(Isaac Asimov Presents

The Great Science Fiction Stories 23: 1961, 1991)

A cura di ISAAC ASIMOV & MARTIN H. GREENBERG

Introduzione

Nel mondo reale, il 1961 fu un altro anno di relativa tranquillità, che si aprì con l’insediamento di John F. Kennedy, trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Tre furono gli eventi di particolare rilevanza storico-politica di quell’anno: l’interruzione delle relazioni diplomatiche fra la Cuba di Castro e gli Stati Uniti, che tentarono di deporre il barbuto dittatore col fallito assalto alla Baia dei Porci; l’erezione dell’infame Muro di Berlino (una barriera minata ed elettrificata lungo il confine fra le due Germanie); e l’istituzione dei Corpi della Pace.

Fra gli altri avvenimenti di rilievo del 1961 ricordiamo l’assassinio di Patrice Lumumba in Congo, e di Rafael Trujillo nella Repubblica Dominicana; l’attività dei “Cavalieri della Libertà” negli Stati Uniti meridionali; il processo e la condanna di Adolf Eichmann a Gerusalemme; gli enormi progressi conseguiti nella conquista dello spazio con i voli di Yuri Gagarin e Alan B. Shepard (quest’ultimo a bordo di Freedom 7), in orbita e suborbita attorno alla Terra.

La Guerra Fredda proseguiva senza alcuna speranza di distensione e il presidente Kennedy ricordava agli americani che era “opportuno” che ogni famiglia disponesse di un rifugio anti-bomba.

Nel 1961 negli U.S.A. l’inflazione era dell’1,9%. Le star più acclamate di Hollywood erano Elizabeth Taylor e Rock Hudson; fra i film di maggior successo di quell’anno si distinsero: West Side Story (che si aggiudicò l’Oscar come miglior film), The Misfits (Gli Spostati), di John Huston, che vide Clark Gable calcare per l’ultima volta le scene; I cannoni di Navarone, I due volti della vendetta, con Marion Brando in veste di regista esordiente e protagonista; Lo spaccone, di Robert Rossen; Splendore nell’erba; Vincitori e vinti, di Stanley Kramer e Colazione da Tiffany. Quell’anno Melvin Calvin vinse il Premio Nobel per la chimica per i suoi studi sulla fotosintesi.

Nello sport, Roy Emerson e Darlene Hard vinsero l’Open americano di tennis; Jim Brown si laureò miglior attaccante della National Football League; “Carry Black” vinse il Kentucky Derby; i Boston Celtics con Bill Russell vinsero il Campionato NBA; i Green Bay Packers umiliarono i New York Giants per trentasette a zero e conquistarono il titolo NFL; gli odiosi Yankees vinsero le World Series battendo i Reds quattro a uno, mentre Roger Maris realizzò sessantun “basi” in una sola stagione.

Passando a tutt’altro settore, ricordiamo che nel 1961 Ray Kroc acquistò il primo gruppo dei ristoranti McDonald’s, segnando l’inizio di un’era di alta cucina in America.

In quello stesso anno Timothy Leary fu licenziato dall’Università di Harvard per aver sottoposto alcuni studenti a esperimenti farmaceutici, mentre Larry Rivers dipingeva Parts of the Face e Andrew Wyeth disegnava Distant Thunder. Fra i libri più significativi e/o di maggior successo pubblicati nel 1961 ricordiamo: Calories don’t Count, il libro preferito di Marty, Comma 22 di Joseph Heller, The Making of the President, 1960, di Theodore H. White, Tropico del Cancro di Henry Miller, The Death and Life of Great American Cities di Jane Jacobs, L’agonia e l’estasi di Irving Wallace, A Nation of Sheep di William Lederer, The Carpetbaggers di Harold Robbins, The City in History di Lewis Mumford, Il buio oltre la siepe di Harper Lee, e Storia del Terzo Reich di William L. Shirer. Il diciassettenne Bobby Fisher vinse per la quarta volta il campionato mondiale di scacchi. Fu introdotto l’uso della spirale.

Parlando degli anni Sessanta, non possiamo trascurare una realtà così importante come quella della musica leggera; ecco un elenco delle canzoni più gettonate del 1961: “Cryin'” di Roy Orbison, la stupenda “Wings of a Dove” di Ferlin Husky, “Don’t Be Cruel” di Elvis, “Tossin and Turning” di Bobby Lewis, “Runaway” di Del Shannon, il tema di “Exodus”,

“Where the Boys Are” di Connie Francis e la meravigliosa “I Fall to Pieces” di Patsy Cline. Nel suo discorso d’addio, il presidente Eisenhower mise in guardia gli americani contro i pericoli del cosiddetto “complesso dell’industria militare”.

Fra i programmi televisivi che suscitarono il maggior consenso del pubblico americano in quell’anno ricordiamo: “The Dick van Dyke Show”, “Dr. Kildare”, “Wide World of Sports”, “The Defenders” con E.G. Marshall e Vince Edwards nella parte di “Ben Casey” e quello che fu considerato lo spettacolo di maggior successo: “Wagon Train”. La popolazione degli Stati Uniti era di 209.000.000 di abitanti, mentre la IBM introduceva la macchina per scrivere elettrica Selectric, provocando un improvviso incremento della produttività di molti scrittori.

Il 1961 fu l’anno in cui venne aperta, a New York, la prima discoteca, “Le Club”. Il teatro conobbe una stagione di particolare prestigio grazie all’allestimento di importanti opere quali: The Caretaker di Harold Pinter, Purlie Victorious di Ossie Davis, How to Succeed in Business Without Really Trying di Frank Loesser, Un uomo per tutte le stagioni di Robert Bolt e La notte dell’iguana di Tennessee Williams. Il prezzo più alto dei biglietti per un musical di Broadway era di 8,60 $.

Fra i lutti di quell’anno ricordiamo la scomparsa di Lee De Forest, l’inventore del tubo a vuoto, la morte di Richard Wright, Gary Cooper, Ty Cobb “Grandma Moses”, Chico Marx, James Thurber, Marion Davies, Dashiell Hammett, George S. Kaufman, Sam Rayburn, Joan Davis; infine, sempre nel 1961, scomparvero il Segretario generale delle Nazioni Unite Dag Hammarskjöld, Carl Jung e Ernest Hemingway, morto suicida.

Nel mondo reale, il 1961 fu un anno un po’ sotto tono, mentre continuava l’esplosione del paperback.

Fra i libri più significativi pubblicati quell’anno ricordiamo: Pilgrimage: The Book of the People di Zenna Henderson; Amanti di Phillip Jose Farmer; Tre cuori e tre leoni di Poul Anderson; Star Hunter di Andre Norton; A Cupful of Space di Mildred Clingerman; Polvere di Luna di Arthur C. Clarice; Nightmares and Geezenstacks di Fredric Brown; La lampada del sesso di Brian W. Aldiss, l’eccellente Il grande tempo di Fritz Leiber, Solaris di Stanislaw Lem e, per finire, due romanzi di particolare rilievo: Straniero in terra straniera di Robert A

Heinlein e quello che forse fu il miglior romanzo dell’anno: Percezione infinita, dell’ahimè dimenticato Daniel F. Galouye.

Nonostante non mancassero progetti per il lancio di nuovi titoli, il numero delle riviste di fantascienza nelle edicole rimase fermo a cinque. Molto importante fu in quell’anno l’avvicendamento che ebbe luogo all’interno del gruppo Galaxy: il leggendario direttore H.L. Gold lasciò il posto a Frederik Pohl che, già tecnicamente gerente responsabile, fece sentire subito la propria influenza, preludio di futuri successi.

