Le grandi storie di fantascienza vol 22 - Isaac Asimov

LE GRANDI STORIE DELLA FANTASCIENZA 22

Introduzione

Il primo anno della nuova decade fu caratterizzato da molteplici eventi di grande importanza, e non tutti particolarmente piacevoli. Novantadue uomini di colore furono uccisi in un massacro dalle forze dell’ordine a Shaperville, nel Sud Africa. Questa tragedia diede notevole impulso al movimento per la libertà in quelle terre desolate. Negli Stati Uniti, il movimento di protesta per i diritti civili crebbe in seguito all’assalto da parte dei Neri alle Tavole Calde di Greensboro, nel Nord Carolina. Nel 1960 Fidel Castro avvicinò Cuba all’Unione Sovietica, e cominciò a espropriare le compagnie americane che si erano stabilite nell’isola. Il Congo ottenne l’indipendenza dal Belgio, ma le forze delle Nazioni Unite dovettero intervenire per restaurare l’ordine, a libertà conquistata. I francesi fecero detonare la loro prima bomba atomica e gli Stati in possesso di ordigni nucleari acquisirono una quarta potenza.

La principessa Margaret (vi ricordate di lei?) sposò Tony Armstrong-Jones, mentre le divergenze politiche tra la Repubblica Popolare Cinese e l’Unione Sovietica divennero di pubblico dominio. Gary Francis Powers veniva abbattuto mentre sorvolava con il suo U-2 l’U.R.S.S. in missione di spionaggio; il presidente Eisenhower dapprima negò e poi ammise che un aereo americano in effetti, sorvolava l’Unione Sovietica, e Krushchev annullò un incontro al vertice già fissato. John F. Kennedy e il vicepresidente Richard Nixon vincevano le nomine per la campagna elettorale alla Presidenza degli Stati Uniti, rispettivamente per il Partito Democratico il primo e il Partito Repubblicano il secondo, e Kennedy vinceva l’elezione in novembre, con una maggioranza di 112.000 voti, procurati probabilmente da votanti ‘morti’ di Chicago.

Il nazista responsabile dello sterminio della popolazione ebraica europea, Adolf Eichmann, veniva scoperto da agenti israeliani in Argentina e trasferito a Israele per essere sottoposto a processo.

Il 1960 fu un anno di successi per Broadway con la presentazione di Becket, The Fantastic, Bye, Bye Birdie, Una serata con Mike Nicols e Elaine May, Camelot, Irma la dolce, Giocattoli nell’attico di Lillian Hellman, e Tammy Grimes nelle vesti del L’Inaffondabile Molly Brown. Nello sport, Pete Runnels dei Red Sox e Dick Groat dei Pirates guidarono i majors in hitting, mentre Ernie Banks guidava in homers con 41. Pittsburg toglieva il Campionato Mondiale agli Yankees in sette incontri. L’American Football League debuttava mentre Pete Rozelle diventava Commissario della National Football League. Jim Brown dei Cleveland Browns di Marty guidava la NFL in rushing, Ray Berry dei Colts era il capitano receiver, e Mike Ditda dell’Università di Pittsburg era un All-American end. Le Olimpiadi di Roma del 1960 videro Wilma Rudolph e Cassius Clay (ribattezzatosi più tardi Muhammad Ali) vincere le medaglie d’oro, mentre Rafer Johnson otteneva una brillante vittoria nel decathlon. Floyd Patterson infliggeva un K.O. a Ingemar Johansson, riacquistando la corona dei pesi massimi. Ma i Packers perdevano la partita di finale del Campionato di NFL con gli Eagles. E Venetian Way, montato da Willie Hartack, vinceva il Kentycky Derby.

Nel 1960 il Premio Nobel per la medicina e la fisiologia andava a Burnett e a Medawar per le loro ricerche sul Sistema Immunitario, soggetto che sarebbe diventato d’interesse medico predominante negli ’80. Theodore Maiman inventava il laser, mentre venivano lanciati con successo nello spazio il primo satellite delle comunicazioni (Echo I) e il primo satellite meteorologico (Tiros I).

I migliori film dell’anno furono I magnifici sette, L’anno scorso a Marienbad, l’Appartamento di Billy Wilder, Exodus, Elmer Gantry, Spartacus, con Kirk Douglas, Mai di domenica, e il grande Psyco di Alfred Hitchcock, con Antony Perkins e Alan Bates. Elizabeth Taylor veniva acclamata come ‘Migliore Attrice’ per Butterfield 8. Harold Schonberg diventava critico musicale per The New York Times, Jasper Hohns dipingeva “Light Bulb”, Willem de Kooning dipingeva “Un albero a Napoli” e Louise Nevelson scolpiva “Sky Cathedral”.

Fra le tragedie dell’anno si annoverano la distruzione dell’Ebbets Field e il divorzio di una delle coppie più amate d’America, Lucilie Ball e Desi Arnaz. Allo stesso tempo, appariva sul mercato il primo contraccettivo orale, insieme al primo pennarello e al Librium, il che tese a bilanciare le cose. Nel mondo dei libri (loro mondo, non nostro) si ricordano titoli come The Loneliness of the Long Distance Runner di Allen Sillitoe, L’Ascesa e la caduta del Terzo Reich di William L. Shirer, Corri, coniglio di John Updike, Growing Up Absurd di Paul Goodman, To Kilt a Mockingbird di Harper Lee, The Chapman Report di Irving Wallace, The Conscience Of The Conservative di Barry Gold water, The Sot-Weed Factor di John Barth, The Stages Of Economic Growth di Eugene Rostow, Hawaii di James Michener, Into the Stone and Other Poems di James Dickey, Amore e morte nel romanzo americano di Leslie Fiedler, Advise And Consent di Alien Drury, The End of Ideology di Daniel Bell, e Il mago di Lublino di Isaac Bashevis Singer (L’altro Isaac).

Gli spettacoli televisivi di maggior successo furono, Gunsmoke, Wagon Train, e Have Gun Will Travel tutti western; sempre in televisione debuttarono quell’anno The Bob Newhart Show, Route 66, The Andy Griffin Show, My Three Sons e The Flintstones, ma, allo stesso tempo, Howdy Doody mangiò la polvere dopo più di 2000 episodi. Comunque, lo spettacolo televisivo più bello di quell’anno fu il dibattito tra Kennedy e Nixon, che molti considerano aver portato alla Presidenza il senatore del Massachusetts (unitamente ai voti degli zombies di Chicago).

Il mondo della musica veniva arricchito da gemme come “Il Twist”, le magnifiche “Handy Man” di Jimmy Jones, “Chain Gang” di Sam Cooke, “Georgia On My Mind” di Ray Charles; dalle indimenticabili “Itsy Bitsy Teenie Weenie Yellow Polka Dot Bikini” e “Are You Lonesome Tonight” del “Re”. Per non dimenticare “Time Cicle” di Lucas Foss e “Three Movements For Orchestra” di Milton Babbitt. Un certo Barry Gordy dava vita alla Motown Records.

La morte colpiva Mack Sennett, Oscar Hammerstein II, Aneurin Bevan, Margaret Sullivan, Boris Pasternak, Aly Khan, Clark Gable, Emily Post, Albert Camus e Richard Wright.

Mel Brooks era Mel Brooks.

Nel mondo reale di tutti i giorni riviste come Fantastic Universe e Future Science Fiction soccombevano l’una dopo l’altra, in marzo e aprile, per mancanza di vendite.

