Introduzione

Tutti quelli fra noi sufficientemente in là con gli anni sanno esattamente dove si trovassero quando in quell’anno fuori dalla realtà ci raggiunse una certa notizia, ovvero che il presidente John F. Kennedy era stato assassinato a Dallas il 22 novembre. Quel fatto e gli avvenimenti che ne seguirono – l’arresto di Lee Harvey Oswald, l’uccisione di Oswald da parte di Jack Ruby – costituiscono uno degli eventi fondamentali nella storia di una generazione.

Quell’anno vide anche la costituzione della “linea calda” fra Washington e Mosca, un avvenimento importante in quegli anni ancora di Guerra Fredda; l’assassinio di Ngo Dim Diem in Vietnam, un’azione guidata dallo spionaggio americano che costituiva un passo importante sulla strada del coinvolgimento militare americano in quel povero paese; grandi marce sul tema dei diritti civili culminati col raduno di massa di Washington e col magnifico discorso di Martin Luther King Jr che iniziava con le parole “Ho un sogno”. Tristemente quell’anno è segnato dalla morte di quattro bambine nere uccise da una bomba in una chiesa di Birmingham oltre a quello di altri che manifestavano per i propri diritti civili. E nel 1963 è anche morto papa Giovanni XXIII, uno degli uomini più eminenti fra quanti hanno ricoperto quella carica.

In questo stesso anno Matthews e Sandage scoprirono le quasar, Michael De Bakey continuò i suoi progressi nello sviluppo del cuore artificiale. I libri più venduti dell’anno furono Eichmann In Jerusalem di Hannah Arendt; La spia che venne dal freddo di John Le Carré; The Bell Jar di Sylvia Plath; JFK: l’uomo e il mito di Victor Lasky; Una giornata di Ivan Denisovich di Alexander Solzhenitsyn; La prossima volta, il fuoco di James Baldwin; Il gruppo di Mary McCarthy oltre al libro più importante dell’anno La mistica della femminilità di Betty Friedan.

Gli organi umani sono in primo piano: Hardy effettua il primo trapianto di polmoni mentre Moore e Starzl si cimentano per primi col fegato. Valentina Tereshkova è la prima donna a orbitare attorno alla Terra mentre il Premio Nobel per la fisica va a Goppert-Mayer e Hanson per i loro lavori sulla struttura del nucleo dell’atomo. La pop art raggiunge i massimi vertici con Drowning Girl di Roy Lichtenstein mentre Andy Warhol ci dà la sua versione di Monna Lisa.

Le canzoni più gettonate del ’63 sono “I Want to Hold Your Hand” di un nuovo gruppo che si fa chiamare I Beatles; “Heatwave” di Martha and the Vandellas; “Surfin’ U.S.A.” dei Beach Boys; “Love’s Gonna Live Here” di Buck Owens; “The Day of Wine and Roses” di Henry Mancini dal film omonimo (“I giorni del vino e delle rose”); “He’s So Fine” dei Chiffons; “The Times They Are A-Changin'” di Bob Dylan e “Puff the Magic Dragon” di Peter, Paul e Mary. Itzhak Perlman fa il suo debutto professionale così come L’Uomo ragno e il sistema Weight Watchers.

Fra i lutti eccellenti si annoverano quelli di William Carlos Williams, Oliver La Farge, Edith Piaf, Adolphe Menjou, Jean Cocteau, Dick Powell, Robert Frost, Zazu Pitts, Aldous Huxley (uno dei nostri), Clifford Odets, Estes Kefauver e W.E.B. Du Bois.

Nel mondo reale le cose andarono un po’ meglio col lancio di due nuove riviste: “Worlds of Tomorrow” che proveniva dal mondo di “Galaxy” e il festevole ma difficile da trovare “Gamma” edito da Charles E. Fritch.

Romanzi importanti e antologie ce ne sono moltissimi: due sono di Robert A. Heinlein, La via della gloria e Una famiglia marziana; Il pianeta delle scimmie di Pierre Boulle; Il mondo delle streghe di Andre Norton; Dune di Frank Herbert, serializzato su “Analog”; Ghiaccio Nove di Kurt Vonnegut; “Here Gather the Stars” di Clifford D. Simak, pubblicato a puntate e più tardi raccolto in volume col titolo La casa dalle finestre nere; Il re stellare di Jack Vance, pubblicato a puntate su “Galaxy”; l’ottima antologia The World of Science Fiction curata da Robert P. Mills; Le scogliere dello spazio di Frederik Pohl e Jack Williamson, uscito a puntate su “If”; I Love Galesburg in the Springtime di Jack Finney e l’antologia The Mile-Long Spaceship di Katherine McLean.

Invece, per i film fantastici è stato un anno molto debole, con l’eccezione dell’ottimo Il villaggio dei dannati distribuito a fine anno. Fra gli altri film troviamo Il topo sulla Luna, Un professore tra le nuvole, Le disavventure di Merlin Jones. Invece in televisione cominciano due grandi serie: “Dottor Who” in Inghilterra e “The Outer Limits” negli Stati Uniti.

La Famiglia, riunita a Washington per la 21a Convention mondiale ha distribuito i premi Hugo (che fanno riferimento all’anno precedente) a La svastica sul sole di Philip K. Dick, a Jack Vance per “I signori dei draghi”, al “Magazine of Fantasy and Science Fiction” quale miglior rivista; a Roy G. Krenkel quale miglior illustratore; a Richard e Pat Lupoff per la loro fanzine “Xero” mentre premi speciali sono andati a P. Schuyler Miller per la sua rubrica di recensioni librarie e al vostro Isaac Asimov per gli articoli scientifici pubblicati su “F&SF”.

E adesso, torniamo indietro nel tempo a quell’onorevole quanto tragico 1963 e godiamoci le migliori storie che il mondo reale ci ha voluto regalare.

La nave fortezza

di Fred Saberhagen

Worlds of If, gennaio

Fred Saberhagen è l’ideatore delle famose serie Berseker e Swords, ed è autore di oltre quaranta romanzi e raccolte di racconti. Nato a Chicago, Saberhagen ha lavorato come tecnico elettronico e come redattore dell’Enciclopedia Britannica, prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, nel 1973. Ha collaborato con Roger Zelazny alla stesura dell’ottimo Coils (1980) e gli appassionati di horror non devono lasciarsi sfuggire il suo The Dracula Tape (1975) e The Holmes-Dracula File (1978). Attualmente vive ad Albuquerque, New Mexico.

“Fortress Ship” è il primo racconto della collana Berseker, e rappresenta uno dei testi più interessanti sui veicoli spaziali robotizzati… e che macchine davvero cattive sono!

La macchina era un’enorme fortezza, non abitata da alcuna forma di vita, programmata dai suoi costruttori, ormai morti da molto tempo, per distruggere qualsiasi essere vivente. Questa e molte altre macchine simili erano l’eredità lasciata alla Terra da sconosciuti imperi interstellari impegnati in una serie di guerre fra di loro in un tempo che è pressoché impossibile rapportare a qualsiasi calendario terrestre.

Ciascuna di queste macchine poteva porsi sopra un pianeta colonizzato dagli uomini e, nel giro di due giorni, ridurne la superficie a una nube inerte di polvere e di vapore spessa duecento chilometri. E questo era ciò che quella macchina in particolare aveva appena fatto.

Non seguiva alcuna tattica prevedibile nella sua zelante quanto inconsapevole guerra contro la vita. Gli sconosciuti e indubbiamente scaltri belligeranti dell’antichità, l’avevano concepita come un fattore casuale, da scatenare in territorio nemico per devastarlo quanto più possibile. Gli uomini pensavano che il suo piano di battaglia fosse determinato dalla disintegrazione casuale degli atomi in un blocco di un isotopo con vita lunga collocato al suo interno e che, come tale, non fosse prevedibile neppure sul piano teorico, né dall’uomo né dall’elettronica.

Gli uomini la battezzarono berserker, feroce guerriero.

Del Murray, un tempo esperto di computer, le aveva affibbiato altri nomi; ma in quel preciso momento era troppo occupato per sprecare fiato: si trovava all’interno della piccola cabina del suo fighter mono-persona e stava cercando di sostituire le parti delle apparecchiature danneggiate dal missile di un berseker che l’aveva mancato di poco. Nella cabina c’era anche un animale, simile a un grosso cane, con le zampe anteriori di un primate e mani quasi umane che reggevano una serie di toppe sigillanti d’emergenza. L’interno della cabina era immerso in una sorta di foschia. Ovunque il movimento della nebbia indicava una perdita nell’apparato di pressurizzazione della fusoliera, il cane-scimmia provvedeva ad applicare una toppa.

— Ciao Foxglove — urlò Del, sperando che la sua radio funzionasse ancora.

— Salve Murray, qui Foxglove — rimbombò all’improvviso una voce nell’abitacolo. — Dove ti trovi?