Nel mondo reale alcune importanti persone fecero il loro primo viaggio nella realtà: in febbraio Fred Saberhagen, con “Volume Paa Pyx”; e in maggio Sterling E. Lanier con “Join our Gang”.

Fra i film di genere fantastico prodotti quell’anno ricordiamo: Gorgo; Professore fra le nuvole, trasposizione cinematografica della vita di Greenberg; Konga; Atlantide, continente perduto; Padrone del mondo di Jules Verne (per la verità autore del libro); The Fabulous World of Jules Verne, interessante pellìcola cecoslovacca; L’isola misteriosa, un altro film tratto da una storia di Verne (non essere tutelato da diritti d’autore “paga”, non è vero?); The Beast of Yucca Flats; Most Dangerous Man Alive, un film immeritatamente sottovalutato e vagamente noir; Viaggio al fondo dell’oceano, un’altra epopea d’ambientazione acquatica; e un vero classico da non perdere: …e la Terra prese fuoco.

La Famiglia (con tutti e trecento i suoi membri) si riunì a Seattle per la diciannovesima edizione della World Science Fiction Convention, la Seacon. I premi furono così assegnati: Un cantico per Leibowitz di Walter M. Miller Jr. fu giudicato Miglior Romanzo dell’anno; “Il viaggio più lungo” di Poul Anderson vinse quale Miglior Racconto Breve; Ai confini della realtà fu premiato come Miglior Rappresentazione Televisiva; Analog si distinse come Migliore Rivista Professionale; Ed Emshwiller fu incoronato Miglior Artista Professionale; e Who Killed Science Fiction di Earl Kemp si aggiudicò il premio quale Miglior Fanzine.

Bene. Adesso ritorniamo indietro a quel fantastico 1961 e godiamoci i migliori racconti che il mondo reale di allora ci ha lasciato in eredità.

Alto tradimento

The Highest Treason

di Randall Garrett

Analog, gennaio

Astounding/Analog, quando era diretta da John W. Campbell, partecipava con entusiasmo alla Guerra Fredda di cara memoria. Le sue pagine grondavano di storie sulla ricerca di armi onnipotenti, su argomenti militari, su paesi totalitari e su civiltà ovviamente ricalcate sull’Unione Sovietica, oltre che di racconti di spionaggio mascherati da sf. È questo uno dei motivi per cui gli anni Cinquanta e Sessanta non furono fra i più memorabili della storia delle riviste anche se, a essere onesti, vi venne pubblicata una certa quantità di eccellente materiale.

Molto di esso venne scritto da persone quali David Gordon, Walter Bupp, Darrell T. Langart, Robert Randall e Mark Phillips, i quali altri non erano, almeno in parte, se non Randall Garrett, che pubblicava nel frattempo decine di altri racconti a proprio nome. E anche se Garrett era una persona molto intelligente e capace di produrre buona parte della più divertente sf che mai sta stata scritta, era anche un professionista che ben sapeva cosa Campbell voleva e anche come darglielo.

“Alto tradimento” è un eccellente esempio della sua abilità a sottomettersi ai desideri di un editor producendo, nel contempo, una storia avvincente e convincente. (M.H.G.)

Povero Randall. Io e lui ci trovavamo a ciondolare alle Convention di sf degli anni Cinquanta. Di fatto, entrambi riducemmo la Convention del ’55 a una confusione continua, contribuendo notevolmente a che diventasse la più piacevole nella storia delle Convention (come tutti quelli che ci parteciparono possono confermare).

Randall era uno dei più ingegnosi e arguti personaggi che io abbia mai incontrato. Le conversazioni con lui erano un continuo scoppiettio, anche perché ognuno di noi cercava di sopravvanzare l’altro.

Tuttavia, mi sembrava che non fosse mai capace di capitalizzare al meglio la sua grande ingegnosità. Ne sprecava in quantità enormi, e gliene rimaneva molto poca da inserire nei suoi lavori. Né l’aiutava il fatto di essere eccessivamente amico della bottiglia, ma ritengo che sia difficile vivere in un mondo di ottusi, e uno come lui doveva pur trovarsi una via di fuga.

Poi, negli anni Ottanta, venne colpito dalla meningite, che gli distrusse prima la mente e poi il corpo. Una fine triste, che proprio non si meritava. (I.A.)

Il prigioniero

Le due stanze non erano lussuose, ma MacMaine non si era aspettato che lo fossero. Le pareti erano di color grigio uniforme, spoglie e senza finestre. Il soffitto e i pavimenti erano semplicemente la continuazione delle pareti, e l’unico elemento che rompeva questa monotonia era costituito dalle lampade al neon sul soffitto. In una delle stanze c’era un armadietto per gli effetti personali, un grande letto sufficientemente confortevole, una piccola ma funzionale scrivania e, in un angolo, un minuscolo sgabuzzino che conteneva i servizi igienici.

Nell’altra stanza c’erano un divano, due grandi poltrone, un tavolo basso, alcuni scaffali per i libri, un frigorifero dalla forma tozza contenente cibo e bibite per i suoi spuntini occasionali (i pasti caldi venivano portati dalla cucina) e un armadio a muro contenente i suoi vestiti, le uniformi da ufficiale kerotha senza i gradi.

No, pensò Sebastian MacMaine, non vi era niente di lussuoso in quelle stanze, ma non avevano neanche l’aspetto di una cella di prigione come in effetti erano.

Ci si stava comodi e si poteva persino avere l’illusione di godere di una certa intimità, sebbene vi fossero alle pareti delle telecamere poste in modo che niente di ciò che accadeva in entrambe le stanze potesse passare inosservato. L’interruttore che spegneva la debole luce bianca delle lampade al neon non spegneva la radiazione infrarossa che consentiva ai suoi ospiti di sorvegliarlo mentre dormiva. Ogni suono era percepito e registrato.

Ma tutto ciò non disturbava MacMaine. Al contrario, ne era contento. Voleva che i kerothi sapessero che non aveva nessuna intenzione di scappare o di ordire un complotto contro di loro.

Da tempo aveva preso questa decisione; se le cose avessero continuato ad andare come stavano andando, la Terra avrebbe perso la guerra contro Keroth e Sebastian MacMaine non aveva proprio alcun desiderio di trovarsi dalla parte dei perdenti nella più grande guerra mai combattuta. Il problema, ora, era convincere i kerothi che aveva veramente intenzione di combattere al loro fianco, dare loro tutto l’apporto della sua abilità strategica, fare del suo meglio per aiutare Keroth a vincere ogni battaglia.

E questo sarebbe stato il compito più difficile.

Il segnale rosso luminoso lampeggiò sopra la porta e contemporaneamente si udì un debole sibilo.

MacMaine sorrise tra sé, ma neppure un’ombra di quel sorriso comparve sul suo viso squadrato dalla mascella forte. Per dargli l’illusione che fosse più un ospite che un prigioniero, i kerothi avevano installato alla porta un sistema per farsi annunciare e lo usavano sempre. Mai nessuno di loro era entrato senza preavviso.

— Avanti — disse MacMaine.

Era seduto in una delle poltrone del suo “salotto”, fumava una sigaretta e leggeva un libro sulla storia di Keroth; depose il libro sul tavolino mentre un kerotha di alta statura varcava la soglia ed entrava nella stanza.