Allo stesso tempo, continuava l’esplosione del paperback, così come il successo di alcune edizioni in edizione rilegata di fantascienza, tra le quali la più importante fu il romanzo dell’anno, Un cantico per Leibowitz, edito da Lippincott. Altri libri degni di nota, furono i romanzi Il passo dell’ubriaco di Frederik Pohl, Rogue Moon di Algis Budrys, The Tomorrow People di Judith Merril, Generale genetico di Gordon R. Dickson, And the Town Took Off di Richard Wilson, Venere più x di Theodore Sturgeon, il meraviglioso Crociata Spaziale di Paul Anderson, che ha il mio voto come il più bel romanzo del 1960, e lo sconvolgente Flesh di Philip José Farmer.

Fu un anno ancora migliore per le antologie e le collane, tra le quali spiccano Relazioni Aliene di Philip José Farmer, A Decade of Fantasy and Science Fiction edito da Robert P. Mills, Galassie come granelli di sabbia di Brian W. Aldiss, The Science-Fictional Sherlock Holmes, edito da The Council of Four, The Worlds of Clifford Simak, 13 Great Stories of Science Fiction e Six Great Short Science Fiction, pubblicati dal grande Groff Conklin, I guardiani del tempo di Poul Anderson, e Out of Bounds di Judith Merril.

Uno dei libri più importanti del 1960 fu Nuove mappe dell’inferno di Kingsley Amis, la prima dissertazione di rilievo (e largamente laudatoria) sul campo sf, scritta da qualcuno estraneo all’ambiente della fantascienza. Fu una delle prime indicazioni che portarono a credere che la fantascienza sarebbe stata considerata con una certa serietà dal mondo esterno. Allo stesso tempo, Thomas D. Clareson creava Extrapolation (un periodico ancora molto diffuso, associato a The Science Fiction Research Association).

Nel mondo reale, altre due persone importanti intraprendono il loro primo viaggio nella realtà; nel gennaio, R.A. Lafferty con Day of the Glacier; in febbraio, Ben Bova con A Long Way Back. Astounding Science Fiction cambia testata in Astounding Science Fact & Fiction, dapprima per poi diventare Analog.

In televisione, le produzioni della BBC mandavano in onda Esperimento Quatermass, Quatermass II e Quatermass e il pozzo, di Nigel Kneale. I film del fantastico dell’anno compresero Visit to a Small Planet di Gore Vidal, l’orribile Atomic Submarine, il bel The Wasp Woman, The Electronic Monster di Susan Cabot, i giapponesi Battle in Outer Space,

Dinosaurus, 12 to the Moon, l’eccellente Il villaggio dei dannati, Il mondo perduto di Sir Arthur Conan Doyle, le opere di H.G. Wells The Time Machine, Beyond the Time Barrier, The Two Faces of Dr. Jekyll, la solitaria Last Woman on Earth, e I primi uomini sulla Luna.

La famiglia si riunì a Pittsburg per la 18a Convention del Mondo della Fantascienza – Pittcon. I Premi Hugo (per opere dell’anno precedente) andarono a Fanteria dello Spazio di Robert A. Heinlein, Fiori per Algernon di Daniel Keyes, Ai confini della Realtà, The Magazine of Fantasy and Science Fiction di Ed Emshwiller, e un Premio Speciale a Hugo Gernsback come “Padre della Rivista Fantascienza”.

Intraprendiamo, allora, un viaggio a ritroso di quel memorabile 1960 e gustiamoci i racconti migliori che il mondo reale ci ha tramandato

 

 

 

Mariana

di Fritz Leiber

Fantastic, febbraio

Fritz Leiber (per un breve periodo fu conosciuto come Fritz Leiber Jr.) è lo stimato vincitore del World Fantasy Award, conferito dal World Fantasy Convention e del Gran Master Nebula conferito dalla Science Fiction Writers Of America, per l’enorme talento creativo dello scrittore nell’arco della sua vita. Negli anni ’90 pubblicava ancora una colonna mensile per il Locus.

Fritz ha spesso onorato questa serie della sua collaborazione, ed è nostro piacere ora dargli ancora il benvenuto con Mariana, un racconto del quale Philip K. Dick sarebbe orgoglioso di essere l’autore. La sua più recente antologia è costituita dalla voluminosa opera The Leiber Chronicles (1990), edito dal sottoscritto. Uno degli incarichi più piacevoli che ho avuto la fortuna di ricevere. (M.H.G.)

“Solipsismo” viene dal latino “colui che appartiene a se stesso”. Quasi tutti gli esseri pensanti si sono chiesti, una volta o l’altra che cosa sia la realtà. La nostra conoscenza ci viene attraverso i sensi, ma quanto veritiere sono le nostre sensazioni? Non potrebbe forse trattarsi soltanto d’illusione? Possiamo essere davvero certi di niente se non di noi stessi e dei nostri pensieri?

Il dilemma ci viene suggerito in modo quasi agghiacciante alla fine del romanzo di Mark Twain, Lo straniero misterioso. Lo si ritrova nel classico di Robert A. Heinlein Loro. È un dilemma cui non ci è dato trovare risposta e al quale non sembra poterci essere alcuna soluzione. Coloro che indugiano nel solipsismo devono finire con l’arrendersi e abbandonarlo, per continuare a vivere la vita di tutti i giorni.

E ora siete pronti per “MARIANA”. (I.A.)

Mariana aveva vissuto nella grande villa, odiando quegli alti pini che la circondavano, per un tempo che a lei sembrava un’eternità, quando scoprì il pannello segreto nel riquadro di controllo della casa.

Il pannello segreto era semplicemente una lastra stretta e nuda d’alluminio. Lei aveva pensato che si trattasse di un pannello pronto a essere ricoperto di nuovi pulsanti per altrettanti comandi, nel caso ve ne fosse stato bisogno! Tra i controlli per l’aria condizionata e i controlli di gravità, situati al di sopra dei controlli per la TV tridimensionale e al di sotto di quelli per il controllo dei robot maggiordomo e cameriere.

Jonathan le aveva detto di non toccare quel pannello mentre lui rimaneva in città, poiché avrebbe potuto causare danni ai collegamenti elettrici, perciò quando il pannello si staccò al tocco lieve delle sue dita e ricadde sul lastricato del loggiato con tintinnio musicale, la sua prima reazione fu quella di paura.

Poi notò che si trattava soltanto di una semplice, piccola lastra oblunga di alluminio che era caduta e che dietro lo spazio che aveva coperto vi era una fila di sei piccoli interruttori. Soltanto il primo in alto era identificato. Infatti, accanto brillavano le lettere che componevano la parola ALBERI ed era acceso.

Quando quella sera Jonathan tornò dalla città, Mariana radunò tutto il suo coraggio e gli riferì quanto era accaduto. Lui non sembrò esserne particolarmente né interessato né contrariato.

— Naturalmente c’è un interruttore per gli alberi — replicò calmo mentre con un cenno indicava al maggiordomo di tagliargli la bistecca.

— Non lo sapevi che erano alberi radio? Non potevo aspettare venticinque anni perché crescessero, e non potrebbero comunque farlo su questo terreno roccioso. Una stazione radio in città trasmette un pino-modello e apparecchi riceventi come il nostro captano le onde e le proiettano attorno alle case. È un sistema rudimentale ma conveniente.

Dopo un po’ lei chiese timidamente: — Jonathan, i pini sono inconsistenti quando passi tra loro?

