Le grandi storie di fantascienza vol 24 - Isaac Asimov

Le grandi storie di Fantascienza Vol24

(Isaac Asimov Presents

The Great Science Fiction Stories 24: 1962, 1992)

A cura di ISAAC ASIMOV & MARTIN H. GREENBERG

Indice

Introduzione

Un mondo di pazzi di J.G. Ballard

Il tradimento di Natale di James Whire

Sette giorni di terrore di R.A. Lafferty

I re di Paul Anderson

L’uomo che aveva fatto amicizia con l’elettricità di Fritz Leiber

Li ho visti morire di Mark Clifton

L’uomo del tempo di Theodore L. Thomas

Torna a casa, Terrestre! di Mack Reynolds

Le strade di Ashkelon di Harry Harrison

Quando si ama di Theodore Sturgeon

La ballata di G’Mell innamorata di Cordwainer Smith

Tutti contro tutti di Christopher Anvil

Tetti d’argento di Gordon R. Dickson

Introduzione

Nel mondo al di fuori della realtà fu un anno di grandi conquiste, ma fu anche un anno segnato da una grave crisi internazionale, che, secondo alcuni, precipitò l’umanità sull’orlo di un conflitto nucleare: la crisi missilistica di Cuba, che ebbe luogo nel mese di ottobre. Ma, alla fine, i sovietici chiusero un occhio, i missili lasciarono l’isola di Castro e tutti noi tirammo un sospiro di sollievo. In quello stesso anno John Glenn orbitò attorno alla terra non una, non due, ma ben tre volte, e Adolf Eichmann fu impiccato per crimini di guerra. U Thant fu eletto Segretario generale delle Nazioni Unite e il Presidente francese Charles de Gaulle subì un attentato, che, per fortuna, fallì.

In cambio della consegna della grande spia sovietica Rudolf Abel, gli Stati Uniti ottennero la liberazione del pilota di U-2. Francis Gary Powers. Il 1962 fu un anno molto importante

per il Tanganika (poi Tanzania) e l’Uganda, che ottennero l’indipendenza dall’Inghilterra. La Corte Suprema degli Stati Uniti abolì l’obbligo della preghiera nelle scuole pubbliche e accolse due nuovi membri, Arthur Goldberg e Byron White. James Meredith, con l’aiuto di tremila soldati federali, abolì la segregazione razziale all’Università del Mississippi.

Fra i principali film prodotti nel 1962 ricordiamo: Advise and Consent, Lolita (Lolita), di Stanley Kubrick, The Longest Day (Il giorno più lungo), Birdman of Alcatraz (L’Uomo di Alcatraz) di John Frankenheimer, Cleopatra (Cleopatra), che costò cifre da capogiro, con Elizabeth Taylor e Richard Burton, Lawrence of Arabia (Lawrence d’Arabia), diretto da David Lean, che si aggiudicò l’Oscar per la miglior regia, To Kill a Mockingbird (Il buio oltre la siepe), con Gregory Peck, The Trial (Il processo) di Orson Welles e The Miracle Worker (Anna dei miracoli), che valse ad Anne Bancroft il premio Oscar per la sua incantevole interpretazione del ruolo di Anne Sullivan. Ma l’attrice che, con i suoi film, fece registrare gli incassi più alti, fu Doris Day.

Nel campo dello sport, Jack Nicklaus si aggiudicò gli Open d’America, battendo Arnold Palmer, e Willy Hartack su Decidedly vinse il Kentucky Derby. Maury Wills batté il record stabilito da Ty Cobbs nel 1915, segnando 104 basi, mentre i Boston Celtics conquistarono il titolo NBA sconfiggendo i Los Angeles Lakers. Al termine di un’elettrizzante serie di sette partite contro i San Francisco Giants, i New York Yankees furono incoronati campioni del baseball. Wilt Chamberlain del Philadelphia concluse la stagione NBA al vertice della graduatoria dei cestisti con cento punti utili realizzati. L’australiano Rod Laver vinse gli Internazionali di Francia e di Italia, il torneo di Wimbledon e gli Open americani, aggiudicandosi il Grande Slam. Bart Starr e Jim Taylor, dei Green Bay Packers capeggiarono la classifica passaggi e “rushing” della National Football League. mentre Willy Mays regalò il primato ai Majors con 49 “home runs”. Lo sfortunato Sonny Liston si aggiudicò il titolo di campione dei pesi massimi, mettendo al tappeto Floyd Patterson.

Passiamo ora in rapida rassegna i principali eventi culturali del 1962. Fra i migliori libri pubblicati quell’anno ricordiamo The Guns of August di Barbara Tuchman. per il quale l’autrice fu insignita del premio Pulitzer: Travels with Charley (Viaggio con Charley) di John Steinbeck, Fail-Safe (che avrebbe anche potuto essere pubblicato nel mondo reale) di Eugene Burdick e Harvey Wheeler, Another Country, di James Baldwin, Sex and the Single Girl di Helen Gurley Brown, The Reivers, il romanzo di William Faulkner vincitore del premio Pulitzer, One Day in The Life of Ivan Denisovich (Una giornata di Ivan Denisovich) di Aleksandr Solzenicyn, destinato a diventare un classico della letteratura mondiale, The Structure of Scientific Revolution (La Struttura delle rivoluzioni scientifiche) di Thomas Kuhn e Thinking About the Unthinkable, di Herman Kahn. John Steinbeck fu acclamato premio Nobel per la letteratura.

Nel mondo delle belle arti, Andy Warhol stupì il pubblico dipingendo Four Campbell Soup Cans (Quattro lattine di minestra Campbell) e Gold Marilyn Monroe, e Rudolf Nureyev debuttò in una produzione americana del Don Chisciotte. Il 1962 vide la costruzione dell’Accademia Aeronautica degli Stati Uniti a Palm Springs e della Philarmonic Hall al Lincoln Center di New York. Gli amanti del teatro apprezzarono il debutto di opere e musical di ottima qualità, come A Thousand Clowns, Who’s Afraid of Virginia Woolf (Chi ha paura di Virginia Wooìf) di Edward Albee, I Can Get It For You Wholesale di Harold Rome e One Flew over the Cuckoo’s Nest (Qualcuno volò sul nido del cuculo) di Ken Kesey.

In campo televisivo ricordiamo il debutto di show destinati a riscuotere grande successo, come The Tonight Show Starring Johnny Carson, The Virginian, McHale’s Navy, con il grande Ernest Borgnine, il fiacco Andy Williams Hour e l’immortale The Beverly Hillbillies. Walter Cronkite sostituì l’inossidabile Douglas Edwards come conduttore del notiziario serale della CBS, senza sapere che un giorno sarebbe diventato una delle persone più amate e stimate dagli americani.

Sul fronte delle conquiste scientifiche e tecnologiche, il 1962 fu un anno di grandi imprese: ricordiamo il lancio del Mariner 2 su Venere, lo sbarco di Ranger IV sulla Luna e, soprattutto, il lancio di Telstar, il satellite per le comunicazioni, la cui entrata in orbita segnò la nascita della trasmissione televisiva in diretta su scala mondiale. Il sovietico Lev Landau fu insignito del premio Nobel per la Fisica per il suo studio sui gas condensati; a Crick, Wilkins e Watson fu assegnato il premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia, per le loro rivoluzionarie scoperte sulla struttura molecolare del DNA; infine a Perutz e Kendrew fu riconosciuto il premio Nobel per la Chimica per le loro ricerche sulla struttura molecolare dell’emoglobina. Sempre in quell’anno Rachel Carson pubblicò Silent Spring, un libro autorevole sugli effetti dei pesticidi. Ma nel 1962 vennero alla luce anche gli effetti perversi di un farmaco che molte donne avevano assunto in gravidanza, il Talidomide.

Passiamo ora a una breve carrellata delle canzoni che quell’anno riscossero maggior successo: Breaking Up Is Hard To Do di Neil Sedaka; Shout!Shout!, Go Away Little Girl, Fly Me to The Moon, I Left My Heart In San Francisco, Blowing In The Wind di Bob Dylan, Loco-Motion di Little Eva e l’ossessionante Days of Wine and Roses, leitmotiv del film omonimo.

Nel 1962 aprì i battenti il primo K Mart e fecero la loro comparsa sul mercato bevande dietetiche come la Tab e la Diet Rite.

Quell’anno la morte si portò via numerosi protagonisti del mondo dello spettacolo e della cultura, fra cui Niels Bohr, Moss Hart, Bruno Walter, Ernie Kovacs, E.E. Cummings, Fritz Kreisler, William Faulkner, Marilyn Monroe, Herman Hesse, Charles Laughton, Robinson Jeffers, Kristen Flagstad, la regina Guglielmina ed Eleanor Roosevelt.

La popolazione della Terra era stimata in circa 3.100.000.000 di persone.

Nel mondo reale il 1962 fu un altro anno positivo, che, come quello che l’aveva preceduto, fu caratterizzato dallo strepitoso successo delle edizioni tascabili.

Fra le opere di maggior rilievo pubblicate nel corso di quell’anno ricordiamo A Clockwork Orange (Arancia Meccanica) di Anthony Burgess, The Wall Around the World (racconti) di Theodore R. Cogswell, Island di Aldous Huxley, After Doomsday di Poul Anderson, The Hugo Winners, a cura del nostro Isaac Asimov, The Eleventh Commandment di Lester del Rey, A Wrinkle in Time di Madeleine L’Engle, The Man in The High Castle di Philip K. Dick, Little Fuzzy di H. Beam Piper, Joyleg di Avram Davidson e Ward Moore, The Mouse on the Moon di Leonard Wibberley, The Girl, The Gold Watch & Everything del versatile John D. MacDonald, The Expert Dreamers a cura di Frederick Pohl, Journey Beyond Tomorrow di Robert Sheckley, A Century of Science Fiction a cura di Damon Knight, Or All The Seas With Oysters (racconti) di Avram Davidson, The Mathematical Magpie a cura di Clifton Fadiman, The Diploids (racconti) di Katherine MacLean, Great Science Fiction By Scientists a cura di Groff Conklin, Spectrum, il primo volume di una eccellente serie curata da Kingsley Amis e Robert Conquest e Through Time and Space with Ferdinand Feghoot di “Grendel Briarton” (Reginald Bretnor).