Del era troppo stanco per riuscire a mostrare particolare sollievo per il fatto di essere ancora in contatto radio con l’altra nave. — Te lo dirò tra un minuto. Se non altro, per il momento ha smesso di spararmi addosso. Avanti, Newton. — L’animale alieno, detto aiyan, si allontanò dai piedi dell’uomo e riprese il suo compito, che consisteva unicamente nel cercare ulteriori perdite.

Dopo aver lavorato ancora qualche minuto, Del poté finalmente riprendere posto sulla poltrona imbottita e allacciarsi la cintura. Davanti a lui era collocato un apparato simile a un quadro di comando operativo. Nel corso dell’ultimo attacco, miracolosamente fallito, la cabina era stata disseminata di schegge penetranti. Era quasi incredibile che un uomo e un aiyan ne fossero usciti illesi.

Neppure il radar aveva subito danni e Del poté comunicare a Foxglove: — Sono a circa 150 chilometri dal berserker. Dalla parte opposta rispetto a te. — Quella era la posizione che aveva cercato di raggiungere da quando era iniziata la battaglia.

Le

Le due navi terrestri e il berserker si trovavano a mezzo anno luce dal sole più vicino. Il berserker non poteva uscire dallo spazio normale, per raggiungere le colonie prive di difesa che sorgevano sui pianeti di quel sole, mentre le due navi gli restavano vicine. C’erano soltanto due uomini a bordo della nave di Foxglove. Le loro apparecchiature erano in condizioni migliori rispetto a quelle di Del, ma entrambe le navi non erano che microbi rispetto al nemico.

Sul radar di Del appariva l’immagine di un’antica rovina metallica, non molto più piccola, in sezione trasversale, del New Jersey. Attraverso una serie di esplosioni, gli uomini vi avevano creato buchi delle dimensioni dell’isola di Manhattan, e fuso ammassi di scorie grandi come laghi sulla sua superficie.

Ma la potenza del berserker era ancora enorme. Fino ad allora nessun uomo che l’avesse incontrato in combattimento era sopravvissuto. In quel momento, avrebbe potuto schiacciare la piccola nave di Del come una zanzara: stava sprecando i suoi sofisticati e imprevedibili poteri contro di lui. C’era qualcosa di particolarmente terrificante nella assoluta mancanza di intenzionalità della sua azione. Gli uomini non sarebbero mai riusciti a spaventare quel nemico, che invece, li terrorizzava tanto.

La tattica adottata dai terrestri, frutto di amare esperienze contro altri berseker, prevedeva un attacco simultaneo da parte di tre navi. Foxglove e Murray erano ai comandi delle prime due. Una terza nave era in arrivo, ma si trovava ancora a otto ore di distanza e viaggiava a una velocità C-Plus, al di fuori dello spazio normale. Fino a quando non fosse giunta a dar loro man forte, Foxglove e Murray avrebbero dovuto tenere a bada il berserker, che nel frattempo elaborava chissà quali piani d’offesa.

Avrebbe potuto attaccare una delle due navi in qualsiasi momento, oppure avrebbe potuto cercare di disimpegnarsi. Avrebbe potuto aspettare per ore che fossero i terrestri a compiere la prima mossa, ma se questi l’avessero aggredito, avrebbe certamente contrattaccato. Aveva imparato il linguaggio dei cosmonauti della Terra, e avrebbe potuto cercare di mettersi in contatto con loro. Ma in ultima istanza, il suo obiettivo sarebbe comunque stato quello di distruggerli, loro e qualsiasi altra forma vivente che avesse incontrato sulla sua rotta. Era questo l’ordine di base che aveva ricevuto dagli antichi signori della guerra.

Mille anni prima, avrebbe annientato senza alcuna difficoltà le due navi che lo stavano fronteggiando, sia che trasportassero missili all’idrogeno oppure no; adesso, invece, grazie presumibilmente a qualche segnalazione elettrica, era consapevole della propria crescente debolezza dovuta ai danni che aveva riportato nel corso del tempo. E forse, dopo i lunghi secoli di battaglie attraverso cui si era fatto strada nella galassia, aveva imparato a essere prudente.

In quel momento, all’improvviso, gli strumenti di bordo segnalarono a Del la formazione di campi di forza dietro la sua nave. Era come se fosse circondato dall’abbraccio di un enorme orso, che gli impediva di allontanarsi dal raggio di azione della ferocissima macchina. Del si preparò a subire l’attacco finale del berserker, le dita tremanti pronte a premere il pulsante rosso per lanciare tutti i missili atomici in dotazione alla sua nave contro il nemico. Se l’avesse attaccato da solo, o anche insieme a Foxglove, quella macchina infernale avrebbe eluso i loro missili, annientato le loro navi e sarebbe riuscito a raggiungere e a distruggere un altro pianeta. Era indispensabile una squadra di tre navi per aggredire il berseker. Il pulsante rosso rappresentava soltanto la sua ultima, disperata risorsa.

Murray stava riferendo a Foxglove dei campi di forza, quando la sua mente percepì la prima avvisaglia di un nuovo attacco del nemico.

— Newton! — urlò bruscamente, tenendo aperta la comunicazione con Foxglove. In quel modo l’equipaggio dell’altra nave avrebbe sentito e si sarebbe reso conto di quello che sarebbe successo.

L’aiyan scattò in piedi, lasciò la sua postazione di combattimento e si mise sull’attenti di fronte a Del. La sua attenzione era tutta rivolta all’uomo, come se fosse ipnotizzato. A volte Murray si era vantato con i colleghi, dicendo: — Mostra a Newton uno schema di luci colorate, spiegagli che si tratta di un quadro di comando e lui premerà i pulsanti o azionerà le leve che tu gli indicherai fino a quando le luci accese sul quadro di comando corrisponderanno a quelle dello schema.

Ma nessun aiyan aveva la capacità, propria dell’uomo, di apprendere e di creare a livello astratto; ed era proprio quella la ragione per cui in quel momento Del aveva intenzione di mettere Newton al comando della sua nave.

Spense tutti i computer di bordo – non sarebbero serviti a niente, così come non gli sarebbe servita la sua intelligenza quando il berserker avrebbe sferrato l’attacco, che percepiva imminente – e disse a Newton: — Situazione Zombie.

L’animale reagì con prontezza, come era stato addestrato a fare: afferrò saldamente le mani di Del e le abbassò una alla volta accanto alla poltrona dove erano fissate le catene.

Dalle drammatiche esperienze del passato gli uomini avevano imparato a difendersi dalla potente arma mentale del berserker, anche se non ne conoscevano ancora il funzionamento. Sapevano soltanto che la sua azione era lenta e che il berserker poteva mantenerla costante soltanto per due ore, dopodiché era costretto a sospenderla per un periodo di tempo analogo. Ma, in quelle due ore, l’arma mentale della macchina privava qualsiasi mente, umana o elettronica, di ogni capacità di pianificazione o di previsione rendendola al tempo stesso inconsapevole di tale propria incapacità.

Del aveva la netta sensazione che quanto stava accadendo fosse già successo in passato, e forse più di una volta. Newton era buffo e simpatico anche, ma questa volta aveva davvero esagerato: aveva abbandonato la scatolina di palline colorate, i suoi giocattoli preferiti, e stava manovrando i comandi del quadro di controllo. E come se ciò non bastasse, non volendo condividere con lui il suo divertimento, gli aveva legato le mani alla poltrona. Un comportamento simile era assolutamente intollerabile, soprattutto se, come lui prevedeva, c’era una battaglia in corso. Del cercò di liberarsi e chiamò l’aiyan.

Newton uggiolò scuro in faccia e rimase ai comandi.

— Newt, brutto cane, vieni a liberarmi. So quello che devo dire: quattro punti e sette… ehi, Newt, dove sono i tuoi giocattoli? Fammi vedere le tue palline tanto belle. — C’erano centinaia di minuscole scatole di perle multicolori che Newton si divertiva a dividere in base al colore e a tenere in mano. Del scrutò la cabina, ridendo fra sé e sé della propria astuta trovata: avrebbe distratto l’aiyan con le palline, e poi… quell’idea vaga si dissolse in una serie di immagini grottesche e deliranti.

Di tanto in tanto Newton gemeva ma restava alla guida del velivolo e azionava i comandi seguendo le istruzioni che gli erano state impartite, facendo compiere alla nave finte manovre per ingannare il berserker e convincerlo che fosse ancora guidata da piloti esperti. Newton non avvicinò mai la mano al pulsante rosso. Lo avrebbe fatto soltanto nel caso in cui avesse avvertito un dolore lancinante o avesse trovato un uomo morto nella poltrona di Del.

— Sì, cambio, Murray — gracchiava ogni tanto la radio, come se qualcuno desse riscontro di aver ricevuto un messaggio. Qualche volta, Foxglove aggiungeva alcune parole o alcuni numeri che potessero avere qualche significato. Del si domandava che cosa stesse dicendo.

Alla fine capì che il comandante dell’altra nave stava cercando di contribuire a illudere il nemico che alla guida del velivolo ci fosse ancora un cervello in grado di ragionare. Del provò paura soltanto quando cominciò a rendersi conto di essere stato ancora una volta bersaglio dell’arma mentale del berserker. La macchina, ottusa e geniale al tempo stesso, aveva evitato di sferrare l’attacco quando la vittoria sarebbe stata sicura, forse perché tratta in inganno, o forse proprio perché seguiva una strategia che escludeva la prevedibilità quasi a ogni costo.