— Ma no! Sono solidi come questa casa e come la roccia sotto di essi, e sono tanto solidi al tatto quanto appaiono alla vista. Una persona potrebbe anche arrampicarvisi. Se tu andassi fuori a fare qualche passeggiata e a perlustrare te ne renderesti conto. La stazione in città trasmette impulsi alternati di materia a sessanta cicli al secondo. Sono concetti scientifici al di là della tua comprensione.

Lei azzardò un’altra domanda: — Perché hanno ricoperto gli interruttori?

— Per evitare che tu possa combinare guai, come per i controlli della TV. E per evitare che ti vengano idee in testa di cominciare a cambiare gli alberi. E questo, credimi, disturberebbe me: tornare a casa tra querce un giorno e betulle un altro. Ho bisogno di stabilità, e a me piacciono i pini. — Volse lo sguardo verso la finestra della sala da pranzo e lo indugiò sui pini con un grugnito di soddisfazione.

Lei aveva avuto l’intenzione di dirgli quanto odiasse quei pini, ma le parole di lui la scoraggiarono e lasciò cadere l’argomento.

A mezzogiorno circa dell’indomani, però, tornò al pannello segreto e spense l’interruttore dei pini e subito dopo si voltò a osservarli.

Dapprima sembrò che non succedesse niente e lei cominciò a pensare che Jonathan si fòsse sbagliato, così come spesso succedeva, malgrado lui non volesse ammetterlo mai, ma poi gli alberi cominciarono a ondeggiare e pallide scintille verdi saettarono tra essi, poi sbiadirono e sparirono, lasciando dietro di sé soltanto un accecante punto luminoso, simile a quello che lascia lo schermo di un televisore che viene spento. La stella rimase immobile per un tempo che sembrò interminabile, poi retrocesse veloce verso l’orizzonte.

Ora che i pini non ingombravano più, Mariana poteva vedere davanti a sé tutto il panorama circostante. Era una piatta distesa di roccia grigia, chilometri e chilometri senza fine di pietra uguale a quella sulla quale era costruita la casa e che costituiva il pavimento della loggia. Era lo stesso in ogni direzione. Quella sconfinata pianura era attraversata soltanto da una strada scura a due corsie. Nient’altro.

L’impressione che ne ricevette fu di repulsione quasi immediata, ne provò tutta la solitudine e la desolazione. Accese l’interruttore di gravità su luna-normale e cominciò a muoversi in una danza sognante, volteggiando al di sopra degli scaffali di libri al centro della stanza, e al di sopra del pianoforte a coda, e trascinò nella danza anche il robocameriera, ma tutto questo non servì a rallegrarla. Alle due tornò a riaccendere l’interruttore dei pini, così come aveva avuto intenzione di fare prima che Jonathan tornasse e s’infuriasse.

Ma sulla colonna degli interruttori erano stati apportati dei cambiamenti. La parola ALBERI non brillava più. Ricordò che era stata la prima in alto, ma il corrispondente interruttore non funzionava più. Lei cercò di forzarlo per riportarlo sull’on, ma non vi riuscì

Mariana rimase a sedere per tutto il resto del pomeriggio sugli scalini esterni, fissando quella strada nera a due corsie. Non vi passò né un’auto né una persona finché non apparve la spider di Jonathan, che sembrò dapprima rimanere immobile nella lontananza e poi muoversi come una lumaca microscopica, malgrado lei sapesse quanto lui guidasse sempre ad altissima velocità, era la ragione per cui non voleva mai salire in macchina con lui.

Jonathan non s’arrabbiò tanto quanto lei aveva temuto. — È colpa tua, per quella maledetta tua abitudine di mettere le mani dappertutto — le disse seccamente. — Ora dobbiamo chiamare un tecnico. Accidenti, odio mangiare e aver da guardare solo quei massi! È già scocciante attraversarli due volte al giorno.

Lei gli chiese esitante il perché di quella superficie nuda e rocciosa e della mancanza di vicini di casa.

— Be’, tu volevi abitare lontano dalla città — rispose Jonathan — e non ti saresti accorta di niente se non avessi spento gli alberi.

— C’è un’altra cosa che devo chiederti, Jonathan — continuò lei. — Ecco, il secondo interruttore, quello subito sotto, ha una parola che luccica. Dice CASA. L’interruttore è sull’on, io non l’ho toccato! È possibile che…

— Voglio andare a controllare — disse lui, balzando su dal divano e sbattendo il bicchiere del martini con ghiaccio sul vassoio della robocameriera con tanta violenza da farla barcollare rumorosamente. — Ho comprato questa casa, credendola solida, ma ci sono degli imbroglioni in giro. In questo genere riconosco immediatamente uno stile trasmittente, ma c’è sempre la possibilità che mi abbiano rifilato una realizzazione proveniente da qualche altro pianeta o sistema solare. Sarebbe proprio il colmo se io e un’altra cinquantina di multi-megaricconi fossimo finiti in case identiche l’una all’altra, ognuno credendo che la sua sia unica.

— Ma se la casa è poggiata sulla roccia…

— Questo renderebbe a loro più facile l’inganno, cervello di gallina che non sei altro!

Raggiunsero il pannello dei controlli. — Eccolo qua — disse lei, allungando l’indice… e fece scattare l’interruttore CASA.

Per qualche momento non successe niente, poi un turbine bianco attraversò il soffitto, le pareti e il mobilio cominciarono a gonfiarsi e a trasformarsi in bolle come lava raffreddata, e poi furono soli su di un masso largo come tre campi da tennis. Anche il pannello dei comandi era sparito. L’unica cosa rimasta era una sottile corda che fuoriusciva dalla pietra grigia, ai loro piedi, alla quale era attaccato, come un frutto meccanico, un piccolo blocco con sei interruttori… e una stella dalla luminosità intollerabile, sospesa nell’aria dove prima era stata la loro camera da letto.

Mariana cercò freneticamente di rispostare l’interruttore, ma questo già mancava di indicazione e si era bloccato in posizione off, e non le fu possibile rimuoverlo malgrado facesse peso con tutta la sua persona.

Il piano superiore si staccò con la violenza di una pallottola incendiaria, ma la vampata dell’ultima lampada illuminò la faccia di Jonathan trasformata in una maschera furibonda, e le sue mani erano sollevate a mo’ di artigli.

— Tu, piccola idiota! — urlò, avvicinandosi a lei.

— No, Jonathan, no! — si lamenta Mariana, indietreggiando, mentre lui continuava ad avanzare.

Si accorse che il blocco degli interruttori si era staccato dal cavo ed era tra le sue mani. Sul terzo brillava un nome: JONATHAN. Lo fece scattare.

Nell’attimo in cui le sue dita si affondavano nelle spalle nude di lei, esse sembrarono diventare di poliestere, e poi rarefarsi come l’aria. La sua faccia e il suo vestito di flanella grigia fermentarono d’iridescenza, come il fantasma d’un lebbroso, poi si sciolsero fuggendo via. La sua stella, più piccola di quella della casa, ma più vicina, le ferì gli occhi con la sua luce. Quando poté riaprirli non era rimasto più niente della stella né di Jonathan se non l’ombra dell’immagine al negativo che volteggiava come una nera palla da tennis.

Si trovò sola su un’infinita, nuda e piatta distesa di pietra, sotto un cielo terso, punteggiato di stelle.

Il quarto interruttore brillava ora con un nome: STELLE.

Il suo orologio da polso a radium segnava quasi l’alba e lei era completamente ghiacciata, quando finalmente decise di spegnere le stelle. Non avrebbe voluto farlo, nel loro lento muoversi attraverso il cielo esse sembravano essere rimaste l’ultimo segno di realtà ordinata, ma sembrava l’unica mossa per lei da compiere.