Per le riviste del settore fu un anno di stasi, anche se Ed Ferman intraprese una brillante carriera editoriale, diventando responsabile de The Magazine of Fantasy and Science Fiction, e Sol Cohen divenne editore di Galaxy. Concludendo un proficuo affare, Conde Nast acquistò la Street & Smith Publications, assicurando la sopravvivenza di Analog.

Nel mondo reale, altre, più importanti persone fecero il loro viaggio inaugurale nella realtà: in febbraio, Joseph L. Green con The Engineer; in maggio, Terry Carr con Who Sups With The Devil; in agosto, Roger Zelazny con due racconti, Horseman e Passion Play; in settembre Ursula K. Le Guin con April in Paris, e, in ottobre, Thomas M. Disch con The Double-Timer.

Passiamo ora in rapido elenco i film fantastici (come categoria, non sempre come qualità) che apparvero in quell’anno sul grande schermo: Moon Pilot, The Three Stooges Meet Hercules e The Three Stooges In Orbit, The Underwater City con la bellissima Julie Adams, Journey To The Seventh Planet, con John Agar, The Road To Hong Kong (sì, anche questo film rientra nel genere fantastico) con Bob Hope e Bing Crosby, Mothra, non particolarmente

orrorifico, l’ottimo e sottovalutato Panic In The Year Zero, (Il giorno dopo la fine del mondo) diretto e interpretato da Ray Milland, Dr. No, il primo della serie di film su James Bond, The Manchurian Candidate (Va’ e uccidi), il miglior film di fantascienza dell’anno, tratto da un ottimo libro che oggi verrebbe definito un “tecno-thriller”, First Spaceship On Venus e Varan The Unbelievable (L’Incredibile Varan, ma avrebbero dovuto intitolarlo L’Invedibile Varan), con Myron Healey nella parte del Comandante James Bradley.

Per quanto riguarda i programmi televisivi, ricordiamo la mini serie A For Andromeda trasmessa dalla TV inglese e il debutto di un’altra, discreta, serie, intitolata Out of This World, sempre prodotta dalla televisione della Gran Bretagna, che trasmise, senza dubbio, i migliori programmi di fantascienza di tutto il 1962.

La Famiglia (con tutti i suoi 550 membri) si riunì a Chicago per la ventesima edizione della World Science Fiction Convention, Chicon 3. Ricordiamo alcuni dei premi Hugo assegnati in quell’occasione per le opere di maggior pregio pubblicate nel 1961: il premio Hugo per il Miglior Romanzo fu assegnato a Robert A. Heinlein per Stranger in a Strange Land; del premio per il Miglior Racconto Breve fu insignito Brian W. Aldiss per The Hothouse Series; il premio per la Migliore Rappresentazione Drammatica fu riconosciuto a The Twilight Zone. Il periodico Analog fu giudicato Miglior Rivista e Ed Emshwiller si aggiudicò il premio come Migliore Artista Professionista. Infine, la giuria assegnò un premio speciale a Cele Goldsmith per la redazione di Amazing e Fantastic.

E adesso ritorniamo a quel fantastico 1962 e godiamoci i migliori racconti che il mondo reale ci ha lasciato in eredità.

Un mondo di pazzi

The Insane Ones

di J.G. Ballard (1930)

Amazing Stories, gennaio

Il 1962 fu un anno straordinario per J. G. Ballard, almeno per quanto riguarda la pubblicazione delle sue opere di fantascienza e fantasy. Nel corso di quell’anno, infatti, apparvero in libreria due fra quelli che reputo i suoi romanzi migliori, The Wind from Nowhere e The Drowned World, e le sue prime due raccolte di racconti, The Voices of Time and Other Stories e Billenium and Other Stories, fra i quali rientrano alcuni bellissimi brani scritti dall’autore nei suoi primi, strepitosi anni di attività. In realtà, i primi anni Sessanta rappresentarono per Ballard un periodo particolarmente fertile, come testimoniano la pubblicazione di capolavori quali The Cage of Sand, Chronopolis, The Garden of Time, The

Overloaded Man, Passport to Eternity, The Sound-Sweep, Thirteen to Centaurus e lo stupefacente The Voices of Time.

Buona parte dei suoi primi racconti brevi, fra cui il brano proposto in questa antologia, apparvero su Amazing, che all’epoca non era certamente il periodico di fantascienza più letto dagli appassionati del genere, a dimostrazione del fatto che trent’anni fa i testi più moderni e innovativi di fantascienza facevano fatica a trovare spazio sulle riviste tradizionali.

A una quindicina di chilometri da Alessandria, imboccò la strada costiera, che correva lungo il confine settentrionale del continente per giungere, attraversate Tunisi e Algeri, al tunnel transatlantico di Casablanca, e lanciò la Jaguar a duecento all’ora. L’aria salmastra e fredda della notte gli sferzava la pelle abbronzata. Le palme gli sfrecciavano accanto. Poiché guidava con il capo abbandonato sul poggiatesta, fu solo all’ultimo istante che notò la ragazza con l’impermeabile bianco che agitava la mano dai gradini dell’hotel di El Alamein, ed ebbe soltanto trecento metri per far inchiodare la macchina sotto l’insegna al neon, rosa dalla ruggine.

— Tunisi? — domandò la ragazza, stringendo attorno alla vita sottile la cintura di un impermeabile da uomo, i lunghi capelli neri, tagliati in stile rive gauche, raccolti su una spalla.

— Tunisi, Casablanca, Atlantic City — rispose Gregory, allungando un braccio per aprirle la portiera. La ragazza gettò una valigetta gialla dietro lo schienale e, mentre la macchina si avviava, si sistemò fra i giornali e le riviste sparpagliate sul sedile. I fanali della Jaguar illuminarono un’automobile della polizia del Mondo Unito, parcheggiata sotto le palme all’ingresso del cimitero di guerra. Senza volerlo, Gregory fece una smorfia e schiacciò l’acceleratore a tavoletta, gli occhi incollati allo specchietto retrovisore fino a quando la strada fu di nuovo deserta.

Quando raggiunse i centocinquanta chilometri orari, rallentò e osservò la ragazza. Sentì di nuovo suonare un campanello d’allarme. Sembrava una dei tanti giovani beat, con il viso lungo e malinconico e la pelle grigia, ma in lei c’era qualcosa, un’irresolutezza, un’espressione smorta degli occhi e della bocca, che lo metteva a disagio. Sotto una falda dell’impermeabile occhieggiava una gonna di percalle a strisce blu, parte, senza dubbio, di un’uniforme da infermiera, che non sembrava affatto addirsi a lei, come, per altro, il resto del suo abbigliamento. Quando fece scivolare le riviste nel vano portaoggetti, Gregory si accorse della bendatura casereccia che le fasciava il polso sinistro.

Lei notò il suo sguardo e gli rivolse un sorriso eccessivamente raggiante, poi si sforzò di parlare del più e del meno.

— Paris Vogue, Neue Frankfürter, Tel Aviv Express… non si può dire che non abbia viaggiato. — Estrasse un pacchetto di Del Montes dal taschino interno dell’impermeabile e armeggiò goffamente con un grosso accendino d’ottone. — Prima l’Europa, poi l’Asia e adesso l’Africa. Fra un po’ avrà esaurito tutti i continenti. — Poi, con un accenno di esitazione, si presentò: — Carole Sturgeon. Grazie per il passaggio.

Gregory annuì, continuando a osservare la benda che le scivolava attorno al polso magro. Si domandò da quale ospedale fosse fuggita. Probabilmente dall’Ospedale Generale del Cairo, lì indossavano ancora le vecchie uniformi inglesi. Dieci a uno che la valigetta l’aveva sottratta a qualche rappresentante farmaceutico e che era piena di campioni di medicinali. — Posso domandarle dove è diretta? Questa è l’ultima propaggine del nulla.

La ragazza scrollò le spalle. — Seguo la strada. Il Cairo, Alessandria… — Poi aggiunse: — Sono andata a visitare le piramidi. — Si abbandonò contro lo schienale e rotolò leggermente verso di lui. — Meravigliose. Sono le più antiche costruzioni sulla terra. “Io ero prima che Abramo fosse”. È questo il loro vanto, lo sapeva?

L’auto sobbalzò sopra una piccola duna e, dal vano sotto il piantone dello sterzo, cadde la patente di guida di Gregory. La ragazza la raccolse e sbirciò le generalità. — Le spiace? Il viaggio è lungo fino a Tunisi. — Charles Gregory. Medico… — Si fermò e ripeté il nome fra sé e sé, corrugando la fronte.

Poi all’improvviso ricordò. — Gregory! Il dr. Charles Gregory! Lei non era… Muriel Bortman, la figlia del Presidente… Si suicidò nelle acque di Key West e lei fu condannato… — si interruppe e fissò nervosamente il parabrezza.

— Lei ha un’ottima memoria — replicò Gregory senza scomporsi. — Pensavo che ormai tutti avessero dimenticato.