MacMaine si concesse un sorriso di sincera soddisfazione. Per la maggior parte dei terrestri “tutti i Pelle-color-carota sono uguali” ed egli, ammise francamente con se stesso, non aveva ancora imparato a cogliere pienamente ciò che faceva dei kerothi degli individui diversi dai terrestri e a distinguere i dettagli che li rendevano differenti l’uno dall’altro.

— Tallis! — Si alzò e tese tutte e due le mani alla maniera kerotha. L’altro fece lo stesso ed essi si strinsero per un attimo le mani. — Come ti vanno le budella? — disse MacMaine in kerotha.

— Funzionano a meraviglia, fratello-per-scelta — rispose il generale delle Forze spaziali Polan Tallis. — E le tue?

— Funzionano a meraviglia. È passato davvero molto tempo da quando ci siamo toccati l’ultima volta.

Il kerotha fece un passo indietro e osservò il terrestre da capo a piedi.

— Hai un bell’aspetto per un prigioniero. Allora, ti trattano bene?

— Abbastanza. Siediti, fratello-per-scelta — e MacMaine indicò il vicino divano. Il generale si sedette e si guardò intorno.

— Bene, bene. Godi di un trattamento speciale, molto bene. È quello che potresti aspettarti se fossi Comandante di un’astronave da guerra. Forse ti stanno addestrando per quel ruolo.

MacMaine rise lasciando che dalla sua risata trasparisse quella punta di sarcasmo che provava. — Forse una volta ci speravo, Tallis. Ma ho paura di non aver ottenuto proprio nulla.

Il generale Tallis infilò una mano nella tasca della giacca della divisa e ne estrasse una scatola di alluminio piatta contenente ciò che i kerothi usavano come sigarette. Ne prese una, se la mise tra le labbra e l’accese con una punta incandescente che stava all’interno della scatola.

MacMaine prese una sigaretta terrestre dal pacchetto sul tavolo e lasciò che Tallis gliela accendesse. La pausa e il silenzio, come MacMaine sapeva, erano studiati. Aspettò. Tallis aveva qualcosa da dire, ma stava dando al terrestre il tempo di “abituarsi alla sorpresa”. Era una delle buone regole dell’etichetta kerotha.

Un improvviso silenzio da parte di uno dei partecipanti a una conversazione, in queste particolari circostanze, significava che qualcosa di insolito sarebbe accaduto, che si voleva dare all’altra persona il tempo di prepararsi alla forte emozione che poteva seguire.

Poteva trattarsi di qualsiasi cosa. Nell’esercito spaziale kerotha, un superiore informava un giovane ufficiale della futura promozione proprio in questo modo. Ma lo stesso procedimento era usato per informare qualcuno della morte di una persona cara.

Infatti MacMaine sapeva bene che un tale rituale era de rigueur in un tribunale kerotha, proprio poco prima che venisse pronunciata la sentenza, così come era una premessa a una domanda di matrimonio fatta da un maschio kerotha alla sua diletta.

MacMaine non poteva fare altro che aspettare. Sarebbe stato indelicato parlare prima che Tallis ritenesse che egli fosse pronto.

Non era tuttavia indelicato guardare attentamente la faccia di Tallis; era una cosa che ci si aspettava. In teoria, si pensava che uno dovesse essere in grado di capire se la notizia fosse buona o cattiva.

Con Tallis era impossibile dirlo e MacMaine sapeva che sarebbe stato inutile cercare di decifrare l’espressione di quell’uomo. Ma tuttavia lo guardò attentamente.

In un certo senso, la faccia di Tallis era tipicamente kerotha.

La pelle dal pigmento arancione e i vivaci occhi verde brillante erano comuni a tutti i kerothi. Sul pianeta Keroth, come sulla Terra, si erano sviluppate diverse “razze” di umanoidi, ma, a differenza della Terra, la diversità non stava nel colore della pelle.

MacMaine aspirò una boccata dalla sua sigaretta e si sforzò di non pensare a quello che Tallis avrebbe potuto dirgli. Era già pronto a una sentenza di morte, anche a una sentenza di morte per tortura. Ora, lo sentiva, non ne sarebbe stato sconvolto. E, invece di lasciarsi sopraffare dalla tensione insopportabile che stava montando dentro di lui, pensò più a Tallis che a se stesso.

Tallis, come gli altri kerothi, era incredibilmente simile a un uomo. C’erano parecchie differenze nella disposizione degli organi interni e altre nelle funzioni di questi organi. Per esempio, occorrevano due organi separati per svolgere la stessa funzione che il fegato svolge in un terrestre; non esistevano i reni, essendo la loro funzione affidata a speciali tessuti posti nella parte bassa del colon; ciò significava che i kerothi avevano una maggiore capacità di immagazzinare liquidi, dato che l’escrezione avveniva in forma relativamente solida e asciutta attraverso un orifizio unico.

Ma, esternamente, un kerotha avrebbe avuto bisogno solo di qualche ritocco di chirurgia plastica e di un po’ di trucco per poter essere scambiato, da lontano, su un palcoscenico, per un terrestre. Da vicino, naturalmente, il trucco avrebbe dovuto essere molto più accurato, come per un negro che cercasse di camuffarsi da svedese o viceversa.

Ma Tallis era…

— Vorrei dire una parola — disse Tallis interrompendo lo svolgimento intenzionalmente neutro dei pensieri di MacMaine. Era un’introduzione di rito che poneva fine al tempo concesso per adattarsi alla sorpresa, ma lasciava presagire buone più che cattive notizie.

— Aspetto la tua parola — rispose MacMaine. Anche dopo tutto quel tempo, si sentiva ancora vagamente orgoglioso della sua abilità nel destreggiarsi con i misteriosi modi di dire dei kerothi.

— Penso — disse con prudenza Tallis — che ti potrebbero offrire un incarico nell’Esercito spaziale kerotha.

Sebastian MacMaine lasciò andare lentamente il fiato e solo allora si rese conto che l’aveva trattenuto a lungo. — Te ne sono grato, fratello-per-scelta — disse.

Il generale Tallis lasciò cadere la cenere della sua sigaretta in un grande posacenere di ceramica. MacMaine poteva sentire l’odore acre del fumo della sostanza proveniente da una pianta aliena che bruciava nella sigaretta kerotha, una corteccia interna triturata di un albero che cresceva solo su Keroth. MacMaine non sarebbe riuscito a fumare una sigaretta kerotha così come Tallis non avrebbe potuto fumare tabacco, ma entrambe le sigarette erano eccezionalmente simili nei loro effetti.

La “sorpresa” era stata rivelata. Ora, come si conveniva, Tallis avrebbe girato abilmente intorno all’argomento finché MacMaine non fosse stato pronto a riprenderlo.

— Sei stato con noi per quanto tempo… Sepastian? — domandò.

— Due kronet e un terzo.

Tallis annuì. — Quasi un anno, secondo il vostro calendario.

MacMaine sorrise. Tallis era orgoglioso della sua conoscenza della terminologia terrestre quanto MacMaine lo era della sua padronanza della lingua kerotha.

— Meno tre settimane — rispose MacMaine.

— Cosa? Tre… oh, sì. Be’, un lungo periodo di tempo — disse Tallis.

Dannazione! pensò MacMaine, in un improvviso impeto di impazienza. Arriva al punto! Il suo viso aveva un’espressione assolutamente tranquilla.

