzò su all’improvviso da un lato del focolare che avevano costruito insieme, l’estate scorsa.

«Robin?»

Aggrondato ed esausto, il ragazzo sbottò: «E chi altri dovrebbe essere?»

Helen non rispose, ma gli si avvicinò, una piccola sottile figura che parve quasi guizzare alla luce delle fiamme, per dargli conforto e calore. Gli disse, quasi scusandosi: «Ho avuto paura… la tempesta… Robin, sei tutto bagnato, avvicinati al fuoco, così ti asciughi.»

Robin accondiscese, il suono della sua voce stava placando la dolorosa tensione dei nervi. Come è piccola, Helen, si disse, ed io ricordo ancora quando mi portava in giro, reggendomi sul braccio… e adesso quasi non mi arriva alla spalla. Lei gli portò del cibo, che lui divorò con voracità animalesca, l’orecchio teso alla pioggia diluviante, là fuori, sentendosi a disagio sotto lo sguardo inquisitivo di Helen. Ma davanti ai suoi occhi c’era, fin troppo chiaro, il ricordo della donna nel bosco, e l’immaginazione di Robin era così vivida, resa ancora più acuta dalla solitudine e non diluita in una confusione di altre impressioni casuali, che gli sembrò, quasi, che la stessa Helen potesse vederla. E quando lei gli si fece più vicina, l’immagine si fece così netta e precisa, nei suoi pensieri, da spingerlo addirittura a sciogliersi dalla sua stretta affettuosa.

L’alba del giorno successivo fu grigia e silenziosa, qua e là sferzata da pungenti scrosci di pioggia. Rimasero tutti e due al coperto, accanto al fuoco che ardeva lento sotto la cenere; Robin, febbricitante e in preda al malessere per la doccia che si era preso, disteso accanto al focolare e troppo indolente per muoversi, seguiva con lo sguardo l’andirivieni di Helen nella stanza, e non riusciva a capire perché mai la vista della sua sottile ed agile figura in quella mezza luce grigia dovesse riempirlo di tanta dolente, acuta malinconia.

La tempesta finì quattro giorni dopo. Helen finì per esaurire tutte le sue incombenze casalinghe, e passò il resto del tempo a sfogliare nervosamente i suoi pochi libri, che ormai conosceva a memoria… poiché le avevano consentito di tenere con sé tutti gli oggetti personali, tutte le cose che aveva scelto su una Terra infinitamente lontana e dimenticata, per portarle con sé in una missione di dieci anni fra le stelle. Per la prima volta, dopo anni, Helen tornò con la mente alla vita, alla civiltà che aveva lasciato… anzi, che aveva gettato via, per Robin, il quale era stato in quei giorni un fagottino roseo stretto fra le sue braccia, e adesso se ne stava lì, aggrondato e silenzioso, accanto al focolare, futilmente impegnato a far la punta, più e più volte, a un bastoncino con il coltello (ripescato da un mucchio di roba scartata dalla Starholm), che era la sua proprietà più cara. Helen sentì l’orrore stringersi lentamente su di lei. Quale mondo, quale eredità gli ho dato, nella mia pazzia? Perché questo mondo ci ha fatto impazzire tutti e due. Sì, Robin ed io siamo tutti e due un po’ matti, per gli standard della Terra. E quando io morirò, perché morirò io per prima, cosa sarà di lui? In quel momento, Helen sarebbe stata pronta a dar la vita, pur di credere in quel suo vecchio sogno dello strano popolo nel bosco.

Buttò via, con un gesto d’impazienza, il libro, e Robin, come se stesse giusto aspettando quel segno, balzò su a sedere e cominciò precipitosamente: «Helen…»

Grata che lui avesse rotto quel silenzio che durava da giorni, lei gli rivolse un sorriso d’incoraggiamento.

«Ho letto i tuoi libri,» lui proseguì, diffidente, «e ho letto del sole dal quale tu provieni. È differente da questo sole. Supponi… sì, supponi che ci sia davvero della gente, qui, e che qualcosa in questa luce, oppure nei tuoi occhi, la renda invisibile a te…»

Helen l’interruppe: «Li hai visti ancora?»

Lui si ritrasse come scottato davanti al suo tono ironico, e lei gli chiese, un po’ più gentilmente: «È una teoria, Robin, ma comunque non spiega perché tu li veda.»

«Forse perché io…» lui annaspò, in cerca di una risposta, «… io sono più abituato a questa luce. E poi, non hai detto che hai creduto di averli visti anche tu, ma hai pensato che fosse un sogno?»

A metà strada fra l’esasperazione e la compassione, Helen si sforzò di ragionare con lui: «Ma se questa gente che tu dici di aver visto esiste realmente, perché non si è mai rivelata, in sedici anni?»