— E come sarebbe possibile. — La ragazza parlò in un sussurro. — Fu pazzesco quello che le fecero. — Nei minuti che seguirono si profuse in un’appassionata quanto confusa dichiarazione di solidarietà, inframmezzata da particolari sconnessi della sua vita privata. Gregory cercò di non ascoltarla e, serrando spasmodicamente le mani attorno al volante, si sforzò di ricacciare i vecchi ricordi con la stessa velocità con cui le parole di Carole li facevano riaffiorare alla sua memoria.

La ragazza fece una breve pausa, come accadeva sempre, prima che il suo interlocutore di turno gli ponesse l’immancabile domanda. — Mi dica una cosa dottore, io spero che mi perdoni la domanda, ma da quando è entrata in vigore la Legge sulla Libertà Mentale, è diventato difficile ricevere aiuto, uno deve agire con estrema cautela… Anche lei, naturalmente… — Ridacchiò per mascherare il suo imbarazzo. — Quello che intendo dire…

Il suo nervosismo prosciugò le energie di Gregory. — …che ha bisogno dell’aiuto di uno psichiatra — la interruppe il medico, spingendo la macchina a centocinquanta, gli occhi di nuovo incollati allo specchietto. La strada era morta, le palme scomparivano nella notte.

La ragazza inspirò una boccata di fumo e tossì, il mozzicone fra le dita ridotto a un paciugo umido. — Be’, no, non io — disse in modo poco convincente. — Si tratta di una mia carissima amica. Lei sì che ha davvero bisogno di aiuto. Mi creda, dottore. Ha perso ogni voglia di vivere, sembra che niente abbia più significato per lei.

— Le dica di andare a vedere le piramidi — tagliò corto Gregory.

Ma la ragazza non colse l’ironia delle sue parole e replicò: — Oh le ha già viste. L’ho lasciata al Cairo. Le ho promesso che avrei cercato qualcuno in grado di aiutarla. — Si voltò a studiare Gregory e prese a lisciarsi i capelli. Nella luce azzurra del deserto, Carole gli ricordò improvvisamente le madonne che aveva ammirato al Louvre due giorni dopo il suo rilascio, quando, appena uscito dalla sudicia prigione in cui era stato rinchiuso, era corso alla ricerca delle cose più belle del mondo: il volto solenne delle più che meravigliose tredicenni che avevano posato per Leonardo e per i fratelli Bellini. — Mi domandavo se per caso conoscesse qualcuno…

Gregory si fece forza e scosse la testa. — No. Da tre anni non ho più contatti con i miei colleghi. E, in ogni caso, sarebbe contro la legge sulla Libertà Mentale. Lo sa che cosa succederebbe se mi sorprendessero a fornire assistenza psichiatrica?

La ragazza fissò la strada come intontita. Gregory scagliò lontano la sigaretta e premette l’acceleratore mentre i ricordi degli ultimi tre anni ritornavano ad affollargli la mente, ricordi che aveva sperato di cancellare in quei sedicimila chilometri di strada… Tre anni in una prigione vicino a Marsiglia, tre anni in cui aveva curato contadini scrofolosi e marinai al dispensario, tre anni in cui il caporale di polizia, incapace di soddisfare sua moglie, gli aveva estorto un’analisi, proibita dalla legge. Erano stati tre anni amari, in cui si era rassegnato a non esercitare mai più l’unica professione alla quale si sentiva votato. Ridotto al rango di strizzacervelli o di consolatore degli scontenti, lo psichiatra era ormai passato alla storia alla stregua di un negromante o di uno stregone.

La legislazione sulla Libertà Mentale, promulgata dieci anni prima dal governo ultra-conservatore del M.U., bandiva qualsiasi forma di attività psichiatrica e garantiva all’individuo il diritto di essere malato di mente, se voleva, purché rispondesse alla giustizia in caso di violazione della legge. Era questo il nocciolo e l’oscuro fine ultimo della legge. Quella che era nata come una ribellione popolare contro la “vita subliminale” e l’uso incontrollato di tecniche di manipolazione di massa per scopi politici ed economici si era rapidamente trasformata in un attacco sistematico alle scienze psicologiche. I giudici troppo

permissivi, con la tendenza a condonare ogni forma di delinquenza, i riformatori pseudo-illuminati, le “vittime della società”, gli psicologi e i loro pazienti erano divenuti tutti indistintamente oggetto di attacchi feroci. Scaricando la loro ansia e il loro odio per se stessi su un comodo capro espiatorio, i nuovi governanti e la stragrande maggioranza dei cittadini che li avevano eletti, avevano dichiarato fuori legge ogni genere di attività di carattere psicologico e psichiatrico, da una semplice indagine di mercato alla lobotomia. Abbandonati a loro stessi, i malati di mente potevano contare al massimo sulla commiserazione della collettività, ed erano costretti a pagare sulla loro pelle le conseguenze della loro disgraziata condizione. Il pazzo era la mucca sacra della comunità, libero di andare dovunque, di parlare a vanvera sulle scale, di dormire sui marciapiedi e di cacciare via a male parole chiunque cercasse di aiutarlo.

Gregory aveva commesso un grave errore. Dopo aver cercato rifugio in Europa, terra natale della psichiatria, nella speranza di trovarvi un clima più tollerante, aveva aperto a Parigi, insieme ad altri sei analisti, emigrati come lui, una clinica clandestina. Per cinque anni erano riusciti a lavorare senza essere scoperti, fino al giorno in cui avevano appreso che una delle pazienti di Gregory, una ragazza alta e sgraziata, affetta da una balbuzie di origine psicogenetica, era Muriel Bortman, figlia del Presidente Generale del M.U. Quando i poliziotti avevano fatto irruzione nella clinica, la ragazza era stata costretta a interrompere bruscamente l’analisi, con conseguenze drammatiche; dopo la sua morte, il processo intentato contro il dr. Gregory (un processo-spettacolo, in cui era stato tirato in ballo l’uso di apparecchiature per l’elettroshock, erano stati proiettati filmati sul coma insulinico ed erano stati chiamati a testimoniare centinaia di paranoici raccattati in tutti i vicoli della città) si era concluso con la condanna dell’imputato a tre anni di carcere.

Ma adesso, finalmente, era libero, con tutti i suoi risparmi investiti in quella Jaguar che gli aveva permesso di fuggire dall’Europa verso le autostrade deserte del Nord-Africa. Non voleva altri guai.

— Vorrei poterla aiutare — disse a Carole. — Ma i rischi sono troppi. Tutto quello che la sua amica può fare è cercare di venire a patti con se stessa.

La ragazza si morse nervosamente il labbro inferiore. — Non credo che ce la farà. Comunque, grazie lo stesso, dottore.

L’auto sfrecciava nella notte. Viaggiarono per tre ore senza parlare fino a quando all’orizzonte si profilarono le luci di Tobruk e la lunga parabola del porto.

— Sono le due — disse Gregory. — Qui c’è un motel. Ci rimetteremo in viaggio domani mattina.

Quando si furono ritirati ciascuno nella propria camera, Gregory uscì di soppiatto e si fece assegnare un nuovo chalet. Quindi, cadde in un sonno profondo, mentre Carole misurava a lenti passi la veranda, bisbigliando sconsolatamente il suo nome.

Dopo colazione, di ritorno da una nuotata in mare, Gregory vide, parcheggiata nel cortile del motel, una grande auto della polizia del Mondo Unito e alcuni infermieri che caricavano un barella su un’ambulanza.

Appoggiato alla Jaguar, un colonnello di polizia libico, alto e magro, tamburellava con lo sfollagente sul parabrezza.

— Ah, dr. Gregory. Buon giorno. — Poi, con il manganello indicò l’ambulanza. — Una grande tragedia. Una così bella ragazza.

Gregory si ancorò saldamente al terreno, affondando i piedi nella sabbia grigia e, con uno sforzo, represse l’istinto di precipitarsi verso la barella e sollevare il lenzuolo. Fortunatamente, la divisa del colonnello e il ricordo vivo delle migliaia di ispezioni mattutine e serali nella sua cella, favorirono il suo autocontrollo.

— Sì, sono Gregory. Improvvisamente si sentì la gola arsa, come se avesse ingoiato della sabbia. — È morta?

Il colonnello si accarezzò il collo con lo sfollagente. — Da orecchio a orecchio. Deve aver trovato un vecchio rasoio in bagno. È accaduto questa notte, verso le tre. — Si avviò verso lo chalet di Gregory, continuando a gesticolare con il manganello. Lo psichiatra lo seguì nella stanza immersa nella penombra e si fermò esitante accanto al letto.

— A quell’ora io dormivo — disse. — L’impiegato della reception può confermarlo.

— Naturalmente. — Il colonnello fissò le cose di Gregory sparse sul copriletto e frugò distrattamente la valigetta da medico.

— Le ha chiesto aiuto, dottore? Per i suoi problemi, intendo?

— Non direttamente, ma ha accennato qualcosa. Sembrava un po’ confusa.

— Povera piccola. — Il colonnello abbassò la testa con aria compassionevole. — Suo padre è segretario d’ambasciata al Cairo, un tipo dispotico. Voi americani siete molto severi con i vostri figli. Avere la mano ferma va bene, ma non po’ di comprensione non costa niente. Non lo pensa anche lei? La ragazza aveva il terrore del padre ed è fuggita dall’ospedale americano. Il mio compito è quello di fornire una spiegazione alle autorità competenti. Se solo avessi idea di che cosa la angustiasse. Immagino che lei l’abbia aiutata come ha potuto…

Gregory scosse la testa. — Io non l’ho aiutata affatto, colonnello. Anzi mi sono rifiutato di parlare dei suoi problemi. — Poi con un sorriso aperto, aggiunse: — Non potevo commettere lo stesso errore due volte, le pare?

Il colonnello lo studiò con aria pensosa. — Saggia decisione, dottore. Però, lei mi sorprende. So che voi medici giudicate la vostra professione più una vocazione che un lavoro e che pensate di dover rendere conto soltanto a un’autorità superiore. È dunque così facile rinunciare a questi ideali?