— Il Consiglio per la Strategia mi ha chiesto di comunicartelo — proseguì Tallis. — Dopo tutto, la mia raccomandazione è stata in parte responsabile di questa loro decisione. — Fece una breve pausa, ma si trattava semplicemente di un’esitazione nel parlare, non di un’interruzione formale.

“È stata una decisione difficile, Sepastian, devi averlo capito. Siamo in guerra con la tua razza da ormai dieci anni. Abbiamo fatto prigionieri migliaia di terrestri e molti di loro hanno acconsentito a collaborare con noi. Ma, con una sola eccezione, questi prigionieri si sono rivelati essere la feccia della vostra civiltà. Erano uomini che non avevano nessun amore per la propria razza, nessun amore per la propria società, nessun rispetto di se stessi. Erano deboli, egoisti, gretti, codardi che non si preoccupavano affatto delle sorti della Terra e dei terrestri, ma solo di se stessi.

“No” si affrettò a precisare “non è che fossero tutti così… o, forse, non la maggioranza. La maggior parte di loro avevano la mentalità dei guerrieri, sebbene, devo dire, non di forti guerrieri.”

L’ultima frase, MacMaine lo sapeva, era una gentile concessione. I kerothi non avevano alcun rispetto per i terrestri. E MacMaine non poteva completamente biasimarli. Per tre lunghi secoli la gente della Terra non aveva fatto altro che indulgere ai piaceri materiali della ricchezza. C’era da meravigliarsi che qualcuno potesse avere ancora un po’ di tempra morale.

— Mai nessuno di quelli che possedevano un po’ di dignità aveva acconsentito a lavorare per noi — proseguì Tallis. — Con un’eccezione. Tu.

— Allora sono un debole? — chiese MacMaine.

Il generale Tallis scosse la testa alla maniera degli uomini. — No. Non lo sei. Ed è per questo che abbiamo aspettato tre anni prima di prendere una decisione. — I suoi occhi verdi come l’erba guardarono candidamente quelli di MacMaine. — Tu non sei il tipo di persona che tradisce la sua razza. Il tuo comportamento potrebbe sembrare un tranello. Dopo un anno, il Consiglio per la Strategia non è ancora sicuro che non ci sia sotto qualcosa.

Tallis si interruppe, si sporse in avanti e schiacciò il mozzicone della sua sigaretta nel posacenere blu. Poi, di nuovo, i suoi occhi cercarono quelli di MacMaine.

— Se non fosse per quello che io personalmente so di te, il Consiglio per la Strategia non avrebbe neanche preso in considerazione la tua proposta.

— Devo dedurre allora che l’hanno presa in considerazione? — chiese MacMaine con un largo sorriso.

— Come ti ho detto, Sepastian — rispose Tallis — hai vinto la tua causa. Dopo quasi un anno secondo il tuo sistema di misurazione del tempo, la tua decisione è stata accettata.

MacMaine smise di sorridere. — Ve ne sono grato, Tallis — disse gravemente. — Immagino che tu capisca che è stata una decisione difficile da prendere.

Il suo pensiero si rivolse al passato, ai lunghi mesi e ai lunghi anni, fino al giorno in cui quella decisione era stata presa.

La decisione

Quella mattina il colonnello Sebastian MacMaine non ebbe la sensazione che quello fosse un giorno diverso dagli altri. Il sole, leggermente offuscato da alcune nuvole, risplendeva come aveva sempre fatto; le guardie alle porte del Palazzo dell’Amministrazione dell’Esercito spaziale lo salutarono come al solito; i suoi colleghi ufficiali gli fecero educatamente un cenno di saluto con il capo come avevano sempre fatto; il suo aiutante lo accolse con l’usuale “buon giorno signore”.

La lista dei compiti da svolgere giaceva sulla scrivania come accadeva ogni mattina da anni. Sebastian MacMaine si sentiva teso e un po’ irritato con se stesso, ma non sentiva nulla che potesse definirsi una premonizione.

Quando lesse la prima voce della lista, la sua irritazione aumentò leggermente.

Interrogare il generale kerotha.

Gli era toccata nuovamente l’incombenza dell’interrogatorio. Non voleva parlare con il generale Tallis. C’era qualcosa in quell’alieno che non lo faceva sentire a suo agio anche se non sapeva dire esattamente cosa fosse.

La Terra era stata fortunata a fare prigioniero l’ufficiale alieno. In una guerra spaziale rimanevano di solito ben poche persone da catturare dopo una battaglia, specialmente se si era tra i perdenti.

Il generale kerotha, da parte sua, non era stato altrettanto fortunato. Il cibo che era stato catturato assieme a lui si sarebbe esaurito in meno di sei mesi, e non esisteva la certezza che potesse sopravvivere con il cibo terrestre. Era altrettanto poco certo se si sarebbe potuto catturare altro cibo kerotha.

Per due anni la Terra aveva combattuto i kerothi, e per due anni aveva vinto alcune scaramucce secondarie e aveva perso le battaglie più importanti. I kerothi non avevano ancora colpito le maggiori colonie, ma avevano polverizzato un avamposto dopo l’altro e la flotta spaziale terrestre stava perdendo astronavi più velocemente di quanto le fabbriche riuscissero a produrne di nuove. Il peggio di questa situazione era che nessuno sulla Terra sembrava esserne minimamente preoccupato.

MacMaine si domandò perché lasciava che la cosa lo turbasse. Se nessun altro era preoccupato, perché avrebbe dovuto esserlo lui? Scacciò dalla mente quel pensiero e prese in mano il foglio del questionario che era stato preparato quella mattina per l’interrogatorio del generale kerotha. Forse avrebbe anche potuto avere successo.

Diede un’occhiata alla lista delle cose da fare quel giorno. A quanto sembrava, l’interrogatorio del generale kerotha costituiva il compito maggiore di quella giornata di lavoro.

Prese lo scivolo per scendere al seminterrato dell’edificio, nella piccola sezione della prigione dove l’ufficiale alieno era tenuto prigioniero. Le guardie lo salutarono senza scomporsi mentre entrava. La prassi degli interrogatori non era cosa nuova per loro.

MacMaine girò la chiave della porta della cella del prigioniero ed entrò. Si trovò in presenza del generale kerotha e lo salutò. Era probabilmente l’unico ufficiale che lo facesse, ne era consapevole; gli altri trattavano il generale alieno come se fosse un criminale. Peggio, lo trattavano come se fosse un piccolo malvivente o un volgare borsaiolo, un criminale certo, ma di una razza decisamente inferiore.

Il generale Tallis, come era solito fare, si alzò e ricambiò il saluto. — Puon kiorno, colonnello MacMaine — disse. La lingua kerotha non possedeva molte delle consonanti sonore dell’inglese e del russo e perciò, il modo con cui egli pronunciava B, D, G, J, V e Z faceva risultare queste lettere rispettivamente P, T, K, CH, F ed S. La R inglese così come suona in run o in rat, era assolutamente al di sopra delle sue possibilità, ed egli la pronunciava dandole il suono gutturale della R tedesca, la M nasale e la N risultavano un po’ più soffocate che in inglese, ma erano facilmente comprensibili.

— Buon giorno, generale Tallis — disse MacMaine. — Si sieda. Come si sente questa mattina?

Il generale sedette di nuovo sulla dura panca, che, oltre alla sedia, era l’unico mobile nella piccola cella. — Mi sento pene come ci si può aspettare che io mi senta. Faccio molto poco mofimento. Sto difentando… come si dice?… Flaccìto? Flàccito? È kiusto?