— Newton. — Percependo una variazione nel suo tono di voce, l’animale si voltò. Adesso Del avrebbe potuto pronunciare le parole che avrebbero autorizzato l’aiyan a liberare il suo padrone, un discorso troppo lungo che nessuno, sotto l’effetto dell’arma mentale, avrebbe potuto fare.

— …non periranno sulla terra — concluse Murray. Con un guaito di gioia, Newton lo liberò e Del si rivolse immediatamente alla radio.

— Ha chiaramente disattivato l’arma mentale, Foxglove — risuonò la voce dell’uomo nella cabina dell’altra nave, più grande.

Foxglove trasse un sospiro di sollievo. — Finalmente è ritornato in sé!

Il Secondo Ufficiale (non ce n’era un terzo) osservò: — Questo significa che per le prossime due ore abbiamo una qualche possibilità di dargli battaglia. Io propongo di attaccarlo subito!

Il Comandante scosse lentamente la testa, ma senza esitazione. — Con due sole navi non abbiamo nessuna speranza di farcela. Fra meno di quattro ore Gizmo sarà qui. Dobbiamo aspettare il suo arrivo se vogliamo vincere.

— Ma la prossima volta che riuscirà a confondere la mente di Del il berserker lo attaccherà! Io non credo che siamo riusciti a ingannarlo neanche per un istante… Noi qui siamo fuori dalla portata del raggio dell’arma mentale, ma Del non può allontanarsi. E noi non possiamo pensare che quell’aiyan sia in grado di combattere al posto suo. Se il berserker fa fuori Del, siamo finiti.

Gli occhi del comandante si muovevano senza sosta sul quadro di controllo. — Non possiamo essere sicuri che attaccherà la prossima volta che azionerà il raggio su Murray…

In quel momento il berserker parlò, e la sua voce si diffuse via radio nella cabina di entrambe le navi. — Ho una proposta da farti piccola nave. — La sua voce aveva un’intonazione stridula, adolescenziale, perché era il condensato delle voci degli uomini e delle donne di ogni età che aveva fatto prigionieri nel corso dei secoli. Frammenti di emozioni umane, selezionate e fissate come farfalle trafitte dagli spilli, pensò Foxglove. Non c’era ragione di pensare che avesse risparmiato la vita ai suoi prigionieri dopo averne imparato la lingua.

— Ebbene? — replicò Del sicuro di sé.

— Ho inventato un gioco a cui giocheremo insieme — disse la macchina. — Se giocherai abbastanza bene, non ti ucciderò subito.

— Con questa le ho sentite proprio tutte — mormorò il Secondo Ufficiale.

Dopo una rapida riflessione, il Comandante Foxglove colpì con un pugno il bracciolo della poltrona. — Vuole cercare di mettere alla prova le sue capacità di apprendimento e tenere costantemente sotto controllo il suo cervello, mentre aumenta il potere del raggio mentale e prova diverse modulazioni. Appena avrà la certezza che il raggio mentale stia facendo effetto, attaccherà la nave di Del. Ci scommetto la testa. È questo il gioco a cui sta giocando questa volta.

— Rifletterò sulla tua proposta — rispose freddamente Murray.

Foxglove intervenne. — Non c’è nessuna fretta di cominciare. Non sarà in grado di riaccendere il raggio mentale per almeno due ore.

— Ma a noi ne servono altre due.

Rivolto al berserker Del disse: — Descrivimi il gioco a cui vorresti giocare.

— È una versione semplificata della dama.

Foxglove e il Secondo Ufficiale si guardarono: non riuscivano a immaginare che Newton potesse essere in grado di giocare a dama. E se su questo non avevano dubbi, non dubitavano nemmeno del fatto che fallendo, l’aiyan avrebbe condannato loro a morte certa e un altro pianeta all’annientamento.

Dopo un minuto di silenzio, Del domandò: — Che cosa useremo come scacchiera?

— Ci trasmetteremo le mosse via radio — rispose tranquillamente il berserker. Poi proseguì nell’illustrazione del gioco, per il quale si utilizzava una scacchiera più piccola rispetto a quella usata per la dama, e con un numero inferiore di pedine. Le regole non erano complicate, ma era chiaro che il gioco prevedeva che i due contendenti possedessero un cervello, umano o elettronico, in perfetta efficienza, in grado di prevedere e decidere le mosse.

— Se io accetto di giocare — disse Murray lentamente — come stabiliremo chi farà la prima mossa?

— Sta cercando di guadagnare tempo — osservò Foxglove, rosicchiandosi l’unghia del pollice. — Maledizione, non possiamo dargli nessun consiglio, con quella dannata macchina che ci ascolta. Oh Del, sta accorto.

— Per semplificare le cose — disse il berserker — io muoverò per primo in ogni partita

Quando finì di allestire la scacchiera, Del si rese conto di avere a disposizione ancora un’ora prima che il raggio mentale fosse di nuovo in grado di entrare in azione. Ogni mossa sarebbe stata indicata da un segnale acustico trasmesso via radio e sulla scacchiera si sarebbe illuminata la casella interessata. Se il berserker gli avesse parlato mentre la sua mente era sotto l’effetto del raggio mentale, Murray gli avrebbe risposto attraverso un nastro registrato, che aveva riempito di frasi vagamente aggressive come “Avanti, gioca” oppure “Vorresti smettere proprio adesso?”.

Non aveva comunicato al nemico a che punto fosse con i preparativi, perché era ancora impegnato in una cosa di cui il berserker doveva restare all’oscuro: la creazione di un sistema che avrebbe permesso a Newton di giocare al posto suo.

Del ridacchiò impercettibilmente e lanciò un’occhiata all’aiyan che, sdraiato sul suo sedile, afferrava i giochi con le mani, come se ne traesse qualche conforto. Il suo progetto l’avrebbe messo alla prova al limite delle sue possibilità, ma Del non vedeva motivo per cui Newton non avrebbe dovuto dimostrarsi all’altezza del compito.

Murray aveva analizzato attentamente il gioco e aveva predisposto lo schema di ogni possibile mossa a cui l’aiyan avrebbe dovuto rispondere – giocando soltanto le mosse dispari, grazie berserker per l’informazione! – su piccoli cartoncini. Del aveva scartato alcune tattiche che avrebbero indotto Newton a compiere mosse iniziali poco favorevoli, e questo aveva ulteriormente semplificato il suo lavoro. Poi, su ogni cartoncino su cui erano segnate tutte le possibili opzioni, Del aveva indicato con una freccia quella migliore. Adesso gli sarebbe bastato insegnare velocemente a Newton a giocare guardando i cartoncini ed eseguendo le mosse indicate dalle frecce…

— Oh oh — disse Murray, e in quello stesso momento le sue mani si bloccarono a mezz’aria e i suoi occhi fissarono il vuoto. Newton emise un gemito.

Una volta, Del aveva partecipato a un torneo simultaneo di scacchi in cui il campione del mondo, Blankenship, si misurava contemporaneamente con sessanta sfidanti. Si era difeso bene fino a metà partita, poi quando il suo grande avversario si era fermato di nuovo davanti alla sua scacchiera, aveva spostato in avanti un pedone, convinto di aver guadagnato una posizione inattaccabile e di poter passare al contrattacco. Blankenship aveva spostato una torre in una casella apparentemente innocua e poi si era avviato lemme lemme verso il tavolo accanto… In quel momento Del si era reso conto che gli avrebbe dato scacco matto in quattro mosse e che ormai lui non avrebbe più potuto fare niente.

All’improvviso Foxglove pronunciò una frase oscena ad alta voce. Un simile comportamento era così insolito da parte sua che il Secondo Ufficiale si voltò a guardarlo stupefatto. — Come? — domandò.

— È finita. — Il Comandante tacque per alcuni istanti. — Speravo che Murray riuscisse a mettere a punto una specie di sistema per permettere a Newton di giocare al posto suo, o almeno di dare al berserker l’illusione di giocare. Ma non può funzionare. Qualsiasi linea di gioco prefissata Newton segua meccanicamente, lo porterà a compiere sempre le stesse mosse nelle stesse situazioni. Potrebbe anche essere una tattica perfetta, ma nessun uomo gioca in un modo simile, dannazione! Sbaglia, cambia strategia. Anche un gioco così semplice lascia aperte diverse possibilità. E soprattutto, un uomo impara un gioco giocandolo. Più gioca e più migliora. È questo che tradirà Newton ed è questo che il berserker vuole. Probabilmente ha sentito parlare degli aiyan. E appena avrà la certezza di avere a che fare con uno stupido animale e non con un uomo o un computer…

Dopo un po’ il Secondo Ufficiale disse: — Sto ricevendo i segnali delle loro mosse. Hanno cominciato a giocare. Forse avremmo dovuto realizzare una scacchiera, in modo da poter seguire il gioco.