— Io ho fatto molta pratica. — Gregory fece la valigia, si inchinò al saluto militare dell’ufficiale e si avviò verso il cortile.

Mezz’ora più tardi, stava percorrendo la strada per Bengasi. Viaggiava a centosessanta chilometri orari e cercava di allentare la tensione con improvvise, selvagge accelerate. Era in libertà soltanto da dieci giorni e aveva già dovuto affrontare il dramma straziante di dover negare il suo aiuto a una persona che ne aveva disperato bisogno. Era stato profondamente tentato di recare sollievo a quella disgraziata, ma la minaccia della pena glielo aveva impedito. Non avrebbero dovuto silurare soltanto la legge sulla sanità mentale, ma anche gli oligarchi che l’avevano promulgata, cioè Bortman e i suoi degni compari.

Gregory non poté reprimere una smorfia al pensiero di Bortman mentre, con il suo sguardo gelido e la sua faccia da cadavere, chiedeva all’assemblea del Senato Mondiale riunita a Lake Success, di inasprire le pene contro i pazzi criminali. Quell’uomo era figlio dei secoli bui dell’Inquisizione e dietro il suo puritanesimo burocratico nascondeva le sue vere ossessioni: sporcizia e morte. In qualsiasi altra società sana di mente, avrebbe finito i suoi giorni dietro le sbarre di qualche prigione, o sarebbe stato sottoposto a un radicale lifting cerebrale. Indirettamente, Bortman era responsabile della morte di Carole Sturgeon come se fosse stato lui a metterle in mano quel rasoio.

Dopo la Libia, Tunisi. Gregory proseguì lungo la strada costiera il mare come uno specchio fuso alla sua destra, evitando, quando possibile, le grandi città. Per fortuna non erano angoscianti come le metropoli europee, con i matti che vagavano per i parchi come cani randagi, abbastanza furbi da non borseggiare i passanti e da non combinare guai, ma terribilmente fastidiosi quando importunavano i clienti sulle terrazze dei caffè o bussavano alle porte degli alberghi a tutte le ore della notte.

Ad Algeri prese alloggio per tre giorni all’Hilton, fece sostituire il motore della Jaguar e scovò Philip Kalundborg, un suo vecchio collega di Toronto, che adesso lavorava in un ospedale pediatrico dell’OMS.

Alla terza caraffa di borgogna, Gregory gli raccontò la vicenda di Carole Sturgeon.

— È assurdo, ma mi sento in colpa nei suoi confronti. Il suicidio è un atto estremamente suggestivo e io le ho fatto ritornare in mente la morte di Muriel Bortman. Maledizione

Philip, avrei potuto darle almeno quei pochi consigli generici che le avrebbe dato qualunque persona di buon senso.

— Troppo pericoloso. Hai fatto l’unica cosa giusta — lo rassicuro Philip. — Dopo tre anni di carcere, chi si sarebbe comportato diversamente?

Gregory osservò le macchine che si allontanavano rapidamente sui ciottoli illuminati dalle luci al neon. I mendicanti, accovacciati ai loro posti sul marciapiede, imploravano con voce lamentosa qualche centesimo.

— Philip tu non sai come stanno le cose in Europa. Almeno il 5% della popolazione avrebbe bisogno di essere ricoverata. Credimi, sono terrorizzato al pensiero di andare in America. Solo a New York si buttano giù dalla finestra una media di dieci persone al giorno. Il mondo sta diventando un manicomio, dove metà delle persone godono legittimamente della sofferenza dell’altra metà. E un sacco di gente non capisce nemmeno da che parte delle sbarre si trova. È più facile per te. Qui le tradizioni sono diverse.

Kalundborg annuì. — È vero. Nei villaggi del nord del paese sono secoli che gli schizofrenici vengono bendati e messi in mostra nelle gabbie. L’ingiustizia è così diffusa che si sviluppa una tolleranza indiscriminata verso tutto.

Un giovane alto, con la barba scura, che indossava un paio di ampi pantaloni di cotone sbiadito e sandali di corda, attraversò il terrazzo e si fermò accanto a loro, appoggiando le mani sul tavolo. Aveva gli occhi profondamente infossati e, attorno alle labbra, le chiazze marroni di chi fa uso di droga.

— Christian! — lo aggredì Kalundborg con tono di rimprovero. Guardò Gregory scrollando la testa, poi si rivolse di nuovo al ragazzo. — Amico mio — disse con tono di pacata esasperazione — ormai questa storia va avanti da troppo tempo. È inutile che continui a chiedermi aiuto, non posso fare niente per te.

Il giovane annuì con pazienza. — È per Marie — spiegò con voce lenta e aspra. — Non so più che cosa fare. Ho paura che possa far del male al bambino. La depressione post-parto, sa…

— Non dire stupidaggini, Christian. Non sono un imbecille. Il bambino ha quasi tre anni e se Marie ha l’esaurimento nervoso sei tu che glielo hai fatto venire. Non ti aiuterei nemmeno se potessi. Tu devi farti curare altrimenti sei finito. Hai già i segni del barbiturismo cronico. Immagino che anche il dr. Gregory se ne sia accorto.

Gregory annuì. Il giovane uomo fissò cupamente Kalundborg, lanciò di sfuggita un’occhiata a Gregory, poi si allontanò strascicandosi fra i tavolini.

Kalundborg si riempì il bicchiere. — Hanno frainteso tutto. Pensano che il nostro compito fosse quello di favorire la tossicodipendenza anziché curarla. Nel loro pantheon, la figura

paterna è sempre benevola.

— Questa è sempre stata la posizione di Bortman. La psichiatria concepita per incoraggiare la debolezza e la mancanza di volontà. Del resto è innegabile che non esiste persona più irragionevole e assolutista di un nevrotico ossessivo. Bortman ne è un perfetto esempio.

Quando Gregory entrò nella sua camera, al decimo piano dell’albergo, Christian stava rovistando nella sua valigia aperta sul letto. Per un istante Gregory si domandò se non fosse una spia del MU. Forse l’incontro sul terrazzo era stata una trappola sapientemente architettata.

— Hai trovato quello che cercavi?

Christian smise di sbatacchiare la valigia e la gettò con rabbia sul pavimento. Si allontanò da Gregory con fare agitato, seguendo il perimetro del letto, mentre i suoi occhi frugavano avidamente sopra il guardaroba e le mensole.

— Kalundborg ha ragione — gli disse Gregory con voce pacata. — Stai soltanto perdendo tempo.

— Al diavolo Kalundborg — ringhiò il giovane sottovoce. — Pensa davvero che io sia alla ricerca di paradisi artificiali, dottore? Con una moglie e un bambino? Non sono così irresponsabile. Mi sono laureato in giurisprudenza a Heidelberg io! — Vagò alcuni istanti per la stanza, poi si fermò a studiare lo psichiatra da vicino.

Gregory richiuse i cassetti. — Be’, allora ritorna alla tua giurisprudenza. Per un uomo di legge c’è fin troppo lavoro di questi tempi.

— Ma dottore, io l’ho già fatto. Non glielo ha detto Kalundborg che ho fatto causa a Bortman per omicidio? — Vedendo che Gregory lo guardava perplesso, continuò: — Avevo intentato un’azione civile, non un procedimento penale. Mio padre si è suicidato cinque anni fa, dopo che Bortman lo fece espellere dall’Ordine degli Avvocati.

Gregory raccolse la valigia dal pavimento. — Mi dispiace — disse, senza compromettersi. — Com’è andata a finire la tua causa contro Bortman?

Christian guardò fuori dalla finestra l’aria scura della sera. — Non è mai stata accolta. Poco dopo che avevo cominciato a rappresentare un problema, alcuni investigatori del MU si sono presentati a casa mia e mi hanno consigliato di lasciare gli Stati Uniti. Così sono venuto in Europa e mi sono laureato. Adesso sto per ritornare. Ho bisogno dei barbiturici per restare calmo e non cedere all’impulso di tirare una bomba a Bortman.

All’improvviso, Christian attraversò di corsa la stanza e, prima che Gregory potesse fermarlo, aveva raggiunto il balcone e si era gettato a cavallo della balaustra. Gregory si tuffò dietro di lui e cercò di trascinarlo a terra. Ma Christian non mollava la presa e urlava nel buio della notte, mentre i fari delle auto che sfrecciavano sulla strada sotto di loro illuminavano l’asfalto umido. Attratti dalle urla, alcuni passanti sollevarono la testa.

Christian era piegato in due dalle risa quando ricaddero insieme all’interno della camera, e dal letto dove giaceva scompostamente, puntava l’indice verso Gregory, che ansimava appoggiato all’armadio.

— Ha commesso un grave errore, caro il mio dottore. Farà meglio a battersela a gambe, prima che io faccia la spia al Prefetto di Polizia. Impedire un suicidio! Dio, con i suoi precedenti, dieci anni non glieli toglierebbe nessuno. Ah, bello scherzo, eh?

Gregory lo afferrò per le spalle e lo scrollò con rabbia. — A che razza di gioco stai giocando? Che cosa vuoi da me?

Christian allontanò le mani del medico e si distese fiaccamente sul letto. — Mi aiuti, dottore. Voglio uccidere Bortman, è il mio pensiero fisso. Se non sto attento, uno di questi giorni ci provo davvero. Mi aiuti a dimenticarlo. — Poi, con disperazione, urlò: — Maledizione, io odiavo mio padre! Ho gioito quando Bortman l’ha fatto espellere!

Gregory lo fissò pensosamente, poi si avvicinò alla finestra e chiuse fuori la notte.