Si chiese che cosa avrebbe detto il quinto interruttore: PIETRE? ARIA? o perfino…

Spense le stelle.

La Via Lattea, arcuandosi in tutta la sua inalterabile gloria, cominciò a vorticare, le sue stelle a saettare intorno come moscerini. Presto ne rimase soltanto una, più luminosa di Sirio o Venere, finché anche questa indietreggiò impallidendo, fino a sparire nell’infinito.

Il quinto interruttore diceva DOTTORE e non era acceso, ma girato sull’off.

Un terrore inesplicabile s’impadronì di Mariana. Non voleva neanche toccare quel quinto bottone. Appoggiò il blocco sulla pietra e si allontanò indietreggiando.

Ma non ebbe il coraggio di inoltrarsi nell’oscurità senza stelle. Si rannicchiò e aspettò l’alba. Ogni tanto controllava il quadrante del suo orologio e gettava occhiate verso l’interruttore che brillava nella notte a circa dieci metri da lei.

Sembrava che si facesse sempre più freddo.

Lesse il quadrante dell’orologio. Segnava due ore dopo il sorgere del sole. Si ricordò di avere imparato a scuola, quando frequentava la terza elementare, che il sole non era che un’altra stella.

Tornò di nuovo al blocco e vi si sedette accanto, poi lo prese in mano mentre un brivido la percorreva e fece scattare il quinto interruttore.

La pietra si ammorbidì sotto di lei emanando una piacevole fragranza e si ripiegò sulle sue gambe schiarendosi fino a diventare bianca.

Era seduta in un letto d’ospedale, in una piccola stanza blu a sottili strisce bianche.

Una voce dolce e meccanica sembrò venire dalla parete e disse: — Tu hai interrotto la terapia del “desiderio soddisfatto”, in seguito a tua personale decisione. Se riconoscerai la tua condizione patologica depressiva e accondiscendi a essere aiutata, il dottore verrà a visitarti. Se no, sei libera di continuare nella terapia seguita fino a ora, fino alla sua inevitabile conclusione.

Mariana abbassò lo sguardo. Teneva ancora tra le mani il blocco degli interruttori e il quinto segnava DOTTORE.

Dal muro la voce continuò. — Deduco dal tuo silenzio che hai deciso d’accettare l’aiuto. Il dottore sarà da te immediatamente.

Quel terrore inesplicabile s’impossessò di lei ancora una volta, con intensità compulsiva.

Spense l’interruttore DOTTORE.

E fu di nuovo nell’oscurità senza stelle. La pietra era diventata ancora più fredda. Sentì come piume ghiacciate posarlesi sul viso: neve.

Sollevò il blocco e vide, con immenso sollievo, che il sesto interruttore si era acceso, e piccole lettere luminose formavano un nome: MARIANA.

Il giorno in cui la fabbrica di ghiaccioli chiuse i battenti

Come fa notare Isaac più avanti, l’avarizia è certamente l’idea centrale negli scritti di Fred Pohl, in particolare nei racconti e nei romanzi che vanno dal 1950 al 1960. Il 1960 fu un anno quanto mai felice per lui, l’anno nel quale fu pubblicato il suo romanzo Drunkard’s Walk, suo primo romanzo a solo dal 1957, anno della pubblicazione di Slave Ship. Inoltre, sempre nel 1960, pubblicò una bella antologia, The Mart Who Ate The World, che conteneva esempi stellari quali The Wizards of Pung’s Corners e The Waging Of The Peace (1958-1959), senza contare l’incredibile racconto del titolo. (M.H.G.)

È possibile, a volte, cercare di divertirsi a ridurre una complessa opera letteraria a una singola parola o frase. Così possiamo convertire “Il Conte di Montecristo” di Alessandro Dumas in ‘Vendetta’; o il suo “I tre Moschettieri” in ‘Amicizia’.

Possiamo fare lo stesso, forse, riguardo all’opera complessiva di un solo autore. Per esempio, mi piace soffermarmi a considerare che se tutti i miei scritti fossero raggruppati sotto un solo titolo, questo potrebbe essere condensato in ‘Ragione’. Possa quantomeno assicurarvi che nei miei scritti tendo sempre a risolvere i problemi sollevati nel modo razionalmente più adeguato a essi.

Non so se questo potrebbe essere applicato a qualunque opera, ma mi sembra che nella maggioranza degli scritti di Fred Pohl ricorra con chiarezza uno stesso nemico, fin dal suo (e di Kornbluth) classico Gravy Planet. Si tratta dell’Avidità. Giudicate voi, per esempio, dal racconto che segue. (I.A.)

1

Il vento era freddo, cadeva della neve rosa e Milo Pulcher aveva dei buchi nelle scarpe. Si trascinò per la piazza nella fanghiglia grigio-rosa dal tribunale alla prigione. Il secondino stava bevendo il caffè da un contenitore di vinile. — La stavo aspettando — grugnì. — Quale vuole vedere per primo?

Pulcher si sedette, grato per l’accoglienza. — Fa lo stesso. Senta, che tipo di ragazzini sono?

Il secondino scrollò le spalle.

— Voglio dire, le danno problemi?

— Come potrebbero darmi dei problemi? Se non puliscono le loro celle non mangiano. Qualsiasi altra cosa facciano non mi interessa.

Pulcher estrasse dalla tasca la lettera del Giudice Pegrim, ed esaminò la lista dei suoi nuovi clienti. Avery Foltis, Walter Hopgood, Jimmy Laser, Sam Schlesterman, Bourke Smith, Madeleine Gaultry. Nessuno di questi nomi significava niente per lui. — Prenderò Foltis — disse a caso, e seguì il secondino verso una cella.

Il ragazzino Foltis era bruttino, brufoloso e bellicoso. — Accidenti! — brontolò con voce squillante — e lei sarebbe il massimo che possono fare per me?

Pulcher ci mise un po’ prima di rispondere. Il ragazzino non era molto amabile; ma, si rammentò, c’era un onorario anticipato di 50 dollari dalla contea per ognuno di questi ragazzi, e dato che le condizioni erano quelle che erano, Pulcher si sarebbe facilmente adattato ad apprezzare 300 dollari. — Non farmi storie — disse amabilmente. — Posso anche non essere il miglior avvocato della Galassia, ma sono l’unico che hai.

— Accidenti!

— Va bene, va bene. Dimmi cosa è successo, su. Tutto quello che so è che sei accusato di un tentativo di reato, specificatamente di rapimento di minore.

— Già, è così — ammise il ragazzo. — Vuole sapere che cosa è successo? — Schizzò in piedi e cominciò a recitare raccontando la sua storia. — Stavamo morendo di fame, vede? — le mani messe pateticamente sulla pancia. — La Fabbrica di Ghiaccioli aveva chiuso. Accidenti, ho camminato per le strade per quasi un anno, cercando qualcosa da fare. Qualsiasi cosa. — Marciava sul posto. — Mi sono anche affittato per un po’, ma… non ha funzionato. — Aggrottò le sopracciglia e si grattò la faccia brufolosa. Pulcher annuì. Anche per affittarsi bisognava avere delle qualifiche. Quella più importante era la bella presenza, la salute e un fisico agile e forte. — Quindi ci siamo messi assieme e abbiamo deciso, accidenti, che si potevano fare soldi accalappiando il figlio del vecchio Swinburne. Quindi… mi sa che abbiamo parlato troppo. E ci hanno beccato. — Si afferrò i polsi, come manette.