— Sarà meglio che ci limitiamo a essere pronti ad attaccare quando sarà il momento. — Il Comandante rivolse uno sguardo disperato al pulsante rosso e poi all’orologio, che indicava che sarebbero dovute trascorrere ancora due ore prima dell’arrivo di Gizmo.

Poco dopo il Secondo Ufficiale osservò: — Sembra che la prima partita sia finita. Del ha perso, se ho interpretato bene i segnali. — Tacque per alcuni istanti. — Signore, questo è il segnale che abbiamo ricevuto l’ultima volta che Murray è stato colpito dal raggio mentale. Deve essere di nuovo sotto l’effetto di quella macchina infernale.

Non c’era niente che il Comandante potesse dire. I due uomini attesero in silenzio che il berserker sferrasse l’attacco, augurandosi soltanto di riuscire a danneggiarlo prima di venire uccisi.

— Hanno cominciato a giocare un’altra partita — disse in quel momento il Secondo Ufficiale e ho appena sentito Del dire “Andiamo avanti”.

— Potrebbe aver registrato la propria voce. Deve aver predisposto un piano di gioco da far seguire a Newton, ma non può funzionare. L’aiyan non riuscirà a ingannare il berserker a lungo. Non può riuscirci.

Il tempo trascorreva con inesorabile lentezza.

Fu nuovamente il Secondo Ufficiale a interrompere il silenzio carico di tensione che regnava sulla nave, dicendo: — Ha perso le prime quattro partite, ma non sta facendo ogni volta le stesse mosse. Oh come vorrei che avessimo disegnato una scacchiera…

— La smetta con questa storia della scacchiera! Avremmo guardato quella anziché il quadro dei comandi! L’unica cosa di cui dobbiamo preoccuparci, ormai, è di essere pronti a fare fuoco.

Dopo quello che parve a entrambi un tempo infinito, l’ufficiale in seconda esclamò: — Che mi venga un accidente!

— Che cosa è successo?

— Questa partita si è chiusa in parità!

— Allora non è possibile che Del sia sotto l’influsso del raggio. È sicuro…

— Sì! Guardi qui, le stesse indicazioni dell’altra volta. È sotto l’effetto del raggio da quasi un’ora ormai e la potenza dell’arma mentale della macchina sta aumentando.

Foxglove lo fissò con aria incredula; ma conosceva bene il suo secondo e si fidava delle sue capacità. E i segnali che apparivano sul quadro confermavano la sua ipotesi. Disse: — Questo significa che sulla nave di Del qualcuno… o qualcosa, privo di una mente funzionante, sta imparando a giocare un gioco. Ha, ha — aggiunse poi, come se cercasse di ricordare come si ride.

Il berserker vinse un’altra partita. Un altro pareggio. Un’altra vittoria per il nemico. Poi tre partite di seguito si conclusero in parità.

Una volta il Secondo Ufficiale udì la voce di Del che diceva: — Vorresti smettere proprio adesso? — Murray perse anche la partita successiva, ma quella dopo finì in parità. Era evidente che Del era più lento dell’avversario nel compiere le mosse, ma non abbastanza da far spazientire il berserker.

— Sta provando diverse modulazioni del raggio mentale — disse il Secondo Ufficiale. — E ne ha aumentato ancora la potenza.

— Sì — confermò Foxglove. Svariate volte era stato sul punto di mettersi in contatto radio con Del per rivolgergli qualche parola di incoraggiamento, ma anche per scaricare la tensione che gli procurava quella forzata inattività e per cercare di scoprire che cosa stesse effettivamente succedendo. Ma non poteva correre rischi. Qualsiasi interferenza avrebbe potuto compromettere il miracolo.

Non riusciva a capire come il trucco di Murray potesse continuare a funzionare anche adesso che le partite si concludevano sempre più spesso in parità, quasi a dimostrare il pari livello dei due giocatori. Ore prima, Foxglove aveva detto addio alla vita, rinunciando a ogni speranza, e stava ancora aspettando il momento fatale.

E continuava ad aspettare.

— … non moriranno sulla terra! — disse Del Murray, e Newton si precipitò a liberargli la mano destra dalla catena.

Sulla piccola scacchiera di fronte a lui, lo schema di una partita interrotta pochi secondi prima. Il raggio mentale era stato disattivato nel momento stesso in cui Gizmo era penetrato nello spazio normale, con un ritardo di soli cinque minuti, e il berserker era stato costretto a concentrare tutte le proprie energie per contrastare l’attacco totale sferrato immediatamente da Gizmo e Foxglove.

Non appena si fu ripreso dall’effetto del raggio, Del rivolse tutta la sua attenzione ai computer di bordo, fissò lo schermo di puntamento contro la parte centrale, prominente e sfregiata, del berserker e, contemporaneamente, colpì con un pugno la scacchiera, mandandola in frantumi.

— Scacco matto! — urlò schiacciando con la mano aperta il grosso pulsante rosso.

— Meno male che non ha voluto giocare a scacchi — disse più tardi nella cabina del Comandante Foxglove, — non sarei mai riuscito a cavarmela.

I portelli erano aperti adesso e guardando fuori si vedeva una nube di gas in espansione, ancora vagamente luminosa, dove poco prima era sospeso il berserker: metallo purificato con il fuoco dall’eredità di un antico male.

Il comandante stava osservando Del con aria perplessa. — Hai preparato gli schemi, in modo che Newt potesse seguirli, questo lo capisco… Ma come ha fatto a imparare a giocare?

Del sorrise. — Lui non poteva imparare, ma i suoi giocattoli sì. E adesso, prima che mi picchi, ti spiego come. — Chiamò a sé l’aiyan e prese la scatolina che aveva in mano. Dalla scatola proveniva uno strano acciottolio. Sul coperchio era incollato lo schema di una possibile situazione di gioco, con frecce di diversi colori che indicavano ogni possibile mossa.

— Ho dovuto utilizzare circa duecento scatole come questa — spiegò Del. — Questa qui fa parte del gruppo che Newt doveva esaminare per la quarta mossa. Quando trovava la scatola sulla quale era riprodotto lo schema di gioco della partita in corso, la prendeva, ed estraeva una delle palline colorate, senza guardare: è stata proprio questa la cosa più difficile dà insegnargli nel poco tempo che ho avuto a disposizione — proseguì Del, fornendo al comandante una dimostrazione. — Ah, una pallina azzurra. Il che significa: compiere la mossa indicata sul coperchio dalla freccia azzurra. La freccia arancione lo avrebbe portato a compiere una mossa sbagliata, vede? — Del rovesciò le palline contenute nella scatola nell’incavo della mano. — Nessuna pallina arancione. Ce ne erano sei di ciascun colore in ogni scatola quando abbiamo cominciato a giocare. Ma ogni volta che Newton estraeva una pallina, aveva l’ordine di non rimetterla nella scatola fino alla fine della partita. Poi, se la partita si concludeva con una nostra sconfitta, doveva gettare via tutte le palline che aveva usato. Così, a poco a poco è riuscito a escludere tutte le mosse sbagliate e, nel giro di un paio d’ore, Newt e le sue scatole hanno imparato a giocare il gioco alla perfezione.

— Bene — disse il Comandante. Rifletté per un istante poi allungò una mano per grattare l’ayan dietro le orecchie. — A me un’idea simile non sarebbe mai venuta in mente.

— A me, invece, sarebbe dovuta venire in mente prima. Il principio di fondo è noto da almeno duecento anni. E, dopo tutto, io sono l’esperto di computer.

— Questa tua idea potrebbe rivelarsi molto importante — osservò Foxglove. — Intendo dire che potrebbe tornare utile ad altre task force che si trovassero costrette a fronteggiare il raggio mentale di un berserker.

— Sì… — convenne Del, ma sembrava assorto in altre considerazioni.

— Che cosa c’è?

— Stavo pensando a un tizio che ho conosciuto una volta. Si chiamava Blankenship. Mi chiedevo se fosse possibile inventare qualcosa di simile…

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Non in letteratura

Not in the Literature

di Christopher Anvil (Harry C. Crosby) Analog Science Fiction, marzo

Questo è uno dei due racconti apparsi sulla rivista Analog che sono stati selezionati fra le migliori opere di narrativa breve pubblicate nel 1963 (l’altro è quello scritto da Cliff Simak). In quell’anno Astounding/Analog cominciava a risentire della concorrenza non solo di Galaxy e di The Magazine of Fantasy and Science Fiction, ma anche di quella di If e di numerose riviste “per soli uomini”, in particolare Playboy. Alcune di queste pagavano meglio, ma altre erano semplicemente disposte a ospitare sulle loro pagine una varietà di narrativa più ampia rispetto a quella selezionata da John W. Campbell. Analog restava una buona rivista, ma non era più attenta come un tempo a tutto quello che veniva scritto nell’ambito della fantascienza.

“Christopher Anvil” era uno degli autori preferiti di Campbell e non a torto. Ha firmato ottimi racconti enigmatici, spesso caratterizzati da acuti risvolti sociali, frutto di attente riflessioni sull’impatto della scienza sulla società: e non è di questo che dovrebbe parlare la fantascienza?