Due mesi dopo, in un motel alla periferia di Casablanca, Gregory bruciò gli ultimi appunti dell’analisi. Christian, sbarbato ed elegante in un abito tropicale bianco, con cravatta neutra, osservò dal vano della porta il mucchio di note cifrate che si consumavano nel portacenere, poi andò in bagno e gettò la cenere nel water.

Quando ebbe caricato le sue valige sulla macchina, Gregory disse: — Un’ultima cosa prima che ce ne andiamo. Non si può fare un’analisi in due mesi e nemmeno in due anni. È una cosa alla quale si lavora per tutta la vita. Se dovessi avere una ricaduta, vieni a cercarmi, ovunque fossi, a Tahiti, a Shanghai o ad Archangel. — Gregory tacque per alcuni istanti. — Lo sai che cosa succederebbe se dovessero scoprirlo?

Quando Christian annuì senza parlare, lo psichiatra si sedette sulla sedia accanto allo scrittorio e fissò le palme da dattero che crescevano all’enorme imboccatura del tunnel transatlantico, a un chilometro da lì. Da molto tempo sapeva che non sarebbe mai più stato capace di rilassarsi. Curiosamente sentiva che i tre anni che aveva trascorso a Marsiglia erano stati anni sprecati, che stava iniziando a scontare una condanna sospesa di lunghezza indefinita. Non aveva tratto alcuna soddisfazione dal felice esito dell’analisi, forse perché, in parte, aveva acconsentito a curare Christian per paura di venire incriminato per un attentato contro Bortman.

— Con un po’ di fortuna, adesso dovresti essere in grado di vivere in pace con te stesso. Cerca sempre di ricordare che qualsiasi malvagità possa commettere Bortman in futuro, non ha niente a che vedere con il tuo problema. L’infarto che ha colpito tua madre, dopo la morte di tuo padre, ti ha fatto prendere coscienza del senso di colpa che provavi inconsciamente per il fatto di odiarlo, ma tu hai trasferito la colpa su Bortman e ti sei convinto che, eliminando lui, avresti risolto il tuo problema. Questa tentazione potrebbe ritornarti.

Immobile sulla soglia, Christian annuì. Il suo viso si era riempito e i suoi occhi avevano riacquistato l’antico colore grigio. Sembrava un qualsiasi, azzimato funzionario del MU.

Gregory prese un giornale. — Hmm… Bortman sta attaccando l’Ordine degli Avvocati americani, sostenendo che si tratta di un’organizzazione eversiva. Presumo che abbia intenzione di dichiararlo fuori legge. Se ci riuscirà, sarà un colpo mortale per le libertà civili. — Sollevò gli occhi e fissò pensosamente Christian, che non reagì. — Okay, andiamo. Sei ancora fissato a voler ritornare negli Stati Uniti?

— Certo. — Christian salì in macchina, poi si voltò a stringergli la mano. Gregory aveva deciso di fermarsi in Africa e di cercare un ospedale in cui esercitare; così, aveva regalato la sua macchina al ragazzo. — Marie mi aspetterà ad Algeri fino a quando avrò finito il mio lavoro.

— Di che cosa si tratta?

Christian accese il motore e una nube di polvere e di gas di scarico investì il quartiere riservato agli stranieri.

— Ho intenzione di uccidere Bortman — disse con tono pacato.

Gregory si aggrappò al parabrezza. — Stai scherzando.

— Lei mi ha curato e, fatte le debite proporzioni, ritengo di essere completamente sano di mente, forse come non lo sarò mai più in vita mia. Sono pochissime le persone a esserlo in questo mondo e questo mi obbliga ancor di più ad agire razionalmente. La logica mi dice che qualcuno deve prendersi la briga di far piazza pulita dei pazzi che governano il mondo e ammazzare Bortman mi sembra buono come inizio. Ho intenzione di andare a Lake Success e di sparargli. — Innestò la seconda, poi aggiunse: — Non cerchi di fermarmi dottore, perché l’unica cosa che ne ricaverà sarà di far sapere al mondo intero quello che abbiamo fatto qui in questo lungo weekend.

Quando fece per sollevare il piede dalla frizione, Gregory urlò: — Christian! Non potrai mai farla franca! Prima o poi ti prenderanno comunque! — Ma con un balzo l’auto partì e il medico fu costretto a mollare la presa.

Gregory lo rincorse in mezzo alla polvere, inciampando nelle pietre semi-sepolte, con la disperazione che gli derivava dalla lucida consapevolezza che, nel momento in cui avrebbero catturato Christian, avrebbero aperto un’inchiesta e alla fine avrebbero scoperto il vero assassino: uno psichiatra in esilio pieno di rancore per i tre anni che aveva trascorso in carcere.

— Christian! — urlò, la voce strozzata dalla sabbia bianca, inafferrabile come cenere. — Christian, tu sei pazzo!

Il tradimento di Natale

Christmas Treason

di James White

The Magazine of Fantasy and Science Fiction, gennaio

Per la loro particolare natura, i romanzi e i racconti del Settore Generale di James White, che narrano, in episodi successivi, le vicende di diverse creature della Galassia, avendo come base comune il luogo di ambientazione, occupano un posto particolare nella storia della letteratura fantascientifica. Il Settore Generale è un gigantesco ospedale situato nel cuore dello spazio, e le storie dei pazienti e dei medici che vi operano, danno vita a racconti spesso divertenti. Questi brani sono stati raccolti in antologie quali Hospital Station (1962), Major Operation (1971) e Monsters and Medics (1977). Fra i romanzi a carattere non episodico scritti da White, ricordiamo All Judgment Fled (1968) e l’indimenticabile Lifeboat (1972).

“Tradimento di Natale” fu pubblicato come racconto del mese nell’edizione natalizia di The Magazine of Fantasy and Science Fiction del 1961 (il numero di gennaio giunse in edicola con molto anticipo rispetto alla data di copertina) e io ricordo ancora quanta allegria portò alle vacanze di quell’anno.

Richard era seduto sul tappeto di lana accanto al lettino di suo fratello e osservò i componenti della banda che arrivavano uno a uno.

Per primo giunse Liam: indossava un pesante maglione di lana sopra il pigiama, troppo stretto per lui, perché a casa sua non c’era il riscaldamento centralizzato. Poi fu il turno di Mub, che si presentò in camicia da notte; nel posto in cui viveva il riscaldamento non serviva. Per terzo arrivò Greg, che inciampò in un camioncino di Buster, perché proveniva dalla luce del giorno e i raggi della luna, che filtravano nella stanza, erano troppo deboli e non gli permettevano di vedere bene. Il rumore non turbò il sonno dei grandi, ma Buster si eccitò e si mise a scuotere le sbarre del lettino e dovettero zittirlo. Loo arrivò per ultima, con uno dei suoi strani abiti lunghi: sbatté le palpebre per qualche istante con espressione attonita, poi si sedette insieme agli altri accanto al letto di Richard.

Adesso la riunione poteva avere inizio.

Per qualche strana ragione, Richard era preoccupato, anche se l’Indagine procedeva senza problemi. Si augurava che quella vaga ansia fosse semplicemente un segnale che stava crescendo; suo Papà e gli altri adulti erano sempre tesi e preoccupati. Richard aveva sei anni.

— Prima di ascoltare i vostri rapporti — esordì con aria formale — leggeremo i Verbali dell’ultima…

— Dobbiamo proprio…? — bisbigliò Liam, contrariato. Accanto a lui Greg bofonchiò una protesta analoga con voce di poco più alta. Mub, Loo e Buster, che aveva soltanto tre anni, si limitarono a esprimere muta impazienza.

— Silenzio! — bisbigliò Richard e riprese a bassa voce: — Sul libro di mio Papà c’è scritto che prima bisogna leggere i Verbali. E parlate senza fare rumore, tanto vi sento lo stesso…

Quella era la sua unica prerogativa. Ma non era un granché paragonato a quello di cui erano capaci gli altri. Per esempio, lui non era in grado di andare a casa di Loo, con quella strana rimessa sul retro, senza pareti e con il tetto rivolto all’insù; oppure a giocare ai pirati sulla barca che Liam aveva ricevuto in regalo dal padre. La barca aveva un grosso buco nello scafo ed era priva di motore, ma c’erano corda a volontà, reti e pezzi di ferro, e a volte le onde arrivavano così vicine che dava l’impressione di galleggiare. Alcuni dei ragazzi avevano paura quando le grandi onde diventavano bianche e li rincorrevano sulla battigia, ma lui no, non avrebbe avuto paura, se fosse riuscito ad andarci. Non era mai stato nemmeno a casa di Mub, che era rumorosa, piena di masserizie e non molto bella, e non si era nemmeno mai arrampicato sugli alberi dietro la fattoria di Greg.

Lui non poteva andare da nessuna parte, a meno che non lo accompagnasse un adulto, in treno, in macchina o con qualche altro mezzo. Mentre gli altri, se volevano, potevano andare ovunque. Anche Buster era in grado di farlo adesso. Lui, invece, aveva soltanto la facoltà di ascoltare gli altri e di leggere nella loro mente mentre giocavano e, se uno di loro voleva comunicare qualcosa di complicato, lui traduceva il suo pensiero e lo ripeteva in modo che gli altri lo sentissero. Ma poteva leggere soltanto nella mente dei suoi amici… Se solo avesse potuto conoscere i pensieri del suo Papà!

Lui era il più vecchio della banda e il capo riconosciuto, ma in sé la cosa non era un granché divertente…

— Voglio il mio trenino! — sbottò Greg spazientito. L’immagine viva, ma confusa del trenino promesso si impose alla mente di Richard, ma fu rapidamente sostituita da quella della bambola di Mub, della lavagna di Loo, del vestito da cow-boy di Liam e della mitragliatrice di Buster. Si sentiva scoppiare la testa.