— Giusto. Ha imparato molto bene la nostra lingua, tenuto conto del periodo di tempo così breve.

Il generale rispose al complimento stringendosi nelle spalle. — Quando ssi tratta di imparare per ssopraffifere, uno impara.

— Lei pensa che la sua sopravvivenza sia dipesa dal fatto che abbia imparato la nostra lingua?

La faccia color arancio del generale abbozzò un sorriso. — Offiamente. La ssua kente non avrebbe mai imparato il kerotha. Se non posso rispontere alle tornante, non ssono di nessuna utilità. Finché sserfo, fifrò. Non è cossi?

MacMaine decise che avrebbe anche potuto dirgli subito, senza aspettare più tardi, come stavano le cose. — Non ne sono sicuro, ma penso che avrebbe potuto allungare il suo periodo di sopravvivenza se ci avesse costretti a imparare la sua lingua, generale — disse in kerotha. Sapeva che il suo kerotha non era buono, dato che l’aveva imparato dall’astronauta che era stato catturato con il generale; l’alieno era stato gravemente ferito ed era sopravvissuto solo due settimane. Ma quel poco di insegnamento di base aggiunto allo studio che aveva fatto dei libri e dei nastri trovati sull’astronave distrutta l’aveva aiutato molto.

— Ah? — il generale sbatté le palpebre per la sorpresa. Poi sorrise. — Il suo accento — disse in kerotha — è atroce, ma certamente non peggiore del mio quando parlo il vostro inclese. Immagino che lei ora voglia rivolgermi delle domande in kerotha, non è così? Nella speranza che, nella mia lingua, io possa rivelare maggiori informazioni?

— Forse potrebbe essere così — disse MacMaine con una smorfia — ma ho imparato il kerotha per mia cultura personale.

— Per sua cosa? Oh, capisco. Interessante. Non conosco nessun altro della sua razza che farebbe una cosa del genere. Qualsiasi cosa presenti delle difficoltà è al di sopra della loro portata.

— Non è vero, generale. Io non sono il solo. Ci sono molti di noi che non la pensano così.

Il generale si strinse nelle spalle. — Non lo nego. Dico semplicemente che non ne ho mai incontrati. Sicuramente non entrano di solito a far parte dell’esercito. Può darsi che ciò dipenda dal fatto che non siete una razza di combattenti. Ci vuole un combattente per affrontare una difficoltà solo perché è difficile, solo per se stessa.

MacMaine proruppe in una breve, secca risata. — Non pensa che ottenere delle informazioni da lei sia una difficoltà? E tuttavia la affrontiamo.

— Non è assolutamente la stessa cosa. È routine. Non avete usato nessuna forma di pressione, nessuna minaccia, nessuna promessa, nessuna tortura, nessuna violenza psicologica o fisica. — MacMaine non era del tutto sicuro del significato delle due ultime frasi negative. — Intende dire l’uso del dolore fisico? Questa è barbarie.

— Non insisto sull’argomento — rispose il generale con improvvisa ironia.

— Capisco. Ma può essere sicuro che non faremo mai una cosa del genere. Non è civile. La nostra polizia, effettivamente, a volte, usa certe droghe per ottenere informazioni, ma abbiamo così poca conoscenza delle reazioni chimiche del corpo dei kerothi che esitiamo a usare droghe su di voi.

— L’applicazione di pressioni fisiche, lei dice, non è civile. Forse non lo è in accordo alla vostra definizione (usò la parola inglese) di cifile. No, non è cifile, ma funziona. — Sorrise di nuovo. — Ho detto che sono diventato un rammollito da quando sono qui, ma temo che la vostra civiltà lo sia diventata ancor di più.

— Un uomo può mentire anche se gli si torcono le braccia o gli si stritolano i piedi — rispose freddamente MacMaine.

Il kerotha sembrò spaventato. Quando parlò di nuovo, fu in inglese: — Non tirò più nulla. Se ha tomante ta farmi, proceta pure. Non le farò pertere altro tempo in chiacchiere.

Un po’ irritato con se stesso e con il generale, MacMaine trascorse il tempo che rimaneva facendo domande di routine senza giungere a nessuna conclusione, riempiendo la cassetta del suo mini-registratore con le stesse vecchie risposte che avevano ricavato gli altri.

Se ne andò con un saluto sbrigativo e voltandosi prima che l’altro avesse il tempo di restituirglielo.

Di ritorno nel suo ufficio, archiviò coscienziosamente la cassetta e si accinse a prendere in considerazione il secondo punto della lista: Analisi strategica dei rapporti di guerra.

L’analisi strategica era per lui sempre motivo di irritazione e di disagio. Sapeva che se avesse semplicemente proceduto nel modo tradizionale, non ci sarebbe stata nessuna irritazione, solo noia. Ma era costituzionalmente incapace di lavorare in quel modo. Non sapeva resistere ai propri impulsi, e ingaggiava sempre una piccola sfida con se stesso e il computer per l’analisi della Strategia militare.

La sola battaglia degna di nota della settimana passata era stata la difesa di un avamposto della Terra chiamato Bennington IV. In teoria, MacMaine avrebbe dovuto controllare l’intero rapporto, trovare dove la parte perdente aveva commesso degli errori e introdurre l’informazione per rettificare i dati del computer. Ma non poteva fare a meno di fermarsi dopo aver letto la prima sezione: Informazione nota al Comando terrestre al momento del contatto iniziale.

Così si fermò a riflettere su come egli, personalmente, avrebbe gestito la situazione se fosse stato il comandante delle forze terrestri. Quante astronavi e quale dislocazione. La flotta nemica che si avvicinava a una data velocità. Lo spiegamento delle forze nemiche per la battaglia.

E ora cosa sarebbe successo?

MacMaine rifletté sui dati riguardanti la difesa di Bennington IV e formulò un piano di battaglia. Esisteva un punto debole nell’attacco nemico, ma era piuttosto evidente. MacMaine cercò un altro punto debole, molto meno evidente del primo. Sapeva che ci doveva essere. E c’era.

Poi procedette ignorandoli entrambi e concentrandosi su quello che avrebbe fatto se fosse stato il comandante nemico. I punti deboli erano solo trappole; il computer poteva individuarle ed evitarle. E questo era esattamente ciò che c’era di sbagliato nella sua logica. Evitare le trappole voleva dire anche lasciarsi sfuggire il miglior modo di battere il nemico. Un punto debole è debole, anche se appare come una trappola ben architettata. Nel rifornire di esca una trappola per topi, bisogna usare del vero formaggio perché un’imitazione non può funzionare.

Naturalmente pensò MacMaine si può sempre avvelenare il formaggio, ma non spingiamo troppo in là l’analogia. Benissimo, allora, come neutralizzare le trappole?

Gli ci volle mezz’ora per escogitare un modo del tutto irrazionale e non ortodosso per scoprire le deficienze nell’avanzata nemica. Tenne in debita considerazione il fattore tempo, perché non è di nessuna utilità progettare una strategia quando la battaglia è già a uno stadio troppo avanzato per metterla in atto.

Poi andò avanti e lesse il resto del rapporto. La Terra aveva perso l’avamposto. E, ciò che era peggio, la strategia di MacMaine avrebbe fatto vincere la battaglia se fosse stata usata. La inserì nel suo piccolo computer da ufficio per esserne sicuro. Le probabilità di riuscita erano buone.