Alarik Kade non aveva trascorso cinquantotto anni della sua via sul Project senza imparare a capire al volo quando una giornata era destinata ad andare storta.

Avvisaglie e indizi che un pivello non avrebbe nemmeno messo in relazione tra di loro, gli apparivano subito come segnali indicativi. Come l’affamato trapano dalla livrea rossa che alle 0266 della notte precedente aveva sentito ronzare nei tubi dell’impianto di ventilazione, e che, dopo essere penetrato attraverso un punto arrugginito della grata, aveva volato alla cieca per la stanza, andando a sbattere contro il pavimento di cemento, il soffitto e i muri, prima di percepire il calore irradiato dal suo corpo, raggomitolato sotto una leggera imbottita.

L’insetto trafisse la trapunta, e Alarik saltò immediatamente giù dal letto. Il cerchio di puntini fosforescenti attorno alla base della lampada lo guidò rapidamente verso il tavolo, ma dov’era l’acciarino? Mentre tastava il ripiano del tavolo, Alarik sentiva dietro di sé il ronzio, stridulo e isterico, del trapano che si era infilato sotto le coperte calde e pungeva tutto ciò che gli capitava a tiro, alla ricerca di una fonte di sangue.

Imprecando fra i denti, Alarik continuò a brancicare nel buio. Le sue dita incontrarono prima la superficie curva e fredda di una brocca di peltro piena d’acqua, il dorso liscio di un rasoio chiuso, il sottile volume dei logaritmi fino a base otto, un fazzoletto, un grosso libro di formule pratiche sperimentate e relative costanti, un portacenere con un modellino placcato oro di un antico aereo a turbina, un opuscolo patinato sulle qualità dell’Acciaio Koggik, un rapporto d’avanzamento che avrebbe dovuto leggere la sera precedente e che non aveva letto, uno Special Service Revolver calibro 0.50, con il tamburo completamente arrugginito e, per finire, si posarono su un giallo dell’Avvocato Skeel, con il disegno di tre belle donne in copertina, che non avrebbe dovuto leggere la sera prima e invece aveva letto: ma dell’acciarino neanche l’ombra.

Il ronzio stridulo del trapano cominciava a irritarlo. Da un momento all’altro, guidato dalla sua proboscide sensibile al calore, l’insetto avrebbe potuto individuarlo. Che cosa sarebbe accaduto in quel caso? Magari, nel tentativo di uccidere il trapano avrebbe rovesciato la brocca piena d’acqua sul libro e sulle carte appoggiate sul tavolo. Con un senso di intima soddisfazione, Alarik appoggiò la brocca per terra, accanto a una delle massicce gambe del tavolo, poi tastò di nuovo il ripiano.

Poco oltre il punto in cui si trovava la brocca, le sue tre dita protese intuirono la sagoma svasata dell’impugnatura a pressione dell’acciarino.

In quello stesso istante, il ronzio stridulo del trapano aumentò improvvisamente di intensità. Alarik si abbassò di colpo, battendo la testa, e l’acciarino cadde rumorosamente sul pavimento. Il trapano dalla livrea rossa cozzò contro il muro alle sue spalle. Alarik cercò a tentoni l’acciarino. L’insetto ripartì alla carica e lo colpì in mezzo alla schiena.

Fu come se la stanza si fosse capovolta.

Alarik rinvenne, faccia a terra, sul pavimento di cemento, con la mente ancora annebbiata dai postumi del veleno del trapano. La testa gli doleva, nelle orecchie gli rintronava un rumore simile allo scroscio di una cascata e sulla schiena sentiva pulsare una protuberanza grande la metà del suo pugno.

Nonostante lo stordimento, si tirò in piedi.

Quello che gli era successo quella notte significava che lo attendeva una giornata dura, di questo non aveva dubbi. Restava solo da vedere, pensò, se per somma di grattacapi e di difficoltà, avrebbe battuto tutte le altre.

Fece un passo avanti e infilò il piede destro diritto nella brocca dell’acqua. Scivolò delicatamente, ma inesorabilmente in avanti e, mentre cercava un sostegno a cui aggrapparsi, fece cadere per terra il rasoio. Si afferrò al bordo del tavolo, ma in quel momento un gemito soffocato gli annunciò che un nuovo trapano affamato stava salendo attraverso i tubi dell’impianto di ventilazione.

Cercando di restare calmo, Alarik si inginocchiò sul pavimento e cercò a tastoni l’acciarino, ma la sua mano incontrò la lama del rasoio. Lo richiuse cautamente e lo lanciò lontano, mandandolo a sbattere contro qualcosa: un suono metallico echeggiò nella stanza.

Alarik continuò a brancicare sotto il tavolo finché trovò l’acciarino. Quindi, si alzò in piedi, caricando tutto il peso del corpo sul piede sinistro, premette l’impugnatura dell’acciarino, per poter illuminare con le scintille il ripiano del tavolo, riuscì a togliere il paralume di vetro della lampada senza romperlo, girò il pomello del comando a cremagliera per sollevare il fragile schermo, aprì il rubinetto del gas e premette nuovamente l’impugnatura dell’acciarino. Le pietre focaie sfregarono contro la barretta di acciaio solcato, con uno scoppio la fiamma si accese e con aria trionfante Alarik vi infilò sopra il tubo di vetro e abbassò di nuovo lo schermo. Il paralume si illuminò e il bagliore accecante permise ad Alarik di scorgere un altro trapano dalla livrea rossa, grande come il suo pollice, sul punto di penetrare nella stanza attraverso la grata del ventilatore.

L’uomo fece un balzo in avanti per colpirlo, ma scivolò e atterrò sul pavimento. L’insetto sfrecciò sopra di lui alla velocità di un fulmine e Alarik contrasse istintivamente il braccio e la gamba destra a scopo difensivo, con l’unico risultato di rovesciarsi in faccia l’acqua della brocca, in cui il suo piede era rimasto incastrato. Ma, proprio in quel momento, il trapano fu attratto dal promettente calore emanato dalla lampada: l’insetto vi ronzò freneticamente attorno, descrivendo cerchi serrati, si infilò nel tubo di vetro e ridusse lo schermo in frantumi. La stanza precipitò nell’oscurità e il getto di gas incenerì il trapano. Un colonna di fumo grigio si levò dal tubo di vetro della lampada e un odore intenso e soffocante riempì la stanza.

Ancora stordito dal morso del primo insetto, mezzo asfissiato e con un piede incastrato nella brocca, Alarik Kade, Direttore Generale del Progetto Speciale, estrasse i resti fumanti del trapano dalla livrea rossa dalla lampada, mentre il ronzio di un terzo esemplare penetrato in quel momento nella stanza, gli faceva rizzare i capelli in testa.

Era così che era cominciata la sua giornata.

E Alarik sapeva per esperienza che con un simile inizio, quello che lo attendeva sarebbe stato un giorno memorabile, un giorno che non avrebbe dimenticato, ammesso, naturalmente, che fosse riuscito a sopravvivere.

La luce del sole, quando Alarik si alzò, al termine di quella notte turbolenta, annunciava una giornata che, almeno a prima vista, si prospettava bella.

Tanto per cominciare non c’era una sola nuvola in cielo, il che significava che sarebbe stato possibile effettuare osservazioni da terra abbastanza buone. Alarik sollevò lo sguardo e vide, in lontananza, il luccichio del rivestimento in alluminio del Sunbird. Il nome della navicella lo metteva a disagio perché gli ricordava che avevano sostituito l’idrogeno con l’elio, nella speranza di ottenere un piccolo, ma prezioso incremento della propulsione maggiore verso l’alto, grazie al quale avrebbero potuto effettuare osservazioni ad alta quota. Un lampo accecante gli confermò che gli specchi di segnalazione del Sunbird funzionavano a dovere, il che, a sua volta, significava che, almeno per il momento, stavano provvedendo alla riparazione dei meccanismi di chiusura a tenuta del telebraccio, l’ultimo grattacapo in ordine di tempo che era andato ad aggiungersi agli altri problemi.

Alla sua destra, sopra la piatta striscia di sabbia dorata, in cui terminava la lunga pista di decollo, il grande aeroplano a turbina stava descrivendo una lenta virata. A giudicare dalla lentezza della manovra, doveva aver già fatto il pieno di carburante e di acqua, ma, trattandosi di un apparecchio perfettamente affidabile, non c’era ragione di preoccuparsi. Appeso sotto la parte centrale della carlinga, come un bambino aggrappato alla madre, c’era, invece, una delle due fonti di grande preoccupazione di Alarik.

Alla sua sinistra, simile a un gigantesco pugnale, con la lama di forma quasi conica e l’impugnatura pressoché cilindrica, si ergeva la Bestia. Quella era la sua seconda, e ben più grave, spina nel fianco. Mentre la osservava, Alarik sentì prorompere dentro di sé sentimenti contrastanti di amore e odio. Nessuno poteva lavorare al Progetto per un periodo così lungo senza nutrire, alla fine, un po’ dell’uno e un po’ dell’altro.