— Smettila di pensare così forte! — intimò il bambino perentorio. — Ciascuno di voi riceverà quello che ha chiesto. Ce l’hanno promesso.

— Sì, lo so, ma… — obiettò Greg.

— …Come? — conclusero la domanda gli altri all’unisono.

— È per questo che è in corso l’Indagine, per scoprirlo — rispose Richard contrariato. — Ma se continuerete a fare tutta questa confusione, non scopriremo un bel niente. State zitti ragazzi e ascoltate!

A poco a poco, nella stanza immersa nel silenzio si sopì anche il rumore dei pensieri. Richard riprese a parlare sotto voce; aveva scoperto che parlando mentre pensava impediva alla sua mente di vagare in altre direzioni. E poi aveva imparato alcune nuove parole che usavano i grandi e voleva stupire i suoi amici.

— Due settimane fa — riprese — Papà ha chiesto a Buster e a me che regali desiderassimo per Natale e ci ha parlato di Babbo Natale. Babbo Natale vi porterà tutto quello che desiderate, ha detto, anche due o tre regali, se uno non ha troppe pretese. Buster non ricorda il Natale scorso, ma noi sì, per cui sappiamo come vanno le cose. Appendiamo la calza e il mattino dopo la troviamo piena di mele, di caramelle e di altri dolciumi, e il regalo vero, quello che abbiamo chiesto, è sul nostro letto. Ma a quanto sembra i grandi non sanno esattamente in che modo ci arrivi…

— Con una s-slitta t-trainata da renne — bisbigliò Greg eccitato.

Richard scosse la testa. — Nessuno degli adulti sa spiegarlo veramente bene: ci dicono soltanto di stare tranquilli, che Babbo Natale arriverà e che ci porterà i giocattoli. Ma noi non possiamo fare a meno di preoccuparci ed è per questo che abbiamo avviato quest’Indagine, per scoprire una volta per tutte che cosa succede.

— Non riusciamo a capire come sia possibile che un uomo solo, nonostante abbia a disposizione una slitta e delle renne magiche che volano, possa portare i regali a tutti i bambini in una sola notte… — Richard trasse un profondo respiro e si preparò a fare sfoggio delle nuove parole che aveva imparato — consegnare tutti quei pacchi in una sola notte è impossibile da un punto di vista logistico.

Buster, Mub e Greg lo guardarono con aria ammirata. Loo pensò “Richard vuol darsi delle arie” e Liam disse: — Forse ha un aereo.

Seccato dalle reazioni contrastanti dei suoi amici. Richard fu sul punto di sibilare — Sì, mongoloide! — a Loo, ma poi ci ripensò e disse: — Gli aerei fanno rumore. Se ne avessimo sentito uno il Natale scorso ce lo ricorderemmo. Lo scopo di un’Indagine è quello di esaminare i fatti e fornire risposte — così dicendo lanciò a Loo un’occhiata di fuoco — attraverso un ragionamento deduttivo.

Loo non pensò e non disse una parola.

— Ricapitolando — riprese Richard bruscamente — questo è tutto ciò che sappiamo…

Si chiamava Babbo Natale. Descrizione: un uomo grande e grosso, più grande perfino di un adulto, carnagione rosea, occhi azzurri, capelli e barba bianchi. Indossava pantaloni, giubba e berretto rossi, tutti bordati di pelliccia bianca, una cintura lucida di colore nero e stivali al ginocchio. Il Papà di Liam era stato scrupolosamente interrogato al riguardo e aveva sostenuto di aver appreso quelle notizie da suo padre. Inoltre, tutti concordavano sul fatto che Babbo Natale vivesse al Polo Nord, in una grotta segreta sotto il ghiaccio. Si diceva che la grotta ospitasse il laboratorio dove Babbo Natale fabbricava i giocattoli per svariati magazzini.

Sapevano molte cose su di lui. Le loro lacune principali riguardavano il metodo di distribuzione dei regali. La Notte di Natale, per esempio, doveva fare continuamente la spola con il Polo Nord per caricare la slitta? Era un sistema un po’ rischioso e i ragazzi avevano ragione di essere preoccupati. Non volevano contrattempi la Notte di Natale, come regali che arrivavano in ritardo o che venivano confusi. Semmai, preferivano che arrivassero in anticipo.

Due settimane prima, Richard aveva visto la madre impacchettare alcuni dei suoi vecchi giocattoli. Gli aveva spiegato che li avrebbe spediti ai bambini dell’orfanatrofio, perché Babbo Natale non andava dagli orfani.

Quella era sembrata ai ragazzi una ragione in più per assicurarsi che tutto andasse bene. Immaginatevi soltanto se, svegliandosi la mattina di Natale, avessero scoperto di essere orfani!

— …Dai nostri genitori non potremmo ottenere nessun’altra informazione — proseguì Richard — perciò, dobbiamo trovare la grotta segreta e scoprire in che modo Babbo Natale distribuisce i regali; Era questo il vostro compito, amici, e adesso, ascolterò i vostri rapporti. Comincia tu, Mub…

Mub scosse la testa. Non aveva niente da riferire. Ma nella sua mente apparvero l’immagine di suo padre arrabbiato, acceso in volto e un po’ incerto sulle gambe, e il ricordo della sculacciata che le aveva inflitto con il palmo della mano, grande e rosea, che aveva ferito più la sua dignità che il suo didietro. A volte il suo Papà giocava con lei per ore intere e lei poteva fargli tutte le domande che voleva; ma c’erano sere in cui, quando ritornava a casa, parlava in modo strano e sbatteva contro tutti i mobili, come Buster quando stava imparando a camminare, e la prendeva a sculacciate come se lei lo seccasse con continue domande. A volte Mub non sapeva proprio che cosa pensare del suo Papà.

Senza parlare, si alzò dal letto e, fluttuando nell’aria, si avvicinò alla finestra, da dove osservò il deserto freddo, illuminato dalla luna, e i palazzi lontani dove lavorava il Papà di Richard.

— Loo? — domandò Richard.

Nemmeno lei aveva niente di riferire.

— Liam.

— Parlerò per ultimo — rispose il bambino con aria compiaciuta. Era chiaro che aveva qualcosa di importante da raccontare, ma stava immaginando uno stormo di gabbiani per impedire a Richard di vedere di che cosa si trattasse.

— D’accordo. Allora, tocca a te, Greg.

— Ho scoperto dove vengono immagazzinati i giocattoli — esordì il bambino. E poi raccontò di come, nel corso di una visita in città, insieme ai suoi genitori, avesse visto alcuni luoghi, chiamati negozi, due dei quali erano pieni di giochi. Ma, una volta ritornati a casa, suo padre lo aveva picchiato e poi lo aveva spedito a letto senza cena…

— Ooh! — esclamarono Loo e Mub addolorate.

Le aveva prese, spiegò Greg, perché in uno dei negozi aveva visto un bellissimo trattore con le ruote di gomma, capace di salire sopra mucchi di libri e di oggetti. Quando era ritornato a casa, aveva riflettuto a lungo, e alla fine aveva deciso di procurarselo come facevano di solito quando si trovavano in un posto e avevano lasciato i giocattoli da qualche altra parte. Quando suo padre lo aveva scoperto a giocare con il trattore, gli aveva dato quattro sculaccioni sul sedere senza mutandine e gli aveva detto che non si devono prendere le cose che non ci appartengono e che il trattore sarebbe ritornato immediatamente al negozio.

Ma il dolore delle botte non era durato a lungo. E poi, mentre stava per addormentarsi, sua madre era salita ad abbracciarlo e a portargli tre grandi cioccolatini ripieni di crema. E non aveva fatto in tempo a finirli che era arrivato suo padre a portargliene altri…

— Ooh! — esclamarono Loo e Mub con invidia.

— Bonbon anche per me? — domandò Buster ad alta voce. Quando si eccitava, tendeva a parlare come i bambini piccoli. — Notte — bisbigliò Greg, una parola priva di significato che usava quando pensava “No”. Poi, in silenzio, aggiunse: — Li ho mangiati tutti.

— Ritornando alla nostra Indagine — riprese Richard con fermezza — l’altro ieri il nostro Papà ci ha portato in un negozio. Ero già stato in città, ma questa volta ho avuto la possibilità di fargli alcune domande e ho finalmente capito come funzionano i negozi. Non tutti hanno le idee chiare su ciò che desiderano per Natale e lo scopo dei negozi è quello di mostrare quali giocattoli ha in magazzino Babbo Natale, in modo da sapere quali ordinare. Ma nessuno può

toccare i giocattoli esposti nei negozi fino al giorno di Natale, proprio come quelli su al Polo Nord. È stato Papà a dircelo e, quando abbiamo parlato con Babbo Natale, lui ci ha ripetuto la stessa cosa…

— Babbo Natale!!!

Un po’ imbarazzato, Richard proseguì: — Sì, Buster e io abbiamo parlato a Babbo Natale. Gli abbiamo… gli ho chiesto della slitta e delle renne e poi gli ho parlato del problema, per noi insolubile dal punto di vista logistico, della distribuzione dei pacchi. Ogni volta che gli facevo una domanda, lui guardava il Papà, e il Papà continuava a guardare per aria ed è stato allora che ci siamo accorti che la sua barba era tenuta su da un elastico.

— Quando glielo abbiamo fatto notare — proseguì Richard — lui ci ha risposto che eravamo due ragazzi molto svegli e ha ammesso di essere soltanto uno degli aiutanti di Babbo Natale, travestito e inviato a fare gli auguri di Natale a tutti i bambini e le bambine. Babbo Natale non ha mai svelato nemmeno a lui il suo segreto. Dice che è Top Secret, ma che sa per certo che Babbo Natale ha un sacco di computer e di altre macchine e che è sicuro al cento per cento di rispettare la data al minuto. In altre parole, ha detto, non dobbiamo assolutamente preoccuparci per i nostri giocattoli, che è già tutto predisposto.