Pulcher fece ancora qualche domanda, e poi parlò con due degli altri ragazzi. Non seppe niente più di quanto non sapesse. I sei ragazzini avevano progettato un rapimento ragionevolmente competente, e ne avevano parlato dove potevano essere sentiti, e se c’era qualche speranza di salvarli non si presentò alla mente del loro avvocato d’ufficio.

Pulcher lasciò la prigione bruscamente e si recò a trovare Charley Dickon.

Il politico stava guardando un incontro di pugilato su di un televisore dalle immagini traballanti. — Com’è andata, Milo? — disse salutando l’avvocato, tenendo gli occhi incollati all’incontro.

Pulcher disse. — Non riuscirò a salvarli, Charley.

— No? Peccato — Dickon distolse lo sguardo dal televisore per la prima volta. — Perché no?

— Hanno confessato tutto. La scrittura sulla richiesta di riscatto ha fregato il ragazzino Hopgood. C’erano le loro impronte digitali dappertutto. E poi, hanno parlato troppo.

— E il figlio di Tim Lasser? — chiese Dickon con una scintilla d’interesse.

— Mi dispiace. — Il politico sembrava pensieroso. — Non ci posso far niente, Charley — protestò l’avvocato. — I ragazzini non avevano preso la minima precauzione.

Quando avevano progettato di rapire il figlio del sindaco ne avevano parlato, ad alta voce, in un bar. La cameriera registrava abitualmente tutto ciò che succedeva dentro il bar. Pulcher sospettava un business fiorente di ricatti, ma questo non cambiava il fatto che nella registrazione ci fosse abbastanza da dimostrare la premeditazione. Erano andati a prendere il figlio del sindaco all’uscita di scuola. Era andato con loro di sua spontanea volontà; la ragazza, Madeleine Gaultry, era stata la sua baby sitter per un certo tempo. Il bambino aveva solo tre anni, ma era in grado di identificarli. E c’era di più: la richiesta di riscatto era stata spedita con una tariffa speciale, e il giovane Foltis aveva chiesto all’impiegato dell’ufficio postale di apporvi un francobollo invece di timbrarlo.

Il politico sedeva educatamente mentre Pulcher spiegava, frugando sulla propria scrivania. Estrasse un paio di biglietti verde chiaro. — Dovresti uscire e conoscere nuova gente. Il Partito terrà la Cena annuale del Giorno di Chester A. Arthur la prossima settimana. Porta la tua ragazza.

— Non ho la ragazza.

— Oh, ne troverai una. Quindici dollari a testa — spiegò il politico, porgendogli i biglietti. Be’, questo era ciò che serviva per ingraziarsi chi contava. E Dickon aveva suggerito il suo nome al Giudice Pegrim. Trenta dollari su trecento gli lasciavano comunque lo stipendio settimanale migliore da quando la Fabbrica di Ghiaccioli aveva chiuso i battenti.

Il politico piegò accuratamente le banconote nella tasca, con Pulcher che guardava tristemente. Ci potevano benissimo essere un paio di migliaia in quel rotolino. Pulcher pensò che come tutti aveva avuto dei problemi quando la Fabbrica di Ghiaccioli aveva chiuso. Quasi tutti vi avevano delle azioni, e sicuramente aveva avuto almeno alcune migliaia di dollari nella Fabbrica di Ghiaccioli. Infatti il suo cervello da politico si era procurato una parte di quasi tutte le imprese su Altair Nove; un bel pacchetto d’azioni nell’Agenzia del Turismo, e una bella fetta del Cartello Minerario. Ma non era stato danneggiato così tanto. — Non sono affari miei, ma perché non porti quella ragazza? — chiese.

— Madeleine Gaultry? È in prigione.

— Falla uscire. Ecco. — Gli lanciò un foglio di garanzia. Pulcher se lo mise in tasca con lo sguardo torvo. Questo sarebbe costato altri quaranta dollari, fece un rapido calcolo; il garante naturalmente sarebbe stato uno dei membri del club di Dickon.

Pulcher notò che Dickon aveva un’espressione stranamente sconcertata. — Cosa c’è?

— Come ho detto, non sono affari miei. Ma non ti capisco. Tu e la ragazza avete litigato?

— Litigato? Non la conosco neppure.

— Lei ha detto di sì.

— Io? No. Non conosco nessuna Madeleine Gaultry… aspetta un attimo! Questo è il suo nome da sposata? Lavorava alla Fabbrica di Ghiaccioli?

Dickon annuì. — Non l’hai vista?

— Non sono andato nella sezione femminile. Io… — Pulcher si alzò in piedi, stranamente rosso in viso. — È meglio che me ne vada, Charley. Questo garante, è aperto ora? Be’… — Smise di balbettare e corse via.

Madeleine Gaultry! Il suo nome era stato Madeleine Cosset. Era strano che dovesse riapparire ora, in prigione e, Pulcher si rese conto, probabilmente vi sarebbe rimasta a lungo. Ma scacciò via questo pensiero; prima voleva vederla.

Ora la neve stava diventando color lavanda.

Neve rosa, neve verde, neve lavanda; tutti i colori tenui dell’arcobaleno. Non c’era niente di strano. Questa era la ragione per cui era valsa la pena colonizzare Altair Nove all’inizio.

Ora, naturalmente, era solo un modo per bagnarsi i piedi.

Pulcher attese impazientemente nell’ufficio del secondino mentre si dirigeva strascicando i piedi verso la sezione femminile. Ritornò, lentamente, con la ragazza. Si guardarono. Lei non parlò. Pulcher aprì la bocca, la richiuse e la prese in silenzio per il gomito. La guidò fuori dalla prigione e chiamò un taxi in corsa. Questa era una spesa non necessaria, ma non gli importava.

Madeleine si strinse in un angolo del taxi, guardandolo con quegli occhi azzurri che erano grandi e ombreggiati. Non era ostile, non aveva paura. Era solo lontana.

— Hai fame? — lei annuì. Pulcher diede al taxista il nome di un ristorante. Un’altra spesa eccessiva, ma non lo spaventava la prospettiva di risparmiare sui pranzi per qualche settimana. Ci era già abbastanza abituato.

Un anno prima era stata la ragazza più carina nei servizi comuni nella Fabbrica di Ghiaccioli. Era uscito con lei una mezza dozzina di volte. Era contro le regole della compagnia, ma la prima volta era una specie di marachella da scolaretto che disobbediva alle regole del preside, e le altre volte era una necessità impellente. Poi…

Poi venne il Trattamento Gumpert.

Fu la causa di tutto, questo Trattamento Gumpert. Chiunque fosse questo Gumpert. Tutto quello che si sapeva era che qualcuno di nome Gumpert (uno della Terra, diceva una voce; un’altra diceva che era un colonizzatore del sistema di Sirian) aveva inventato un modo poco costoso e pratico di sintetizzare le muffe antibiotiche dell’arcobaleno che galleggiavano liberamente nell’aria di Altair Nove, colorandone le precipitazioni e, cosa più importante, costituendo una merce d’esportazione di valore inestimabile. Un’intera galassia era dipesa da queste muffe di arcobaleno, spedite in sospensioni congelate a ogni pianeta abitato da Altamycin, Inc.; il nome con cui tutti su Altair Nove chiamavano la Fabbrica di Ghiaccioli.

Quando si affermò il Trattamento Gumpert, improvvisamente cessò la domanda.