Mentre Alarik fissava la sagoma lucente della Bestia, il rapido avanzare di una figura nella sua direzione attrasse la sua attenzione.

Alarik annuì, come se avesse avuto un presentimento. Ecco che cominciava. Gli era stato concesso quell’attimo di meravigliosa tranquillità affinché facesse da sfondo alle infauste vicende di quella giornata, per evidenziarne meglio, per contrasto, gli effetti. Si voltò a controllare l’areoplano. Come aveva sospettato, anche da quella parte una figura si stava affrettando nella sua direzione. Come un aruspice alla ricerca di ulteriori presagi, Alarik sollevò lo sguardo al cielo. Una piccolissima nube si stava materializzando proprio attorno alla linea fra l’Osservazione 10 e la traiettoria proiettata dalla Bestia nel descrivere l’arco sopra l’oceano. Se la nuvola non si fosse spostata, il lancio sarebbe stato compromesso.

E la nube non dava segno di volersi spostare. Sembrava che si sbrindellasse da una parte, per riformarsi dall’altra, scivolando al tempo stesso, costantemente in avanti, con il risultato, per quanto incredibile potesse sembrare, di restare sempre nello stesso punto. E oltretutto, di questo Alarik era certo, si stava anche ingrandendo. Alarik la scrutò e scosse la testa. Neppure in un’epoca moderna come quella, l’unica forma intelligente di vita dell’universo riusciva a influenzare i fenomeni meteorologici, né a comprenderne l’intima natura, più di quanto fosse stato in grado di fare il suo preistorico antenato che, con uno sprazzo di intelligenza, aveva intuito la potenziale utilità di alcune stoppie di erba fumanti.

Che cosa era stato, pensò Alarik, la paura di qualche nemico scavatore, oppure…

Quella catena di speculazioni filosofiche fu bruscamente interrotta dall’arrivo, dalle due opposte direzioni, di due paia di piedi.

— Signore, l’orologio di lancio ha scartato di un millesettecentosessantaquattresimo a metà del ciclo, e i ragazzi del Comp. An. sostengono che nella fase di rientro la navicella si disintegrerà. Abbiamo tentato un risettaggio, ma il Comp. ci dice che potrebbe pregiudicare il suo ingresso in orbita. Abbiamo collaudato un nuovo orologio, ma tutti i circuiti di controllo devono essere risistemati e per farlo avremo bisogno del resto della mattinata. Se decolliamo questo pomeriggio, la navicella atterrerà nell’area di recupero questa sera, a meno che non risettiamo l’orologio. Ma in questo caso, non riusciremo a decollare prima di stasera.

— E se utilizzassimo il propulsore al magnesio di Ganner?

— Lo abbiamo provato tre volte la settimana scorsa e ha funzionato bene. Ma ieri sera lo abbiamo installato su un finto razzo e non è successo niente.

Alarik si strinse il mento con la mano. — È precipitato senza dare alcun segnale?

— La sirena era accesa e questa mattina l’oceano era rosso per un raggio di un centinaio di spanne attorno al punto in cui è avvenuto l’impatto. La nave per il rilievo acustico sottomarino ha captato un segnale forte e secco emesso dal produttore sonoro. Ma è tutta roba troppo lenta, su cui non si può fare affidamento. Quando i ragazzi sono arrivati sul luogo dell’impatto era già affondato.

— Cancella il volo. Riproveremo domani.

— Ma, signore, secondo l’Ufficio Meteorologico…

Alarik lanciò un’occhiata alla nuvola. Una seconda nube si era affiancata alla prima, che sembrava essersi ulteriormente ingrandita. Distolse con rabbia lo sguardo.

— E quando mai l’Ufficio Meteorologico ne ha indovinata una? Se non avremo condizioni di tempo favorevoli per un mese intero, vorrà dire che ne approfitteremo per mettere a punto meglio i nostri apparecchi. A proposito, voglio sapere al più presto il nome del fornitore che ci ha venduto quell’orologio.

— Sì signore. — L’uomo girò sui tacchi e si avviò rapidamente in direzione dell’asta luccicante della Bestia.

Alarik rifletté e concluse di aver risolto la questione nel modo più semplice e meno rischioso. E se l’orologio si fosse guastato dopo il decollo? Con la fortuna che si ritrovava era molto più probabile che la navicella precipitasse sul tetto di qualche chiesa nel bel mezzo di una funzione religiosa, con il sacerdote sull’altare e i notabili della città tutti seduti in prima fila, anziché, come avevano previsto i ragazzi del Comp. An. disintegrarsi nella fase di rientro.

Qualcuno si schiarì la gola e in quel momento Alarik si rese conto che per quel giorno i problemi non erano ancora finiti. Sollevò lo sguardo e aspettò.

— Signore, il Bambino non funziona ancora bene.

— Di che cosa si tratta questa volta?

— Le colonne idrauliche che controllano gli iniettori a valvola di impatto. Si è verificata una tracimazione per eccesso di temperatura. Per qualche strano motivo, l’aria è risalita lungo le linee che adesso sono sature.

Alarik udì di nuovo uno scalpiccio, questa volta alle sue spalle.

— Quanto tempo occorre per spurgare le linee? — domandò.

— Considerando il livello di saturazione, un giorno pieno di lavoro. Quello di cui abbiamo bisogno è un sistema più semplice per accendere i tubi a vuoto.

— Lo so. Abbiamo diverse équipe di ricerca impegnate in questo studio. Ma per adesso dobbiamo sorbirci un altro rinvio.

— Sì, signore. Dovremmo essere in grado di decollare domani.

Alarik annuì e si voltò, venendosi a trovare faccia a faccia con Kubic, il suo assistente, che teneva per il braccio un omino dallo sguardo serio.

— Signore — disse Kubic — questo tizio sostiene di conoscere un metodo affidabile per accendere i fusibili con cavi di lunghezza costante.

Alarik scrollò le spalle. — Ci abbiamo già provato. Dubito che se le nostre équipe di chimici specializzati non sono state in grado di trovare una soluzione ideale un ricercatore isolato sia riuscito a farlo.

Kubic annuì. — Sì, signore, lo so. Ma abbiamo avuto talmente tanti problemi…

— Su questo non c’è dubbio — disse Alarik con espressione solidale. Lanciò un’occhiata al nuovo arrivato.

Lo sconosciuto aveva certo un aspetto poco simpatico, ma come si poteva giudicare, trattandosi di un chimico? Alcuni dei chimici più quotati mancavano tanto di bell’aspetto che di simpatia. Non si poteva giudicare dalle apparenze.

— D’accordo — disse Alarik. — Sentiamo un po’ quale soluzione ci propone. Non dimentichi che questi cavi attraversano sia regioni calde che regioni fredde. I fusibili non si accendono facilmente e per farlo hanno bisogno di uno scoppio secco. Inoltre non devono accendersi uno alla volta, ma tutti insieme. E poi non vogliamo un groviglio di fili nell’impianto. Deve trattarsi di un sistema ragionevolmente semplice. Mantenere la tensione costante non è una cosa facile.

— Lo so. — Lo sconosciuto annuì con aria raggiante.

— Non vogliamo complicati sistemi di molle e carrucole. Il congegno che stiamo utilizzando al momento non va bene, perché richiede l’impiego di componenti plastiche resistenti al calore, doppie linee, liquidi che non subiscano alterazioni termiche e così via. In pratica è un compendio di tutte le più sofisticate scoperte fatte in campo chimico.

— Me ne rendo conto — disse l’uomo. — Io non ho la pretesa di essere considerato un vero chimico. Per me la chimica è una passione, un hobby che ho coltivato fin da piccolo e… Be’, un giorno ho cominciato a giocare con alcune barrette di zinco e di rame; le ho immerse in una soluzione di acido solforico e, senza nessuna particolare ragione, ho appoggiato trasversalmente una barretta di rame sopra le altre immerse diritte nell’acido.

Alarik sorrise. — E sulla barretta di rame si sono formate delle bolle. È un esperimento che abbiamo fatto tutti.

— Sì, ma io ci ho riflettuto sopra. Perché si erano formate le bolle?

— È un processo chimico conosciuto. Immergi rame e zinco in un acido, metti i due metalli a contatto fra di loro e sul rame si formeranno delle bolle. Sono bolle di idrogeno gassoso. — Alarik sorrise con indulgenza. — Ma prosegua pure.

— Mi sono chiesto perché fosse necessario il contatto fra i due metalli.

Alarik sbatté le palpebre.

— Che cosa ha detto?

— Le bolle si erano formate quando avevo messo a contatto le barrette di zinco e di rame. Ma perché era necessario questo contatto?

Kubic notò l’espressione accigliata del suo superiore e si affrettò a dire: — Il Direttore è molto impegnato e il suo tempo è prezioso. La prego di passare a illustrarci le implicazioni pratiche della sua teoria…

— Un attimo — lo interruppe Alarik. — Il signore ha ragione. Perché deve esserci un contatto? Anch’io ho fatto questo esperimento, ma non mi sono posto questa domanda. — Guardò il suo interlocutore con un nuovo rispetto. — Lei è un chimico nato. Immagino che lavori all’università di Kerik Haven?