— Era un uomo molto simpatico — concluse Richard. — Non se l’è presa quando abbiamo scoperto il suo travestimento e gli abbiamo fatto tutte quelle domande. Anzi ci ha dato un paio di regalini come anticipo.

Quando ebbe terminato il suo rapporto, il bambino non poté fare a meno di domandarsi se l’aiutante gli avesse realmente detto tutto quello che sapeva: gli era sembrato così impacciato di fronte a certe sue domande. Era davvero un gran peccato che non fosse capace di leggere nella mente di tutte le persone come in quelle dei suoi amici. Se solo avessero saputo dove si trovava la grotta segreta…

— Io lo so — disse improvvisamente Liam. — L’ho trovata.

Liam fu bersagliato da una raffica di domande: tutti i bambini volevano sapere e parlavano tutti insieme anziché limitarsi a pensare. “Dov’è la grotta” e “Hai visto il mio trenino” e “Come sono i giocattoli”…? — Silenzio — tuonò mentalmente Richard. — Finirete per svegliare mio Papà! Le domande le faccio io. — Poi, rivolgendosi a Liam, disse: — Fantastico! Come hai fatto a scoprirla?

Liam aveva il potere, che condivideva con Greg, Buster e, in misura minore con le bambine, di pensare a un posto in cui gli sarebbe piaciuto trovarsi e di raggiungerlo seduta stante. O, per essere più precisi, di andare nel luogo che assomigliava maggiormente a quello dei suoi sogni. Perché lui non immaginava un dove, ma qualcosa; in altre parole, ciò che prendeva forma nella sua mente era piuttosto un ambiente che una località geografica.

Decideva le caratteristiche del posto in cui avrebbe desiderato trovarsi, se fosse giorno o notte, se piovesse, nevicasse o splendesse il sole, se vi crescessero erba e alberi o vi fosse soltanto sabbia, e poi definiva i dettagli. Una volta completata l’immagine mentale del luogo, lo raggiungeva, da solo o con i suoi amici, a eccezione di Richard. In questo modo, Liam e Greg avevano scoperto un sacco di posti bellissimi, in cui i ragazzi andavano tutte le volte che si stancavano di giocare nel cortile dell’uno o dell’altro. Bastava che ci fossero stati una volta e sapevano come ritornarci.

Quella volta, Liam aveva pensato intensamente a grotte di ghiaccio con depositi di giocattoli e recinti per le renne, ma non era riuscito ad andare da nessuna parte. Era come se un luogo del genere non esistesse. Allora provò a immaginare come dovesse essere un posto in cui si fabbricavano e si immagazzinavano i giocattoli e dal quale, presumibilmente, i giocattoli dovevano essere spediti rapidamente in tutte le parti del mondo. La risposta era stata: un grande locale pieno di macchine. Forse non sarebbe stato sporco e rumoroso come la fabbrica di Derry in cui lo aveva portato suo Papà l’estate prima, ma ci sarebbero state senz’altro delle macchine.

Era probabile, invece, che non ci sarebbero stati i giocattoli: poteva darsi che non fossero ancora stati fabbricati o che non fossero arrivati. E se, come Richard aveva ipotizzato, slitte e renne non si usavano più, tanto valeva non immaginarle nemmeno. Per quanto riguardava la grotta di ghiaccio, poi… Be’, doveva essere un posto gelido in cui lavorare e, se Babbo Natale avesse voluto accendere un radiatore per riscaldarsi, si sarebbe sciolta: quindi, era presumibile che la grotta non fosse fatta di ghiaccio. Tutto considerato, quindi, la misteriosa casa di Babbo Natale si riduceva a una grande fabbrica o deposito sotterraneo al Polo Nord e nelle sue vicinanze.

Si trattava di una descrizione un po’ approssimativa del posto che cercava, ma Liam l’aveva trovato.

Nella mente del bambino era rimasto impresso il ricordo di un corridoio così grande da sembrare una strada; vi si sentiva perfino l’eco. Era pulito, ben illuminato e deserto. Lungo il soffitto correva una specie di gru, con la benna rivolta verso il basso, simile a quelle con cui aveva visto scaricare il carbone al porto, soltanto che quelle erano gialle e rosse; lungo entrambi i lati del corridoio erano allineate macchine alte e meravigliose, di forma inconfondibile. Razzi.

“Razzi!” pensò Richard eccitato “ma certo, era quella la risposta!”. Non c’era niente di più veloce di un razzo, anche se non riusciva a capire come avvenisse la consegna dei regali. Ma poiché adesso sapevano dove si trovava la caverna, sarebbe stato facile scoprirlo.

— Hai controllato se all’interno c’erano i giocattoli? — domandò Greg precedendo gli altri bambini, che stavano per formulare la stessa domanda.

Certamente. La maggior parte dei razzi conteneva svariati strumenti e il muso era imbottito di una strana sostanza che faceva le scintille. Tutti i razzi che aveva ispezionato erano uguali, e così, dopo un po’ si era stufato e aveva deciso di andare a dare un’occhiata al capo opposto del corridoio. Lì, aveva trovato, appeso al muro, un grande cartello, con su scritte delle cose strane. Mentre leggeva, erano arrivati due adulti con le armi in pugno e si erano messi a rincorrerlo, urlando frasi senza senso. Lui si era spaventato ed era fuggito.

Quando Liam ebbe terminato il proprio racconto, le bambine si congratularono con lui e il buco sul davanti del suo maglione si allargò. Ma Greg provvide subito a ridimensionare l’amico, dicendo: — Non erano frasi senza senso. Quelle che ti urlavano le guardie, intendo. Se riuscissi a ricordare meglio i suoni che pronunciavano, potrei spiegarti quello che dicevano…

Ma guarda se proprio adesso, sul più bello, doveva scoppiare un’altra discussione su quali parole fossero senza senso e quali no, pensò Richard spazientito. Buster, Liam e lui riuscivano a comprendersi perfettamente sia che parlassero sia che si limitassero a pensare, ma quando qualcuno degli altri si esprimeva ad alta voce, non capivano più niente. E gli altri dicevano la stessa cosa a proposito delle parole che lui, Liam e Buster pronunciavano ad alta voce. Ma la cosa buffa era che nemmeno Loo, Mub e Greg riuscivano a intendersi fra di loro.

Richard riteneva che ciò fosse dovuto al fatto che provenivano da luoghi diversi, come nelle fotografie che aveva studiato sulle pagine dei National Geographic di suo Papà. Era stato proprio grazie ad alcune di quelle foto che aveva scoperto la località in cui abitava Liam, un paesino di pescatori sulla costa dell’Irlanda del Nord. Perché parlasse quella forma strana, ma comprensibile, di americano, però, non lo sapeva. Per quanto riguardava Loo e Mub era più difficile risalire alle loro origini; c’erano un paio di posti al mondo in cui le persone avevano gli occhi a mandorla o la carnagione marrone scura e i capelli neri e ricci. Greg era il più difficile da identificare, perché non aveva nessuna caratteristica particolare, occhi, capelli, colore della pelle. I suoi indossavano cappelli di pelliccia d’inverno, ma non era un granché come indizio…

— Che cosa facciamo adesso Richard? — chiese Liam, prevalendo sugli altri. — Stai ancora pensando alla grotta? Non tirare di nuovo fuori i vecchi libri di tuo Papà.

Per un attimo, il bambino pensò fra sé e sé, poi aprì di nuovo la sua mente agli altri e domandò: — Quanto tempo ci resta?

Mub rispose che per lei era quasi ora di cena. Greg aveva appena finito la colazione e, come al solito, prevedeva di trascorrere la mattinata a giocare nella rimessa. Loo si trovava all’incirca nella stessa situazione di Greg. Liam riteneva che per lui fosse quasi giunta l’ora di alzarsi, ma disse che a sua madre non importava se restava a letto un po’ di più in quelle mattine così fredde. Restavano Buster e Richard, che avevano ancora quasi tutta la notte a disposizione.

— D’accordo — disse bruscamente Richard dopo aver ascoltato tutte le relazioni. — A quanto pare, la grotta trovata da Liam non è quella giusta, perché nei razzi non ci sono giocattoli. Forse è il posto da cui verranno spediti, ma per il momento non sono ancora arrivati dal laboratorio di Babbo Natale. È questo che dobbiamo cercare adesso, anche se non dovrebbe essere tanto difficile, visto che ora sappiamo di che genere di posto si tratta: un luogo sotterraneo con i razzi.

A mano a mano che proseguiva, i suoi pensieri si trasformavano in ordini.

— Dovete scovare tutti questi luoghi sotterranei e scoprire che cosa vi succede. Non possiamo essere sicuri di niente di quello che ci è stato raccontato, perciò è possibile che esistano un sacco di grotte segrete. Quando le trovate, state attenti a non farvi vedere da nessuno, controllate se ci sono giocattoli e cercate di raggiungere l’ufficio del direttore. Se è Babbo Natale, o ha l’aria di una persona gentile, interrogatelo. E non dimenticate mai di dire per favore e grazie. Se non è una persona gentile o non trovate nessuno, cercate comunque di scoprire il più possibile. Avete capito tutti?

Tutti pensarono: — Sì.

— D’accordo, allora. Greg visiterà la grotta scoperta da Liam, perché capisce la lingua parlata da quella gente. Liam e Buster cercheranno altre grotte per loro conto. Ma ricordate: appena scoprite che non ci sono giocattoli, andate via e riprendete le ricerche. Non perdete tempo. Mug e Loo resteranno qui a disposizione in caso di bisogno. Loro non possono andare in posti nuovi come voi ragazzi.