Cosa peggiore, i posti di lavoro sparirono. Pulcher faceva parte del personale legale della compagnia, con un suo ufficio e la vaga prospettiva della vice presidenza, un giorno. Venne licenziato. Quelli del servizio comune di stenografia, tutti tranne due o tre dei 500 che si occupavano della corrispondenza e delle fatture, vennero licenziati. Gli spedizionieri del magazzino vennero licenziati, gli addetti alle pompe e ai serbatoi vennero licenziati, gli addetti al congelamento vennero licenziati. Tutti vennero licenziati. La fabbrica chiuse i battenti. C’erano più di 50 tonnellate di antibiotici congelati in magazzino e, anche se ci poteva essere ancora qualche esigua richiesta da qualcuno vecchio stile (dottori di campagna dalla mentalità arretrata che non credevano nelle nuove sostanze sintetiche, scienziati che volevano condurre esperimenti di comparazione), le spedizioni già in viaggio li avrebbero più che soddisfatti. Cinquanta tonnellate? Una volta la Fabbrica di Ghiaccioli spediva 300 tonnellate al giorno; trasporto fisico, razzi elettronici che impiegavano anni per coprire la distanza tra le stelle. Il boom era finito. E naturalmente, in un pianeta con una sola industria, anche tutto il resto era finito.

Pulcher spinse la ragazza per il braccio dentro il ristorante. — Mangia — ordinò. — So com’è il cibo della prigione. — Si sedette, fermamente deciso a non dire niente fino a che lei non avesse finito.

Ma non vi riuscì.

Molto prima che lei fosse pronta per il caffè lui scoppiò. — Perché Madeleine? Perché sei entrata in una cosa del genere?

Lei lo guardò ma non rispose.

— E tuo marito? — Non avrebbe voluto chiederlo, ma non ce la fece. Quello era stato il colpo più brutto di tutti i brutti colpi che aveva avuto dopo la chiusura della Fabbrica di Ghiaccioli. Proprio mentre stavano per assegnarli un caso, (non un grande caso ma, tramite Charley Dickon e il Partito, una serie di favori politici che gli permettevano di far finta di essere ancora un avvocato), lo raggiunse la voce che Madeleine Cosset si era sposata.

La ragazza spinse via il piatto. — È emigrato.

Pulcher digerì questa notizia lentamente. — Emigrato? Questo era il sogno di ogni abitante di Altair Nove dalla chiusura della Fabbrica di Ghiaccioli, naturalmente. Ma era solo un sogno. Il trasporto fisico da una stella all’altra era inaccessibilmente costoso. Inoltre, era incredibilmente lento. Ci volevano dieci anni per raggiungere Dell, il pianeta dall’aria rarefatta di un piccolo nano rosso. Il pianeta decente più vicino distava trent’anni.

In pratica emigrare significava un po’ morire. Se uno dei coniugi emigrava, significava la fine del matrimonio… — Abbiamo divorziato — disse Madeleine, annuendo. — Non c’era abbastanza denaro per entrambi, e Jon era più infelice di me qui.

Estrasse una sigaretta e gliela lasciò accendere. — Non mi vorresti chiedere di Jon, vero? Ma vuoi sapere. Va bene. Jon era un artista. Era nel dipartimento pubblicitario della Fabbrica, ma solo temporaneamente. Voleva fare qualcosa di grande. Poi gli si è aperto il vuoto sotto ai piedi, come noi. Be’, Milo, non avevo più ricevuto tue notizie.

Pulcher protestò. — Non sarebbe stato giusto vederti non avendo un lavoro né niente.

— È logico che tu pensi questo. È sbagliato. Ma non sono riuscita a trovarti per dirtelo, e poi Jon era molto insistente. Era alto, coi riccioli, ha una faccia da bambino; lo sai, si radeva due volte alla settimana. Be’, l’ho sposato. È durata tre mesi. Poi se ne doveva assolutamente andare. — Si sporse in avanti. — Non pensare che fosse solo un buono a nulla, Milo! Era veramente un ottimo artista. Ma non avevamo abbastanza soldi neanche per i colori, e poi sembra che i colori siano tutti sbagliati qui. Jon lo aveva spiegato. Per dipingere paesaggi che vengono comprati bisogna essere su di un pianeta con i colori come quelli della Terra; sono tutti di moda. E c’è troppa altamicina nelle nuvole qui.

Pulcher disse con compunzione. — Capisco. — Ma non capiva. C’era almeno una parte non spiegata. Se non c’erano abbastanza soldi per i colori, da dove era saltato fuori il denaro per il biglietto della nave spaziale, il trasporto fisico? Ci volevano almeno dieci mila dollari. Non c’era proprio modo di racimolare dieci mila dollari su Altair Nove, a meno che non si facesse un passo estremo…

La ragazza non lo stava guardando.

I suoi occhi fissavano un tavolo nel ristorante, un tavolo con una compagnia ubriaca e rumorosa. Era solo ora di pranzo, ma avevano una faccia da tre del mattino. Erano sospetti. Erano quattro; due uomini e due donne; e i loro corpi erano quelli di abitanti di Altair Nove giovani, sani e attraenti. L’apparenza dei loro corpi era perfettamente irrilevante, però, dato che erano turisti. Al collo avevano un girocollo d’oro luccicante con un gioiello rosso brillante di riconoscimento dell’Agenzia del Turismo; segno che si trattava di corpi in affitto.

Milo Pulcher distolse lo sguardo immediatamente. I suoi occhi si fermarono sulla faccia bianca della ragazza, e improvvisamente capì come John aveva avuto i soldi per andare su di un’altra stella.

2

Pulcher trovò una stanza per la ragazza e la lasciò lì. Non era quello che avrebbe voluto fare. Avrebbe voluto passare la serata con lei e continuare a passare il tempo con lei, finché il tempo non fosse finito: ma c’era la faccenda del suo processo.

Ventiquattro ore prima aveva ricevuto la lettera che lo avvertiva che la corte lo aveva nominato avvocato per sei sospetti rapitori e l’aveva considerata come una paga veloce, poco lavoro e nessuna speranza di successo. Avrebbe perso la causa, certamente. E allora?

Ma ora voleva vincere!

Significava del lavoro immediato e faticoso se voleva avere anche solo una possibilità; e nell’ipotesi migliore, ammise, la possibilità non sarebbe stata neanche buona. Ciò nonostante, non voleva rinunciare senza neanche provarci.

La neve cessò quando trovò la casa dei genitori di Jimmy Lasser. Era un negozio di articoli sportivi, non lontano dalla sede centrale dell’Agenzia del Turismo; aveva la vetrina piena di fucili, stivali e attrezzatura subacquea. Quando entrò suonò il campanellino sulla porta.

— Il signor Lasser? — Un uomo grassottello, seduto su di una sedia vicino alla porta, si alzò lentamente, squadrandolo.

— Nel retro — disse seccamente.

Lo accompagnò dietro il negozio, in un appartamento a tre stanze. Il soggiorno era abbastanza accogliente, ma per qualche ragione sembrava sbilanciato. Una parte sembrava più piena dell’altra. Notò la peluria del tappeto, ancora schiacciata dove c’era stato qualcosa di pesante, qualcosa di grande e rettangolare, circa delle dimensioni di un gioco elettronico

Tri-V. — Riposseduta — disse Lasser seccamente. — Si sieda. Dickon l’ha chiamata un minuto fa.

— Sì? — Doveva essere importante. Dickon non l’avrebbe cercato per una faccenda poco importante.

— Non so cosa volesse, ma ha detto di non andarsene prima che richiami. Si sieda. May le porterà una tazza di tè.