— No, no. — L’uomo assunse improvvisamente un’espressione affranta. — Per carità, io non sono nessuno. La sola cosa che importa è questa scoperta, che ho fatto per puro caso.

Kubic si schiarì la voce e, con tono imbarazzato, interloquì: — Il signore fa il bidello all’Università.

— Be’, immagino che, dato il suo lavoro, abbia avuto la possibilità di osservare, sperimentare, imparare…

— Fa il bidello nel Dipartimento di Danza — precisò Kubic.

Alarik si accigliò.

Lo sconosciuto abbassò la testa. — Da studente mi hanno cacciato dalla facoltà di chimica. Io ho tenuto duro e mi sono fatto assumere come bidello, ma mi hanno licenziato. Per fortuna, ho un amico che lavora in magazzino e che mi procura il materiale che mi serve…

Alarik considerò l’eventualità che quell’uomo fosse un genio mancato. Era accaduto molte volte in passato, Dio solo sapeva quante. Ma in quell’epoca illuminata sembrava impossibile che potessero verificarsi ancora casi del genere. Le persone dotate di particolari inclinazioni per la chimica erano ricercate, corteggiate, blandite con borse di studio e ampiamente ricompensate con elevate retribuzioni.

Lo sconosciuto sembrò intuire il ragionamento di Alarik. — La prego — disse — non pensi che io voglia farmi passare per un chimico o cose del genere. Io penso… io penso di avere determinate capacità, un certo intuito, ma di tipo diverso. À scuola i miei insegnanti sostenevano che facevo le domande sbagliate, ma io non ero d’accordo. Allora ero più combattivo. — Sollevò per un attimo la testa e i suoi occhi lampeggiarono. Poi, scrollò le spalle e abbassò di nuovo lo sguardo. — Ma è acqua passata, ormai. — C’era una nota amara nella sua voce. Ma subito dopo, sorrise. — Però, sono in grado di risolvere il vostro problema di accensione.

— Come funziona il suo sistema? — domandò Alarik.

— Be’ per spiegarglielo in maniera completa, dovrei dilungarmi sugli esperimenti che ho fatto con le due barrette di metallo. — Assunse un’espressione circospetta. — Ma ho scoperto che è meglio non entrare in dettagli.

— Si limiti a illustrarci gli aspetti pratici della sua scoperta — intervenne Kubic.

— Be’, in pratica si riduce tutto a questo: si collega un filo metallico fra il fusibile e la cabina del pilota. Quando il pilota vuole accendere quel determinato fusibile, preme un pulsante.

Alarik aggrottò la fronte. — Deve trattarsi di un filo molto rigido.

— No, non particolarmente.

— Allora deve essere un filo abbastanza rigido racchiuso in un involucro?

— No, cioè, sì. Il filo è ricoperto da una guaina fibrosa.

— E in che modo lo fa irrigidire?

— Non c’è bisogno che il filo si irrigidisca — replicò lo sconosciuto.

— Allora che cosa lo fa muovere?

— Non si muove.

Alarik incenerì l’uomo con lo sguardo. Kubic si accigliò.

— E allora, perché il pilota deve premere il pulsante? — domandò il Direttore.

— Perché… Lo fa per… È quello a cui stavo arrivando.

— Aspetti un attimo — lo interruppe Alarik. — Il pilota trasmette una spinta lungo il filo metalico, giusto?

— No, signore.

Alarik lo fissò. Poi, all’improvviso, schioccò le dita. — Il cavo si torce su se stesso, è così? Ha scoperto il modo per convertire una spinta in un movimento rotatorio, e poi…

— No, no, niente di tutto questo, il filo non si muove.

— Come, non si muove per niente?

— È questo il punto. Si riscalda.

Kubic si lasciò sfuggire un gemito.

Alarik scosse la testa. — No, non può funzionare.

— Ma perché no? Il calore accenderà il fusibile.

Alarik provò un vago senso di nausea. Lanciò un’occhiata a Kubic e con un brusco cenno della testa indicò il cancello. Ecco qual era il problema di quei geni mancati: avevano la pretesa di suonare una sinfonia senza nemmeno conoscere le sette note.

Kubic afferrò saldamente l’uomo per il braccio.

— Ah, capisco, non mi sono spiegato bene — disse questi. — Non si riscalda tutto il filo, solo l’estremità.

Alarik si sforzò di sorridere. — Il problema è che è l’altra estremità che interessa a noi.

Kubic costrinse il bidello a voltarsi e lo trascinò verso l’uscita.

Suo malgrado, Alarik prestò orecchio a quello che dicevano mentre si allontanavano. Il suo assistente si esprimeva a monosillabi, mentre la voce del bidello si levava in una serie di proteste lamentose e, poiché il vento spirava da quella direzione, Alarik riuscì a udire quasi tutto quello che diceva.

— Ma è l’estremità del fusibile quella di cui stavo parlando! — urlò l’uomo.

Kubic borbottò qualcosa di incomprensibile.

— No, no, lei non ha capito! La frizione non c’entra niente! Non è un fenomeno di conduzione termica attraverso il filo!

Kubic si fermò per afferrare più saldamente il bidello per la manica della giacca.

Alarik aggrottò la fronte. Se non si trattava di frizione, che cosa poteva essere? C’è un uomo che preme un pulsante collegato a un filo metallico. Il cavo non è rigido, ma racchiuso in una specie di involucro. Il filo metallico si riscalda. Ma in questo caso brucerebbe la guaina che lo avvolge, no? Un momento! Solo l’estremità si riscalda. Il resto del cavo non si muove, non si torce… Ma come fa a scaldarsi soltanto l’estremità?

— No, no! — urlava il bidello. — Non è come pensate voi. Ve lo posso dimostrare!

Alarik prese una decisione improvvisa. Era circondato dai chimici più qualificati del mondo, che la pensavano tutti allo stesso modo. Erano la crème della crème, ma forse quello di cui avevano bisogno era una mente fresca. E se il sistema messo a punto da quel bidello non fosse stato chimico nel senso stretto della parola? Bastava che funzionasse. Racchiuse le mani a coppa attorno alle labbra e chiamò il suo assistente.

Con uno strattone, il bidello si liberò dalla presa di Kubic e iniziò a urlare con tono quasi isterico:

— Siete una manica di gente ottusa, cieca come le talpe! Vi ho implorato di darmi la possibilità di dimostrarvi che esiste una cosa come la corrente. Vi assicuro che esiste davvero! Ve lo posso dimostrare! La verità è davanti ai vostri occhi, ma voi non la volete vedere. Chiudete gli occhi e vi tappate le orecchie. Stupidi! Una corrente passa attraverso il filo e quando raggiunge l’estremità che è compressa, l’estremità si riscalda! Questa non è chimica! Non potete metterla in discussione perché non è chimica! Ma potenzialmente può essere importante quanto la chimica! Sto cercando di dirvi che questo è un campo del sapere completamente nuovo!

Alarik abbassò le mani. Scosse la testa e scrollò le spalle. Si guardò attorno e osservò le testimonianze della chimica in un mondo chimico. La chimica era lo studio della materia e tutto è materia. Non esisteva nient’altro, non poteva esistere nient’altro che non fosse materia… Oh, sì, c’erano la luce, il suono e i lampi, ma le menti più raffinate ritenevano che si trattasse soltanto di disordini della materia o di forme più raffinate di materia. Esisteva la scienza della chimica atmosferica, per esempio, e quello della chimica eterea, ma vi era chi dubitava che questi campi di indagine marginali, in particolare il secondo, avessero realmente a che vedere con la chimica.

Insomma, come poteva qualsiasi altro settore dello scibile anche soltanto sperare di competere con lo studio della materia? Costruttori, meccanici e fisici, tutti svolgevano compiti importanti, ma ammettevano di essere soltanto chimici per modo di dire, di non avere a che fare con la chimica in senso stretto. Soltanto i matematici mantenevano una certa distanza, sostenendo l’esistenza di una disciplina più nobile. Ma, in pratica, erano sempre impastoiati. Non riuscivano a concludere niente senza un’infinità di prove, di errori e di riserve. La materia non si sottoponeva docilmente alle loro teorie, se non in rari casi particolari.

Scrollò le spalle.

Il vento gli portò un ultimo grido.

— Ve lo dimostrerò! Un giorno o l’altro lo scoprirete anche voi. La corrente passa attraverso i corpi!

Fu quella frase a convincerlo. Che cosa poteva mai passare attraverso un solido filo di metallo? Non vi era uno spazio interno in cui potesse scorrere alcunché e, se fosse passata all’esterno, di qualsiasi cosa si trattasse sarebbe caduta, oppure sarebbe filtrata attraverso la guaina fibrosa e sarebbe gocciolata fuori. Era impossibile comprimere i solidi. Perciò niente poteva scorrere al loro interno, a meno che non vi fosse uno spazio vuoto. E non poteva esistere una corrente senza qualcosa che scorresse. E niente poteva scorrere dove non vi era spazio.