Questa era la cosa che faceva odiare a MacMaine l’analisi strategica. Troppo spesso si trovava a vincere; troppo spesso la Terra perdeva. Un computer era utile per calcolare il risultato logico di una battaglia se gli si forniva una strategia adeguata, ma non era in grado di escogitare nulla di nuovo.

Il colonnello MacMaine aveva cercato di farsi trasferire al servizio attivo nello spazio, ma senza successo. Lo Stato maggiore non voleva che operasse in quel settore.

Il problema stava nel fatto che nessuno credeva che MacMaine definisse effettivamente la sua strategia prima di aver letto il rapporto completo. Come poteva qualcuno essere più intelligente di un computer?

Si era offerto di dare una dimostrazione. — Sottoponetemi un problema — disse al suo immediato superiore, il generale Matsukuo. — Fornitemi i dati di inizio di una battaglia di cui non ho mai sentito parlare e lo dimostrerò a tutti voi.

E Matsukuo aveva risposto stizzosamente: — Colonnello, non permetterò che uno dei miei uomini si renda ridicolo di fronte allo Stato maggiore. Ritenersi superiore al Comando strategico è la forma più antisociale immaginabile di egocentrismo. All’Accademia le è stata impartita la stessa istruzione di ogni altro ufficiale; che cosa le fa pensare di essere migliore di loro? Con il passare del tempo, la sua promozione automatica la metterà nella posizione di poter votare su questi problemi, purché lei non influenzi negativamente la Commissione Promozioni con il suo comportamento antisociale. Ho molta stima di lei, colonnello, e non dirò nulla alla Commissione Promozioni, ma, se lei insiste, dovrò fare il mio dovere. Adesso non voglio più sentir parlare di questa faccenda. È chiaro?

Era chiaro.

Tutto quello che MacMaine doveva fare era aspettare e sarebbe stato automaticamente promosso a far parte dello Stato maggiore, dove avrebbe avuto diritto di voto come gli altri ufficiali del suo rango. Un voto unico per cominciare e un voto supplementare per ogni anno successivo.

Forse è un ottimo sistema per gestire un circolo sociale in tempo di pace, pensò MacMaine, ma non è certo il modo di gestire un esercito.

Probabilmente il generale kerotha aveva ragione. Probabilmente l’homo sapiens non era davvero una razza di combattenti.

Lo era stata un tempo. Il genere umano aveva conquistato il dominio della Terra battendosi contro ogni altra forma di vita del pianeta, dal più piccolo virus al più grande carnivoro. La lotta contro le malattie era ancora in atto, effettivamente, e l’Uomo stava ancora combattendo contro la furia degli elementi del clima terrestre.

Ma l’Uomo non combatteva più contro l’Uomo. Era un male?

La scoperta dell’energia atomica, due secoli prima, aveva letteralmente reso impossibile la guerra, se la Terra voleva sopravvivere. Piccole lotte generavano lotte più grandi, almeno così si riteneva, perciò la società aveva inconsciamente cercato di eliminare le ragioni di lotta.

Che cosa produceva gli odi e le gelosie tra gli uomini? Che cosa faceva sì che un popolo combattesse un altro popolo?

La società aveva deciso che l’intolleranza e l’odio erano causati dall’ineguaglianza. La gelosia dell’inferiore nei confronti del superiore; il disprezzo del superiore verso l’inferiore. Colui che non possiede nulla invidia colui che possiede tutto, e il “ricco” guarda dall’alto in basso il “povero”.

Allora si elimini la povertà, si faccia in modo che tutti abbiano qualcosa.

Migliorare il livello di vita. Fare in modo che ogni essere umano abbia quello che gli occorre per vivere: cibo, indumenti, una casa dove abitare, adeguate cure mediche e un’educazione appropriata. Di più, gli si dia anche il lusso, non si permetta che un individuo abbia meno, qualitativamente o quantitativamente, di quanto possiedono gli altri. Non esisteva più la classe media semplicemente perché non esistevano più altre classi inferiori o superiori.

“Il povero sarà sempre tra voi” aveva detto Gesù di Nazareth. Ma, in senso materiale, questo non era più vero. Il povero era scomparso, così come il ricco.

Il povero di mente e il povero di spirito esistevano ancora, in numero sempre crescente.

La ricchezza materiale poteva essere equamente distribuita, ma l’uguaglianza economica non poteva rimanere tale senza che la società si assicurasse che l’individuo più capace degli altri non aumentasse la sua ricchezza a spese del fratello meno dotato.

Si bolli con il marchio dell’infamia sociale il dimostrare più abilità della media. Si sia indulgenti verso gli altri: non si dica che sono degli stupidi ignoranti, per quanto stupidi e ignoranti possano essere.

Tutti gli uomini sono stati creati uguali e si faccia in modo che rimangano tali.

Non può senza dubbio esistere una società senza classi, questo risultò evidente. Nessun essere umano può fare tutto, imparare tutto, essere tutto. Ci dovevano essere dottori, avvocati, poliziotti, commessi, soldati, operai, attori, scrittori, criminali e vagabondi.

Ma bisogna assicurarsi che la differenza tra le classi sia orizzontale, non verticale. Fintanto che una persona fa il suo lavoro meglio che può, vale quanto qualsiasi altra persona. Un dottore vale quanto un avvocato, non è così? Allora uno spazzino vale esattamente quanto un fisico nucleare, e un astronomo non è meglio di uno spazzino.

Cosa fare del fannullone, del vagabondo, di quelli che sono troppo pigri o svogliati per fare qualsiasi sforzo che sia superiore a quello necessario per sopravvivere? Ebbene, mio Dio, il poveretto non può fare a meno di essere così, non è vero? Non è colpa sua, non è vero? Deve essere aiutato. Si trova sempre qualcosa che è in grado di fare o che voglia fare. Gli piace starsene seduto tutto il giorno a far niente e a guardare la televisione? Allora dategli un pezzo di carta su cui sono riportati tutti i programmi e due piccole scatole con la scritta e No ed egli potrà mettere una x in una o in un’altra per indicare se gli piace il programma o no. È utile, certamente. Dallo spoglio di tutte queste schede si potrà scoprire quale tipo di programma il pubblico ama vedere. Dopo tutto, il suo giudizio vale quanto quello di qualsiasi altro, non è forse così?

Un giudice dei programmi televisivi è altrettanto valido, altrettanto importante e altrettanto degno di considerazione di qualsiasi altra persona.

E il criminale? Bene, cos’è un criminale? Una persona che pensa di essere superiore agli altri. Un ladro ruba perché pensa di avere più diritto a possedere una cosa del suo legittimo proprietario. Un uomo uccide perché, secondo lui, ha più diritto a vivere di qualcun altro. In breve un uomo infrange la legge perché si sente superiore, perché pensa di poter mettersi al di sopra della Società e della Legge. O semplicemente perché pensa di essere più in gamba di un poliziotto.

Ovviamente, questa forma di comportamento antisociale non può essere tollerata. Il povero disgraziato che pensa di essere migliore di tutti gli altri deve essere separato dalla società e curato per le sue aberrazioni. Ma non punito! Per amor del cielo, no! Il suo comportamento deviante non è colpa sua, no!

Era evidente che dovesse esistere una specie di struttura verticale nella società. Un bambino non può svolgere il lavoro di un adulto e un principiante non può essere bravo quanto una persona di grande esperienza. A parte il fatto che era effettivamente impossibile costringere tutti ad avere le stesse attitudini e preferenze, si ammetteva che fosse necessario qualche incentivo per continuare a svolgere la propria occupazione. Che fare?