Pulcher chiacchierò con loro per un minuto, mentre la donna armeggiava con la teiera e un piatto di biscottini. Stava cercando di capire come fosse l’ambiente familiare. Poteva capire la disperazione di Madeleine Gualtry, poteva capire il ragazzino Foltis, un disadattato della società. Ma Jimmy Lasser?

I coniugi Lasser andavano verso i sessanta. Erano noviani della prima generazione, venuti con una nave spaziale colonizzatrice dalla Terra. Naturalmente non erano stati sulla Terra; ci si impiegavano cento anni, col trasporto fisico. Erano nati in viaggio, si erano sposati sulla nave. Quando la nave raggiunse il massimo livello di popolazione poco dopo la loro nascita, fu proibito avere altri figli fino all’arrivo a destinazione. A quell’epoca erano tutti sui quaranta. La signora Lasser disse improvvisamente — La prego, aiuti il nostro ragazzo, signor Pulcher! Non è colpa di Jimmy. È entrato in una cattiva compagnia. Sa com’è: niente lavoro, niente da fare per un ragazzo.

— Farò del mio meglio. — Ma era buffo, pensò Pulcher, come era sempre la compagnia che era cattiva. Non era mai Jimmy, e mai Avery, mai Sam, mai Walter. Pulcher pensò a tutti i ragazzini e individuò Jimmy: diciannove anni, del tutto insignificante, educato, non molto vivace. Quello che aveva colpito l’avvocato era solo la sorpresa che questo ragazzino timoroso avesse potuto entrare in una cospirazione criminale.

— È un buon ragazzo — disse May Lasser con tono patetico. — Quella faccenda delle macchine parcheggiate due anni fa non era colpa sua. Subito dopo ha avuto un bel lavoro, sa. Chieda al sorvegliante della libertà vigilata. Poi la Fabbrica di Ghiaccioli ha chiuso… — Versò dell’altro tè, rovesciandolo fuori dalla tazza. — Oh, mi dispiace! Ma… Ma quando andò all’ufficio di collocamento, signor Pulcher, lo sa cosa gli dissero?

— Lo so.

— Gli chiesero se avrebbe accettato un’offerta di lavoro — disse senza badargli. — Un “lavoro”. Come se non sapessi cosa intendono per “lavoro”! Intendono affittare — Appoggiò la teiera sul tavolo e scoppiò a piangere. — Signor Pulcher, non lo lascerei affittarsi neanche morta! Non c’è niente nella Bibbia che dica che si può permettere ad altri di usare il proprio corpo e non essere responsabili per quello che esso fa! Lo sa quello che fanno i turisti! “Se la tua mano ti offende, mozzala”. Non dice, a meno che qualcun altro la stia usando. Signor Pulcher, affittare è peccato!

— May. — Il signor Lasser appoggiò la tazza e guardò direttamente Pulcher. — Cosa ne dice, Pulcher! Può salvare Jimmy?

L’avvocato rifletté. Non sapeva della libertà vigilata di Jimmy, e questo era un cattivo segno. Se l’accusa della contea tratteneva un’informazione di questo tipo, significava che non era disposta a cooperare. Probabilmente puntava a una condanna al massimo della pena. Naturalmente l’accusa non era tenuta a comunicare alla difesa i trascorsi criminali dei suoi clienti. Ma in un caso di delinquenza giovanile, dove generalmente tutte le parti erano disposte a essere indulgenti con gli imputati, la norma era… — Non so, signor Lasser. Farò del mio meglio.

— Voglio ben vedere che non lo faccia! — abbaiò Lasser. — Dickon le ha detto chi sono? Ero un membro della commissione prima di lui, sa. Quindi si dia da fare. Si rivolga alle persone giuste. Dickon l’appoggerà, o saprò perché!

Pulcher riuscì a controllarsi. — Farò del mio meglio. Gliel’ho già detto. Se vuole le persone giuste, si rivolga lei stesso a Dickon. Conosco solo la legge. Non so niente di politica.

L’atmosfera si stava facendo spiacevole. Pulcher fu lieto di sentire lo squillo del telefono nel negozio. Il signor Lasser rispose e disse. — È per lei, signor Pulcher, Charley Dickon

Pulcher sollevò il ricevitore con un senso di sollievo. La voce da politico di Dickon disse con tono costernato — Milo? Ascolta, ho parlato con la segretaria del Giudice Pegrim. Non ha intenzione di mandarli via con una pacca sul palmo delle mani. Ci sono molte pressioni da parte dell’ufficio del sindaco.

Pulcher protestò disperatamente. — Ma al bambino non è stato fatto del male! È stato tenuto meglio di quanto non fosse tenuto a casa.

— Lo so, Milo — disse il politico — ma la faccenda sta così. Quello che volevo dirti, Milo, è di non prendertela troppo a cuore perché non vincerai.

— Ma… — Pulcher improvvisamente si rese conto della presenza dei Lasser dietro di lui. — Ma penso di poterli far assolvere — disse, completamente senza speranza, sapendo che non era vero.

Dickon ridacchiò. — C’è Lasser che ti alita sul collo, vero? Certo, Milo. Ma se vuoi il mio consiglio, fa un processo veloce, falli condannare e poi prova a ottenere la clemenza della corte dopo un paio di mesi. Ti aiuterò a ottenerla. E questi sono altri cinquecento dollari per te, vedi? — Il politico era persuasivo; era una sua abitudine. — Non ti preoccupare di Lasser. Sicuramente ti avrà raccontato che pezzo grosso è nella politica. Lascia perdere. E digli che ho notato che non ha comprato i biglietti per la Cena del Giorno di Chester A. Arthur. Prendi la grana da lui, per favore. Gli spedirò i biglietti. No, aspetta, non chiederglielo. Digli solo quello che ti ho detto. — E riattaccò.

Pulcher rimase in piedi col telefono muto, consapevole della presenza di Lasser alle sue spalle. — Arrivederci, Charley — disse, fece una pausa, annuì e disse di nuovo — arrivederci.

Poi l’avvocato si girò per riferire il messaggio del politico sull’argomento più importante, i biglietti per la Cena del Giorno di Chester A. Arthur. Lasser brontolò: Accidenti a Dickon, ti è sempre appresso per una cosa dopo l’altra. Dove pensa che vada a trovare trenta carte?

— Tim, ti prego. — Sua moglie lo toccò sul braccio.

Lasser esitò. — Oh, va bene. Ma sarà meglio che salvi Jimmy, capito?

Pulcher finalmente se ne andò e uscì in fretta nella strada fredda e fangosa.

All’angolo vide con la coda dell’occhio qualcosa che luccicava appena sopra di lui, e si fermò, paralizzato. Una trota celeste gigante stava nuotando per la strada. Era un mostro, lungo più di tre metri e mezzo e alto più di mezzo metro al centro; raggiungeva i cinque o sei chili di peso, il tipo di animale che i pescatori catturavano sulle Colline della Tristezza… Pulcher non ne aveva mai vista una di quelle dimensioni. Infatti, per quel che si ricordava, aveva visto solo uno o due pesciolini nuotare sopra zone abitate.

Quella vista gli trasmise una sensazione di freddo e di preoccupazione.

I pesci celesti erano praticamente l’unica attrazione turistica che Altair Nove aveva da offrire. Da tutta la Galassia accorrevano gli sportivi per sparar loro, con la loro carne porosa piena di bolle di idrogeno, dei veri zeppelin biologici che non volavano nell’aria ma vi nuotavano.