Kubic ritornò indietro scuotendo la testa.

— Mi scusi signore. Non mi ero reso conto che quel tizio fosse un pazzo

— Be’, valeva comunque la pena di tentare. Per un attimo ho pensato che avesse davvero scoperto qualcosa.

— Dal modo in cui si esprimeva sembrava dicesse cose sensate. Ma mentre lo portavo fuori ha perso il controllo e ha detto un sacco di idiozie.

— Sì il suo ragionamento non aveva molto… Un momento!

— Sì, signore?

— Immaginiamo di usare un filo metallico rigido, inserito in un condotto di molle a spirale stretta, e immaginiamo di far ruotare a grande velocità il filo, in modo da esercitare una pressione contro una stretta testina abrasiva applicata all’involucro del fusibile…

— Mmm. Pensa che la frizione possa generare calore?

— Certo! Naturalmente non si tratterebbe di un processo molto chimico. È un semplice congegno meccanico. Del resto è così che abbiamo fatto progressi nel Progetto nel corso di quest’ultimo secolo. Un piccolo mattone sopra l’altro. Con il tempo, arriveremo a centrare il nostro obiettivo.

— Capisco, signore, ma non so. I bravi meccanici sono una rarità. Si ricorda, vent’anni fa, quando usavamo meccanismi di innesco a molla per i fusibili? Sembrava che funzionassero bene, fino a quando li hanno resi così complessi da non riuscire a riconoscerli più. Poi svilupparono quel progetto idraulico e… non lo so. Sembra che una cosa porti all’altra e che tutto richieda troppo tempo. Giriamo in tondo. In un certo senso è come se cercassimo di estrarre chiodi con una chiave inglese. Dove diavolo si può fare presa? Dalla nostra scatola manca qualche attrezzo.

— È stata una brutta giornata — commentò Alarik scuro in volto. — Naturalmente, con il tempo facciamo progressi. E. ogni tanto, facciamo qualche significativo passo avanti. Quel nuovo carburante, per esempio. E, più di tutti, la scoperta di quel rivestimento superrefrattario. Ma anche il raffreddamento a dispersione ha segnato un importante punto di svolta. Però, riconosco che finora queste grosse scoperte non ci hanno permesso di fare quel salto di qualità di cui abbiamo bisogno.

Kubic lasciò scorrere lo sguardo sulle numerose grandi strutture che sorgevano a nord e a est a perdita d’occhio. — Be’ — disse — almeno tutte queste ricerche servono a tenere basso il livello di disoccupazione. Ma qualcosa mi dice che nonostante tutti i nostri sforzi, siamo lontani dalla soluzione del problema.

Alarik annuì. — Le dirò una cosa. Studieremo questo principio di frizione e vedremo che cosa salta fuori. Spediamo a quel bidello un assegno simbolico. Dopo tutto, è stato lui a suggerirci questa idea, anche se la sua teoria era un’altra. Almeno, lui sostiene di aver scoperto qualcosa di nuovo. Potrebbe essere un pazzo, ma se pensiamo ai primi chimici…

Kubic assentì. — Buona idea, signore. A dire la verità, io non capisco nemmeno perché debba esserci un contatto fra i due metalli affinché si formino le bolle.

— Provveda subito — disse Alarik. — Non si sa mai che accada qualcosa e che ce ne dimentichiamo.

Kubic sgranò gli occhi. — Signore, guardi là…

Alarik sollevò lo sguardo.

— Al diavolo. Lei vada, di questo mi occuperò io.

Dal grande corpo della Bestia stava uscendo precipitosamente tutto il personale di bordo, o almeno così sembrava. Alarik diede una spinta al suo assistente, che corse via, per scomparire poco dopo dietro un contrafforte di protezione che portava al Palazzo dell’Amministrazione.

Alarik osservò la Bestia. Era un filo di fumo quello che vedeva salire dall’anello di trasmissione?

Meccanici, costruttori, supervisori, tecnici chimici, tutti gli addetti agli impianti stavano correndo a rotta di collo, come se la loro vita fosse in pericolo.

Ormai Alarik non aveva dubbi: era fumo quello che vedeva.

Mentre lo guardava salire, fuoriuscì un pennacchio bianco che, descrivendo lentamente un cerchio, avvolse la base spadiforme della costruzione in una nuvola di fumo. Un secondo pennacchio si unì al primo, e poi un altro e un’altro ancora. Adesso l’estremità superiore della Bestia, di forma quasi cilindrica, si levava al di sopra delle nuvole grigiastre come se non poggiasse su alcun sostegno.

Alarik allungò un braccio, puntò l’indice verso il terreno e urlò: — A terra!

Tutti gli operai, con la sola eccezione del responsabile del personale, scomparvero in una serie di tuffi.

Il responsabile del personale, affannato e con gli occhi pieni di lacrime, raggiunse Alarik e facendo scattare i tacchi, si portò la mano al berretto.

— Signore, sono pronto ad assumermi tutte le mie responsabilità e a sopportarne le conseguenze. È stata colpa mia. Io… — Un rombo percorse il prato.

Alarik spinse il suo sottoposto nel buco più vicino e si tuffò dietro di lui.

Sulle pareti del cunicolo riverberò una vaga luce rosa.

— Che cosa è successo? — domandò il Comandante.

— L’addetto all’orologio interno. È nuovo. Non avrei dovuto lasciarlo giù da solo. Non si può usare nessun tipo di lampada laggiù. Era costretto a lavorare con una lastra a incandescenza.

Ma insomma che cosa è successo?

La terra cominciò a tremare.

— Vada avanti — urlò Alarik. — Che cos’è successo?

— Ha colpito per sbaglio il filo metallico principale proveniente dal Control, nel punto in cui esce dalla guaina. La sicura era abbassata, e per errore, la punta doveva essere sopra il filo; il paletto deve essere uscito dal buco, la sicurezza è scattata, la molla ha fatto girare la leva, la chiusura si è abbassata e ha colpito il filo teso e questo ha fatto saltare la leva. Abbiamo sentito una serie di scoppi. E poi è partito.

Alarik imprecò.

Il responsabile del personale urlò al di sopra del rombo. — L’addetto all’orologio è rimasto a bordo. Capisce, è lì dentro! Non ha fatto in tempo a uscire. Noi siamo riusciti a scappare poco prima che la navicella partisse.

Il cunicolo fu illuminato da una luce rosa, e i due uomini si portarono cautamente dietro un angolo.

— È troppo complicato — urlò il responsabile del personale. Poi il frastuono coprì la sua voce e i due uomini tacquero.

Alarik rimase immobile contro la parete del tunnel. Si sentiva tutto dolorante.

Okay, pensò stupidamente. È partito. Ma l’orologio di bordo è difettoso. Forse il Sunbird potrà raccogliere alcuni dati, ma avranno poco significato dato il cattivo funzionamento dell’orologio. A intervalli, la Bestia emetterà nuvole di vapore luminoso e questo ci aiuterà a seguirne la traiettoria… forse. Ma dove rientrerà nell’atmosfera?

Ci deve essere un sistema migliore di questo, pensò. Non può essere così complicato. Era come cercare di legare una manciata di biglie con uno spago. Quando le cose erano così complesse significava che si stava lavorando con gli attrezzi o con i materiali sbagliati.

Il frastuono si stava lentamente spegnendo.

Alarik udì un rumore sordo e dietro l’angolo della galleria apparve Kubic carponi.

— Tutto bene, signore?

— In un certo senso, sì. Come è stato?

— Meraviglioso. Da vedersi uno spettacolo fantastico. In realtà è stata una cosa terribile, ma bellissima.

— Be’, è già qualcosa.

— Ho provveduto al mandato di pagamento come aveva chiesto.

Alarik si irrigidì. Ignorando lo sguardo stupito del responsabile del personale, balzò in piedi e afferrò Kubic per il braccio.

— Al diavolo tutto quanto! — urlò. — Ne ho fin sopra i capelli di tutto questo!

— Vuole che annulli il pagamento, signore?

— No, no! Vai a cercare quel bidello, prendilo e portalo qui!

— Sì, signore! — rispose prontamente Kubic e uscì di corsa dal tunnel.

Alarik uscì all’aria aperta. In alto nel cielo si vedeva un puntino luminoso che si affievoliva sempre di più.

Mentre scompariva, gli giunse dal campo una voce determinata che parlava di “correnti” come qualcosa di reale, concreto e utilizzabile.

Alarik si guardò attorno. Per un attimo provò un senso di colpa. Quello a cui pensava non aveva niente a che vedere con la chimica. Perciò doveva essere una fandonia, un imbroglio, una fantasia…

— Al diavolo tutto quanto — brontolò Alarik. I lunghi anni di frustrazioni accumulate gli pesavano sulle spalle come piombo.

Apriva e chiudeva le mani come un uomo che desideri disperatamente un martello e guardava il cielo con occhio supplice.

— Dammi soltanto lo strumento adatto per questo lavoro — disse solennemente

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