Le unioni sindacali avevano risolto il problema due secoli prima: la promozione per anzianità. Si esegua il proprio lavoro indefessamente per un periodo di tempo abbastanza lungo, e automaticamente si raggiungerà l’apice della carriera. In questo modo ciascuno ha le stesse possibilità di riuscire di un altro.

I parametri di promozione del lavoro individuale venivano elaborati sulla base dei parametri di longevità; così che quando un individuo raggiungeva l’età della pensione, si trovava automaticamente nella posizione più alta che avrebbe potuto raggiungere nella sua carriera. Nessun inconveniente, nessuna seccatura, nessuna preoccupazione. Bastava semplicemente essere onesti e vivere il più a lungo possibile.

Questo eliminava la competizione. Eliminava il piccolo intrigo per assicurarsi un posto che minava l’efficienza di un’organizzazione. Tutti meritano le stesse opportunità nella vita, così si faccia in modo che tutti le ottengano.

Il colonnello Sebastian MacMaine era nato e cresciuto in quella società. Poteva vedere molti dei suoi difetti, ma non possedeva la lucidità per vederli tutti. Man mano che

invecchiava, si era reso conto che, rispetto alla posizione che occupa in base all’anzianità, un uomo abile poteva esercitare più potere di quelli che stavano sopra di lui se agiva nel modo giusto.

Un uomo è schiavo se viene costretto rigidamente in una condizione e non gli è consentito di uscire da essa. Nei tempi antichi, uno schiavo nasceva al gradino più basso della scala sociale e vi rimaneva per tutta la vita. Solo raramente uno schiavo con meriti eccezionali riusciva a elevarsi al di sopra della posizione assegnatagli.

Un uomo che sia costretto a rimanere al gradino più basso di una scala gerarchica sociale immutabile non è più o meno schiavo di un uomo che sia costretto a rimanere a un dato gradino della stessa scala gerarchica.

La schiavitù, tuttavia, ha due elementi di vantaggio: uno che riguarda l’individuo e un altro che, a lungo termine, può avere dei riflessi positivi sulla razza. All’individuo, la schiavitù offre sicurezza e questo è l’obiettivo che da sempre la grande maggioranza dell’umanità ricerca.

Il secondo vantaggio è più difficile a vedersi. Agisce solo a favore dell’individuo eccezionale. Esistono sempre persone che aspirano a un livello superiore a quello che occupano in un dato momento storico, ma in una società di schiavi esse vengono ricacciate al loro posto se agiscono precipitosamente. Proprio come l’uomo con un occhio solo nel regno del cieco può essere re se si aiuta battendo il terreno con il bastone, così l’individuo dotato può raggiungere i suoi fini in una società di schiavi, purché pensi in anticipo alle conseguenze di ogni suo atto.

La legge di gravità è una legge universale che vincola, in un certo senso, ogni particella di materia del cosmo. L’uomo che tenti di sfidare l'”‘ingiustizia” di quella legge ignorando le conseguenze della sua costrizione, si troverà punito piuttosto severamente. Può essere ingiusto che un uccello possa volare grazie alla sua forza muscolare, ma un uomo che cerchi di correggere questa ingiustizia lanciandosi dalla finestra di un grattacielo e agitando vigorosamente le braccia, scoprirà che quell’aperta sfida alla legge di gravità comporta, in verità, delle serie conseguenze. L’uomo saggio ricerca delle scappatoie alla legge e le scappatoie consistono in altre leggi che neutralizzano, non sfidano la legge data. Un pallone pieno di idrogeno “sale” obbedendo alla legge di gravità. Una contraddizione? Un paradosso?

No. È la legge di gravità che fa sì che la densità e la pressione dell’atmosfera di un pianeta diminuiscano con l’altitudine e che quella diminuzione della pressione faccia salire il pallone finché l’equilibrio tra la densità atmosferica e la densità interna del pallone viene raggiunto.

L’esempio può sembrare ovvio ed elementare per l’uomo moderno, ma così sembra, solo perché egli è a conoscenza, almeno in una certa misura, delle leggi in questione. Non era ovvio perfino per l’uomo più colto, diciamo, del Tredicesimo secolo.

Anche la schiavitù ha le sue regole, ed è pericoloso sfidare le leggi di una società come lo è sfidare quelle della natura; l’unico modo per sfuggire alla punizione che ne risulta è trovare delle scappatoie. Una delle leggi fondamentali di qualsiasi società è così fondamentale che non è mai, mai, stata messa per iscritto.

E quella legge, come tutte quelle considerate fondamentali, è così semplice nell’espressione e così ovvia nell’applicazione che qualsiasi uomo che sia a un livello di intelligenza superiore a quello dell’idiota ne ha una comprensione intuitiva. È la prima legge che si impara da bambini.

Non tollererai di essere reso schiavo o fatto prigioniero.

L’uomo sconsiderato crede che questa norma fondamentale si applichi infrangendo di nascosto le leggi della società in cui vive. Quello che non riesce a capire è che una simile infrazione richiede una tale rete di bugie, di sotterfugi, evasioni, cavilli che la stessa struttura alla fine si sgretola e la sua colpa risulta a tutti evidente. Proprio quei passi che ha intrapreso per non essere colto in fallo alla fine diventano dei cartelli indicatori puntati inequivocabilmente contro lo stesso individuo che ha infranto le regole.

Come le scappatoie alla legge di gravità, quelle alle leggi della società non possono comportare una sfida alla legge. Solo l’acquiescenza a queste leggi produrrà, alla fine, un risultato positivo.

L’uomo saggio si muove all’interno della struttura legislativa (non solo quella scritta, ma anche quella non scritta) della sua società. In una società di schiavi, qualsiasi individuo che apertamente si ribelli, si troverà molto presto ridotto al silenzio. Ma più di un proprietario di schiavi ha volontariamente agito in sintonia con il volere di uno schiavo che era più saggio e intelligente di lui, senza rendersi conto che la volontà che metteva in atto non era la sua.

E questo è il secondo vantaggio della schiavitù. Insegna all’individuo eccezionale a pensare.

Quando un uomo saggio e intelligente apertamente e violentemente infrange le leggi della società in cui vive, si può essere quasi certi di due cose: primo, che sa che non esiste altro mezzo per fare la cosa che egli pensa debba essere fatta, e secondo che, in un modo o nell’altro, sa di dover pagare un prezzo per il suo crimine.

Sebastian MacMaine era a conoscenza dell’effetto di queste leggi. Come membro di una società di persone che si erano volontariamente rese schiave, sapeva che lasciar trasparire qualsiasi segno di intelligenza era pericoloso. Il minimo passo falso poteva comportare il disprezzo degli schiavi che lo circondavano; un’infrazione grave poteva significare la morte. La guerra contro Keroth gli aveva fatto perdere un po’ del suo equilibrio, ma dopo quanto era successo con il generale Matsukuo, l’aveva rapidamente recuperato.

Alla fine della giornata di lavoro, MacMaine chiuse la scrivania e lasciò l’ufficio perfettamente in orario, come al solito. Lavorare fuori orario, a parte emergenze gravissime, era visto come un comportamento antisociale. Il trasgressore era sospettato di nutrire delle ambizioni, il che era, ovviamente, “riprovevole”.