L’impazienza con cui lui le rispose la fece quasi rabbrividire: «Io credo che vengano fuori soltanto al cader della notte… sono, come potrebbe definirli il tuo libro, una civiltà primitiva.» Robin stava recitando, con una strana esitazione, delle parole che aveva letto, ma che non aveva mai udito. «Ma io non credo che siano davvero una civiltà, essi sono… essi fanno parte della foresta.»

«Un popolo della foresta,» ripeté, fra sé, Helen, impressionata suo malgrado «e notturno. E quando tu li vedi, c’è sempre il chiaro di luna, o il crepuscolo…»

«Ma allora, tu mi credi… oh, Helen!» Robin gridò, e all’improvviso gli eruppe fuori tutta la storia di ciò che aveva visto, con parole incoerenti, concludendo infine: «E quando è giorno, io posso sentirli, ma non posso vederli. Helen, Helen, anche tu devi crederci adesso, devi lasciare che io li cerchi, che io impari a parlare con loro…»

Helen si sentì mancare, ascoltando queste parole. Sapeva che non avrebbero dovuto imbarcarsi in una discussione proprio adesso, dopo cinque giorni di quella vicinanza forzata, lì dentro la baracca, ambedue con i nervi a fior di pelle, ma un’inspiegabile furia interiore la forzò a scagliare quelle parole roventi contro Robin: «Tu hai visto una donna, e io… io ho visto un uomo. Ma sono soltanto sogni. Cos’altro devo spiegarti?»

Robin, cupo e furioso, scagliò via il coltello. «Tu sei così cieca, così ostinata…»

«Credo che tu abbia ancora la febbre.» Helen si alzò in piedi e fece per andar via.

Lui gridò, infuriato: «Mi tratti come un bambino!»

«Perché ti stai comportando come un bambino, con tutte queste favole di donne nel vento.»

All’improvviso il tormento interiore traboccò e lo travolse, e Robin si aggrappò a Helen, abbracciandole le ginocchia, avvinghiandosi a lei come non aveva più fatto da quando era bambino, le parole gli uscivano di bocca in una cascata confusa.

«Helen, Helen cara, ti prego, non essere arrabbiata con me,» implorò e la strinse in un cieco abbraccio che quasi la fece incespicare. Non si era mai resa conto di quanto Robin fosse diventato forte; ma si stava comportando come un bambino, e lei l’abbracciò stretto a sua volta, e cominciò a coprirgli il volto di baci infantili.

«Non piangere, Robin, bambino mio, va tutto bene,» gli mormorò, inginocchiandosi accanto a lui. Un po’ per volta il suo pianto dirotto e disperato si calmò; gli sfiorò la fronte con la guancia, per controllare se non fosse calda per la febbre, e lui l’afferrò strettamente, tenendola ferma in quella posizione. Helen lasciò che rimanesse così, appoggiato contro la sua spalla, pensando che forse, dopo l’esplodere d’una così intensa emozione, si sarebbe addormentato, e anche lei era ormai mezza sprofondata nel sonno, quando fu folgorata da un’improvvisa comprensione; con un guizzo, cercò di liberarsi dalla stretta delle sue braccia.

«Robin, lasciami.»

Lui si aggrappò ancora più strettamente a lei, senza capire. «Non lasciarmi, Helen. Cara, resta qui accanto a me,» implorò e le schiacciò la bocca sulla sua, in un bacio appassionato.

Helen, il cuore stretto in una gelida morsa, capì che, se non si fosse prontamente liberata, sarebbe stata costretta a lottare contro quell’uomo giovane, fin troppo forte, ed eccitato, anche se non del tutto conscio di ciò che stava facendo. Fece perciò appello all’aspro, imperioso tono materno di dieci anni prima, quasi del tutto cancellato da quello stretto cameratismo che si era creato, col tempo, fra loro: «No, Robin. Smettila immediatamente, hai capito?»

Automaticamente, lui la lasciò andare, e Helen subito rotolò via, lontana da lui, e balzò in piedi. Robin, troppo intelligente per non aver colto la sua ira e troppo ingenuo per averne capito la causa, lasciò ricadere, all’improvviso, la testa, e scoppiò in lacrime, desolato. «Perché sei così arrabbiata?» si lasciò sfuggire. «Io… io ti stavo soltanto volendo bene…»

A queste parole da bambino di cinque anni, Helen fu sul punto di esplodere in un grido, ma riuscì a stento a dominarsi. «No, io non sono arrabbiata, Robin… parleremo di tutto questo più tardi, sì, te lo prometto,» e poi, sentendo ogni suo autocontrollo venir meno, si girò di scatto e si precipitò di corsa sotto il diluvio di pioggia.

Vagò a lungo, stordita nella sua profonda infelicità, tra quegli alberi familiari, senza neppure accorgersi che continuava a gemere e a singhiozzare, «No, no, no, no!»

Erano senz’altro passate ore, in questa sua fuga disperata. La pioggia a un certo punto era cessata e l’oscurità l’aveva ormai avvolta, prima che lei riuscisse a calmarsi un po’ e a pensare con più chiarezza.