Prima che arrivassero i colonizzatori umani, erano la forma più alta di vita su Altair Nove. Era così facile distruggerli col fucile che erano stati quasi sterminati nelle zone abitate; solo nelle colline fredde, in alto, ne erano sopravvissuti alcuni esemplari. E ora…

Forse anche i pesci sapevano che Altair Nove stava diventando un pianeta fantasma?

 

La mattina dopo Pulcher telefonò a Madeleine ma non fece colazione con lei, anche se lo avrebbe desiderato tanto.

Dedicò tutta la giornata al caso. Al mattino si recò dai familiari e dagli amici dei ragazzini accusati; nel pomeriggio seguì alcune piste.

Dalle famiglie non seppe nulla. Le storie erano più o meno tutte uguali. Il ragazzo più giovane era Foltis, solo diciassette anni; il più vecchio era Hopgood, ventisei anni. Tutti avevano perso il lavoro, la maggior parte alla Fabbrica di Ghiaccioli, non vedevano un futuro, e volevano emigrare. Ora, il trasporto fisico richiedeva un minimo di dieci mila dollari, e nessuno di loro aveva la minima possibilità di ottenere quel denaro in maniera legittima.

Il sindaco Swinburne era un uomo ricco, e il suo figlioletto di tre anni era la luce dei suoi occhi. Deve essere stata una tentazione irresistibile quella di chiedere i soldi del riscatto, pensò Pulcher. Il sindaco se lo poteva certo permettere, e una volta ottenuti i soldi e una volta a bordo della navicella, sarebbe stato quasi impossibile per la legge perseguirli.

Pulcher riuscì a ricostruire come era iniziata la cosa. I ragazzi vivevano tutti nello stesso quartiere, il quartiere in cui Madeleine Gaultry e Jon avevano un piccolo appartamento. Avevano visto Madeleine che passeggiava con il figlio del sindaco; di quando in quando gli faceva da baby sitter. L’unica cosa della faccenda difficile da credere era che Madeleine avesse accettato di prendere parte al piano, dopo che i ragazzi glielo avevano proposto.

Ma Milo, ricordando l’espressione della ragazza mentre guardava i turisti, decise che non era poi così strano.

Perché Madeleine si era affittata.

Il trasporto fisico era costoso ed eternamente lento.

Ma c’era un modo più veloce per l’uomo di viaggiare da un pianeta all’altro; praticamente istantaneo, da un estremo della Galassia all’altro. Lo schema della mente è di natura elettronica. Può essere registrato, e può essere trasmesso via radio su di una frequenza elettromagnetica. Inoltre, come un segnale elettromagnetico, poteva essere usato per modulare un trasportatore a ultraonde. Il risultato: trasmissione istantanea della personalità, in qualsiasi luogo della Galassia civilizzata.

L’unico problema era che ci doveva essere un ricevitore.

Il fantasma nudo di un uomo, privato della carne e dei succhi, non era più di infinite onde radiofoniche e televisive che attraversavano sempre tutti. Alla personalità trasmessa doveva essere data una forma. C’erano ricevitori meccanici, naturalmente; aggeggi tipo computers con cellule mnemoniche di mercurio dove poteva essere ricevuta l’intelligenza di un uomo, e dove si potevano attivare corpi robot. Ma questo non era divertente. Il commercio del turismo si basava sul divertimento. C’era bisogno di corpi vivi per soddisfare i clienti. Nessuno voleva pagare il prezzo di una trasmissione di pesca e ritrovarsi a inseguire la preda in un trattore rumoroso con occhi di fotocellule e muscoli di solenoide. Ci voleva un corpo, e anche abbastanza attraente; un corpo che era sodo dove quello del turista forse era flaccido, sano dove quello del turista cedeva. Con un corpo simile, c’erano altri sport da praticare oltre alla pesca.

Oh, le leggi erano severe circa l’abuso di corpi in affitto.

Ma il commercio del turismo era l’unica industria fiorente rimasta su Altair Nove. Le leggi rimanevano severe, ma rimanevano non rispettate.

Pulcher si recò da Dickon. — Ho scoperto perché Madeleine è entrata in questa faccenda. Si è affittata. Ha firmato un contratto a lungo termine con L’Agenzia del Turismo e ha avuto un grosso anticipo sui guadagni.

Dickon scosse la testa tristemente. — Che cosa non farebbe la gente per soldi!

— Non era per lei! Li ha dati a suo marito affinché potesse comprarsi il biglietto per qualche pianeta lontano. — Pulcher si alzò, si voltò e diede un calcio alla sedia più forte che poteva. L’affitto era già abbastanza duro per un uomo. Per una donna era…

— Calma — disse Dickon. — Quindi ha pensato che poteva riscattarsi dal contratto con i soldi di Swinburne?

— Tu non faresti lo stesso?

— Oh, non lo so, Milo. Affittarsi non è poi così male.

— Accidenti se lo è!

— Va bene. Lo è. Ma dovresti capire, Milo — disse il politico rigidamente — che se non fosse stato per il commercio del turismo, ora noi saremmo tutti nei guai. Non te la prendere con L’Agenzia del Turismo. Stanno facendo un lavoro più che decente.

— Allora perché non mi vogliono far vedere i registri?

Gli occhi del politico si restrinsero mentre si raddrizzò a sedere.

— Ho cercato — disse Pulcher. — Sono riuscito a farmi mostrare il contratto di Madeleine, ma li ho dovuti minacciare con un mandato. Perché? Quando ho cercato di sapere di più sull’Agenzia stessa, documenti di fondazione, nomi degli azionisti eccetera, non mi hanno voluto dire niente. Perché?

Dickon disse, dopo un secondo. — Ti potrei chiedere la stessa cosa, Milo. Perché volevi saperlo?

Pulcher disse seriamente. — Devo farne un caso in una maniera o nell’altra, Charley. Sono tutti fregati dalle prove. Sono colpevoli. Ma tutti sono entrati in questa bravata per sfuggire all’affitto. Forse non potrò far sì che il Giudice Pegrim ascolti questo tipo di prove, ma forse sì. È la mia unica possibilità. Se riesco a dimostrare che l’affitto è una forma di punizione crudele e insolita, se riesco a trovare qualcosa di sbagliato, qualcosa che non è permesso nello statuto, allora avrò una possibilità. Non una buona possibilità. Ma è una possibilità. E ci deve essere qualcosa di sbagliato, Charley, altrimenti perché terrebbero tutto così segreto?

Dickon disse. — Stai andando piuttosto in profondità, Milo… Non hai mai pensato che stai prendendo la cosa nel modo sbagliato?

— Perché sbagliato?

— Che cosa ci può essere su dei documenti di fondazione? Vuoi sapere com’è l’affitto. Mi sembra che l’unico modo sia quello di provarlo tu stesso.

— Affittarmi? Io? — Pulcher era scioccato.

Il politico alzò le spalle. — Be’, ho molto da fare — disse scortando Pulcher alla porta.

L’avvocato si allontanò accigliato. Affittarsi? Lui? Ma doveva ammettere che una sua logica ce l’aveva…

Prese una decisione privata. Avrebbe fatto il possibile per tirare fuori dai guai Madeleine e gli altri. “Completamente” fuori dai guai. Ma se non fosse riuscito a escogitare un modo per riscattarla dal contratto d’affitto e farla assolvere, avrebbe fatto in modo che lui non fosse assolto.

La prigione non era poi così male; l’affitto, per Madeleine Gaultry, era molto peggio.

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