Fu durante il pranzo alla mensa ufficiali che il colonnello Sebastian MacMaine sentì la dichiarazione che fece scattare nella sua mente la decisione.

C’erano altri tre ufficiali seduti con MacMaine attorno a uno dei tavoli a quattro posti della grande sala. MacMaine prestava attenzione alla conversazione che si svolgeva al tavolo quel tanto che bastava per essere in grado di fare i cenni di assenso del caso al momento opportuno. Aveva da tempo imparato a pensare ai casi suoi mentre rispondeva meccanicamente alle banalità dei soliti discorsi.

Il colonnello VanDeusen era un uomo che non avrebbe mai potuto diventare neppure soldato scelto in un esercito basato su un sistema esclusivamente meritocratico. Il suo modo di pensare era confuso e la sua conversazione lo metteva in evidenza.

Si sentiva a suo agio solo nel parlare di quello che gli era stato inculcato. Slogan, banalità e luoghi comuni. Conosceva a memoria il suo catechismo e sapeva che andava sul sicuro.

— Quello che voglio dire è che non abbiamo niente di cui preoccuparci. Se rimaniamo tutti uniti possiamo fare fronte a tutto. Finché non sbilanceremo troppo la barca, ce la caveremo perfettamente.

— Certo — disse il maggiore Brock, alzando gli occhi dal piatto, sorpreso, ma con una faccia dall’espressione vuota. — Voglio dire, chi dice il contrario?

— Gente della mia squadra di ricerca — rispose VanDeusen dandosi da fare con la sua forchetta. — Un sapientone di secondo luogotenente. Uno di quelli.

— Oh — disse il maggiore, lasciando intendere di aver capito. — Uno di quelli — e tornò a concentrarsi sul suo piatto.

— Che cosa ha detto? — chiese MacMaine solo per far vedere che seguiva la conversazione.

— Ahhhh, niente di importante, immagino — disse VanDeusen, impegnato a masticare un boccone di carne. — Ha detto che siamo tutti presi dalle nostre scartoffie, facciamo rapporti sugli esperimenti compiuti, roba del genere; ha detto perché invece non scoviamo qualche sistema per scaraventare quelle Pelli-di-carota fuori dai nostri cieli. Così gli ho detto “Senta, luogotenente” gli ho detto “lei ha il suo lavoro, io il mio. Se il lavoro d’ufficio sta aumentando sempre di più” gli ho detto “è perché qualcuno non fa quello che dovrebbe fare. Ed è meglio che quel qualcuno non sia lei” gli ho detto. — Ridacchiò e infilzò con la forchetta un altro pezzo di bistecca. — Questo è servito a calmarlo. È un buon diavolo nonostante tutto. È ancora giovane, capisci. Appena avrà capito come funziona l’Esercito spaziale, sarà un buon elemento.

Dato che VanDeusen era l’ufficiale più anziano al tavolo, gli altri ascoltarono rispettosamente ciò che diceva, intervenendo solo di tanto in tanto per mostrare che stavano ascoltando.

MacMaine era profondamente immerso in tutt’altri pensieri, ma il discorso di VanDeusen lo distrasse un po’. MacMaine si stava chiedendo che cosa lo disturbasse nel generale Tallis, il prigioniero kerotha.

L’alieno era una persona abbastanza gradevole, nonostante la sua posizione. Sembrava aver accettato la prigionia come una delle conseguenze inevitabili della guerra. Non minacciava e non gridava, sebbene tendesse a mantenere un’aria di superiorità che sarebbe stata intollerabile in un terrestre.

Era quella la ragione del suo disagio alla presenza del generale? No. MacMaine poteva accettare il motivo di quell’atteggiamento; l’ambiente da cui proveniva il generale era diverso da quello di un terrestre e perciò non poteva essere giudicato con i parametri terrestri. Inoltre, MacMaine poteva ammettere con se stesso che Tallis era superiore alla norma, non solo rispetto ai kerothi, ma anche rispetto ai terrestri. MacMaine non era sicuro se avrebbe potuto riconoscere la superiorità di un altro terrestre, nonostante sapesse che dovevano pur esistere esseri umani superiori a lui in un modo o nell’altro.

A causa dell’ambiente sociale da cui proveniva, sapeva che avrebbe probabilmente nutrito un’intensa e immediata antipatia per qualsiasi terrestre che parlasse come parlava Tallis, ma scoprì che invece il generale alieno gli piaceva effettivamente.

MacMaine rimase leggermente scosso quando scoprì che la sua simpatia per il generale era proprio il motivo per cui si sentiva a disagio in sua presenza. Maledizione, non ci si aspetta che un uomo provi simpatia per il suo nemico, specialmente quando il nemico fa e dice cose che uno disprezzerebbe in un amico.

Ma, pensandoci bene, forse MacMaine aveva degli amici? Si guardò intorno, all’improvviso pienamente consapevole delle altre persone presenti nella stanza. Frugò nella memoria, pensando alle sue conoscenze e ai suoi parenti.

Fu ancora più impressionato nel realizzare che sarebbe stato solo poco più che vagamente dispiaciuto se qualcuno o tutti quanti loro fossero morti in quell’istante. Perfino i suoi genitori, che erano entrambi morti, erano solo delle figure indistinte nella memoria. Li aveva pianti quando un incidente aereo se li era portati via entrambi quando aveva solo undici anni, ma si ritrovò a domandarsi se era stata la perdita dei suoi cari che gli aveva causato dolore o semplicemente l’inaspettata perdita di una certa sicurezza che aveva dato per scontata.

Tuttavia, sentiva che la morte del generale Polan Tallis avrebbe lasciato un vuoto nella sua vita.

Il colonnello VanDeusen stava ancora proseguendo il suo discorso.

— …così gli ho detto: “Senta, luogotenente” ho detto “non mandi tutto a gambe per aria; lei è un ragazzo, no?” gli ho detto. “Lei ha gli stessi diritti degli altri” gli ho detto “ma se manda tutto a gambe per aria, non se la caverà molto bene. Si comporti come si deve” ho detto “faccia la sua parte, faccia bene il suo lavoro, si faccia i fatti suoi e tutto andrà a meraviglia. Quando diventerò generale” gli ho detto “perbacco, lei prenderà il mio posto, forse. È così che funzionano le cose” gli ho detto. È un bravo ragazzo. Voglio dire, è un pivello fresco fresco, ecco tutto. Imparerà, d’accordo. Arriverà fino in cima una volta che avrà imparato come ci si comporta. Accidenti, quando ero…

MacMaine non stava più ascoltando. Era sbalordito nel rendersi conto che ciò che diceva VanDeusen era assolutamente vero. Uno stupido come VanDeusen sarebbe stato automaticamente promosso a una posizione più autorevole, solo per venire rimpiazzato da un altro stupido. Non ci sarebbe stato nessun cambiamento essenziale dello status quo.

I kerothi stavano riportando una vittoria dopo l’altra e la gente della Terra e delle colonie non modificava minimamente il suo modo di vivere. La maggioranza delle persone era troppo cieca per essere in grado di vedere ciò che stava accadendo e gli altri avevano paura di ammettere il pericolo, perfino con loro stessi. Non occorreva avere una grande conoscenza della strategia per rendersi conto di quello che doveva essere il risultato inevitabile.

A un certo punto, negli ultimi secoli passati, la civiltà umana aveva preso il cammino sbagliato, un cammino che poteva portare solo alla distruzione.

Fu in quel momento che il colonnello Sebastian MacMaine prese la sua decisione.

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