Sì, era stata cieca a non prevedere l’arrivo di questo giorno, quando Robin era ancora un bambino; se soltanto suo figlio fosse stato una bambina, tutto questo avrebbe potuto essere evitato. Scoppiò in una risata isterica, che accrebbe ancor di più il suo sbigottimento: se Colin fosse rimasto lì con lei, e avessero allevato una famiglia, come Adamo ed Eva!

Ma, adesso? Robin aveva sedici anni; lei non ne aveva ancora quaranta. Andò con la mente a lontani ricordi della sua vita sociale; tabù così profondamente radicati che, per lei, erano istintivi e inviolabili. Ma, per Robin, nient’altro esisteva, se non quello stretto sentiero della foresta, e lei stessa, Helen… l’unica persona nel suo mondo. Tanto peggio per l’istinto, fu il suo amaro pensiero. Ma ho il diritto, io, di ricominciare tutto un’altra volta? O peggio ancora, ho il diritto di negare la sua esistenza e, quando morirò, di lasciare Robin solo?

Incespicò, e si arrestò a riprender fiato, e a questo punto si accorse di aver vagato in circolo, e di trovarsi, adesso, in quel punto a lei familiare della riva del fiume che per sedici anni aveva evitato. E un’altra constatazione seguì, subito dopo: per la seconda volta soltanto, per quanto riusciva a ricordare, il vento era cessato del tutto.

I suoi occhi, gonfi per il pianto, bruciavano, mentre si sforzava di penetrare la densa cortina di nebbia, che stava assumendo una sfumatura violacea all’approssimarsi dell’alba, lì, sospesa sulla distesa d’acqua. Attraverso il velo brumoso che si andava assottigliando, lei distinse, vagamente, la figura di un uomo.

Era alto di statura, e la sua pelle sembrava riflettere, nel suo pallore, i colori sbiaditi dalla nebbia. Helen cadde a sedere, in una morsa di gelo, la bocca socchiusa, e per lunghi istanti lui tenne lo sguardo puntato su di lei, senza muoversi. I suoi occhi, sprazzi di oscurità sul suo volto pallido, sembravano esprimere una tristezza e una compassione infinite, e a lei parve che le sue labbra si muovessero come per parlare, ma udì soltanto il sottile, familiare fruscio del vento.

Dietro di lui, ma erano soltanto vaghi barlumi, a lei parve di distinguere le parvenze disincarnate di altri volti, la punta delle dita di mani invisibili, occhi, il profilo d’un petto femminile, la curva del piede d’un bambino. Per un lungo istante, in quella condizione di ottuso stupore, tutte le sue difese crollarono, e lei pensò: Ma allora, io non sono pazza, non è stato un sogno, e Robin non è figlio di Reynolds, no, no… Questo è suo padre… uno di loro… che hanno sempre vegliato su di me e Robin, Robin li ha visti, ancora non sa di essere uno di loro, ma essi lo sanno.

L’uomo avanzò di due passi, il suo corpo traslucido fu attraversato come da un’improvvisa iridescenza, una dozzina di colori davanti ai suoi occhi confusi. Quella strana familiarità nel suo volto… familiarità… e in un improvviso spasimo di terrore Helen fu folgorata da un pensiero: «Sto impazzendo, è Robin, è Robin!»

La mano protesa era ormai sul punto di sfiorarla, quando il suo grido esplose come una gelida frustata nella foresta, suscitando echi selvaggi tra le voci del vento. Lei si girò di scatto e si precipitò alla cieca verso la riva strapiombante e franosa. Alle sue spalle, un trepestio, una voce, un grido… Robin, o quello strano uomo-driade, chi mai… come saperlo, come? L’orrore dell’incesto, il figlio il padre l’amante all’improvviso fusi in una sola, angosciante presenza, travolsero il suo cervello vacillante e lei si lanciò follemente verso il ciglio del precipizio. Sentì l’improvvisa, concreta stretta di una mano maschile sulla sua spalla, in quell’istante avrebbe ancora potuto balzare indietro, ma invece lottò ciecamente, liberandosi con un ultimo guizzo, gridando, «No, Robin, no, no…», lanciandosi giù per la scarpata, scivolando, roteando su se stessa, tuffandosi infine nella corrente tumultuosa, in un estremo, vorticante oblio, nella morte…

Molti anni dopo, Merrihew, che tutto quel tempo passato nel Servizio Spaziale aveva parecchio invecchiato, falsificò una registrazione sul giornale di bordo, deviando dalla sua rotta e orbitando con la sua nave intorno a un piccolo pianeta verde da lui chiamato il Mondo di Robin. Le vecchie costruzioni erano ridotte a pochi tronconi marciti, e Merrihew per un paio di mesi si dedicò puntigliosamente a esplorare il pianeta, da un polo all’altro, ma non trovò niente. Niente, oltre alle ombre e ai fruscii e all’eterno mormorio del vento. Alla fine, riaccese i propulsori della nave, e ripartì.

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