All’improvviso, Richard si sentì la gola arsa. — Adesso andate — concluse.

Buster scomparve sulla scia di un “urrà” pieno di eccitazione. Liam indugiò un attimo, pensando: — Ma perché ci sono guardie nelle grotte? — Al che Greg rispose: — Forse per proteggere i giocattoli dai delinquenti minorili. Non so esattamente chi siano, ma il mio Papà dice che rubano e rompono le cose e che se non avessi restituito il trattore che avevo preso in quel negozio, da grande sarei diventato uno di loro. — Quindi, sia Liam che Greg scomparvero senza far rumore. Loo e Mug raccolsero i giocattoli e l’orsacchiotto di Buster e, dopo essersi infilate nel suo lettino, si misero a giocare alle signore.

Richard andò a letto e giacque disteso sui gomiti. Buster era il più piccolo della banda e quello che rischiava maggiormente di cacciarsi nei guai, perciò, per prima cosa, si sintonizzò su di lui. Suo fratello si trovava in un posto in cui anziché in posizione verticale, i razzi erano sorretti da piccole rampe in posizione orizzontale. Voci e rumori di passi echeggiavano in modo sinistro, ma suo fratello non era stato ancora scoperto. Buster gli disse di aver ispezionato la testata di tutti i razzi e di averli trovati pieni di una strana sostanza che faceva le scintille: si era spaventato ed era scappato via.

Non che quella sostanza avesse fatto realmente le scintille, ma poiché aveva il potere di penetrare con la vista le cose, come i muri e gli alloggiamenti dei motori, quando aveva guardato l’interno delle testate dei razzi, il materiale di cui erano imbottite aveva emesso qualche scintilla. Come le prese della corrente di casa, spiegò Buster, ma l’effetto era stato un po’ più sgradevole. In ogni caso, non aveva trovato né giocattoli né traccia di Babbo Natale: quindi avrebbe proseguito le ricerche altrove. Richard si sintonizzò su Greg.

Greg si trovava all’interno della grotta scoperta da Liam. Due guardie stavano parlando di un ragazzino in pigiama che sostenevano di aver avvistato poco prima. Avrebbe dato ancora un’occhiata in giro e poi avrebbe cambiato aria. Anche Liam riferì una scoperta analoga a quella degli altri due bambini, compresa la faccenda della strana sostanza che riempiva le testate dei razzi. Richard smise di ascoltare i rapporti dei suoi compagni e rifletté fra sé e sé.

Perché quelle grotte erano controllate da guardie armate? Per proteggere i giocattoli contro danni e furti, come aveva ipotizzato Greg? Ma dove erano i giocattoli? La risposta a quella domanda era che si trovavano, almeno in parte, nei negozi…

All’improvviso gli ritornò alla mente uno stralcio di conversazione fra i suoi genitori, che aveva udito per caso il giorno prima, mentre visitavano uno dei negozi. Non aveva seguito il discorso fin dall’inizio, perché stava controllando che Buster non buttasse per terra ogni cosa. Papà aveva chiesto alla mamma se le sarebbe piaciuto ricevere non-ricordava-che-cosa per Natale, una collana di perle, una spilla o qualcosa del genere. — Oh, John, ti ringrazio, però… — aveva risposto la mamma, ma in quel momento, un commesso si era sporto dal banco verso Papà, gli aveva bisbigliato alcune parole, ed era scomparso. Papà aveva detto: — Va bene. — Allora mamma aveva osservato: — Ma John, sei sicuro che ce lo possiamo permettere? È un furto, un vero e proprio furto! I negozianti diventano dei ladri sotto Natale!

Guardie da tutte le parti, la teoria di Greg e il fatto che sotto Natale tutti i negozianti diventavano ladri: le cose cominciavano a quadrare, ma Richard era molto preoccupato dalla piega che stavano prendendo.

Loo e Mub stavano facendo volare il cuscino e l’orsacchiotto sopra il letto, con il camion rotto di Buster che faceva un otto fra i due, ma, poiché non facevano chiasso, Richard non disse niente. Si mise di nuovo in ascolto.

Buster aveva trovato una nuova grotta e anche Liam. Greg ne aveva trovate altre tre, ma erano tutte piuttosto piccole ed era chiaro che non avevano niente a che vedere con quello che stavano cercando. Tutti riferirono la presenza di razzi pieni dello stesso strano materiale, ma di giocattoli e di Babbo Natale neanche l’ombra. Trascorsero così altri minuti. Richard cominciava a sentire gli occhi pesanti e fu costretto a sedersi di nuovo sul bordo del letto per non addormentarsi.

Mug era distesa sul lettino di suo fratello nei panni di una Mamma ammalata e Loo, nella parte di Infermiera, era inginocchiata accanto a lei. Avevano completamente smontato il camion di Buster, le cui parti adesso formavano una lunga processione in orbita attorno al cuscino e all’orsacchiotto. Ma Richard sapeva che, prima di ritor nare a casa, lo avrebbero rimontato e, forse, perfino riparato. Gli sarebbe piaciuto molto saper fare cose utili come quella e si domandò se Loo fosse in grado anche di spostare le persone.

Quando le accennò l’idea, Loo interruppe il gioco il tempo necessario per fare alcuni esperimenti. Richard tentò con tutte le sue forze di restare seduto sul bordo del letto, ma Loo lo costrinse a sdraiarsi supino. Era come se un enorme, morbido cuscino gli tenesse premuti il busto e le braccia. Quando cercò di puntellarsi sui gomiti, altri cuscini fecero pressione sulle sue braccia, costringendolo a raddrizzarle. Dopo averlo obbligato a rimanere sdraiato per tre volte, Loo gli comunicò che voleva ritornare a giocare all’Infermiera. Quel gioco non le piaceva, perché le procurava un forte mal di testa.

Richard si sintonizzò di nuovo sulle menti dei tre esploratori.

Buster stava perlustrando la sua quarta grotta, Liam e Greg rispettivamente la settima e la nona. La ragione per cui erano improvvisamente diventati più celeri nelle loro ricognizioni era dovuta al fatto che non camminavano più all’interno delle grotte, ma si spostavano. Doveva essere stata la stanchezza alle gambe, dedusse Richard, a spingerli a escogitare quella soluzione. In quel modo, però, allarmavano le guardie. Ovunque i tre ragazzi mettessero piede, le sentinelle entravano in stato di allerta perché era difficile passare inosservati con tutti quegli uomini armati, ma non si erano mai trattenuti in nessuna grotta abbastanza a lungo da farsi catturare. Avevano trovato centinaia di razzi, ma nessuna traccia della fabbrica di giocattoli e nemmeno di Babbo Natale.

A poco a poco, Richard era giunto alla conclusione che le guardie fossero soldati. In alcune grotte, indossavano uniformi di colore verde scuro, con la cintura nera e affari rossi sulle spalle, e soltanto Greg riusciva a capire le strane parole che dicevano. In un altro deposito sotterraneo, quello esplorato da Liam, in cui si sentiva il rombo di aerei che decollavano, i soldati portavano uniformi grigio-azzurre, ornate di bottoni lucenti e di anelli sulle maniche; anche loro parlavano una lingua apparentemente senza senso, ma Liam sosteneva di capirla. Infine, in numerose altre grotte, i soldati erano vestiti come il Papà nella foto del salotto, scattata quando lavorava in posto chiamato Corea.

Ma dov’era finito Babbo Natale?

Le ricerche proseguirono per altre tre ore, senza frutto. Mub e Loo ritornarono a casa, per fare colazione la prima e mangiare la cena la seconda, entrambe con la consegna di ripresentarsi la sera successiva o anche prima, se Richard le avesse chiamate. Liam aveva ancora due ore a disposizione, prima che sua madre lo attendesse per colazione. Greg, invece, dovette interrompere la sua missione per andare a cena.

Ma, mezz’ora dopo, stava già esplorando nuove grotte. Fu allora che Richard notò qualcosa di strano nei rapporti dei suoi amici. Era come se stesse rivedendo le stesse grotte per la seconda volta: le stesse rampe rosse, le stesse formazioni di razzi e perfino le stesse, identiche guardie. L’unica spiegazione possibile era che i bambini stessero visitando grotte già esplorate in precedenza.

Comunicò rapidamente i suoi sospetti ai tre interessati, poi aprì la sua mente per ricevere e trasmettere i loro messaggi. In questo modo, Buster, Greg e Liam poterono scambiarsi informazioni sulle ricerche in corso, compreso il numero totale di grotte rinvenute fino a quel momento e relative caratteristiche. In questo modo, non avrebbero più corso il rischio di esplorare siti già ispezionati da altri membri della banda. Poi Richard ordinò loro di cercare nuove grotte.

I tre ragazzi si impegnarono a fondo, ma senza successo.

I

In tutto avevano scoperto quarantasette rifugi sotterranei, alcuni enormi, nei quali erano custoditi centinaia di razzi, altri così piccoli da contenerne solo pochi esemplari. Alla fine, apparve chiaro che altre grotte, oltre a quelle, non esistevano: eppure non avevano ancora trovato traccia di Babbo Natale.

— Evidentemente ci è sfuggito qualcosa — sentenziò Richard, preoccupato. — Dovete ritornare nelle caverne più grandi a dare un’altra occhiata. Questa volta dovrete fare domande…

— M-ma le guardie ci corrono dietro urlando — lo interruppe Greg. — Non sono persone per niente gentili.

— Ha ragione — si unì alla protesta Liam — Fanno paura.

— Io ho fame — si lamentò Buster.

Ignorando il fratello, Richard disse: — Perlustrate di nuovo le grotte grandi. Cercate nei posti più importanti, dove ci sono più guardie. Trovate il loro capo e fategli delle domande. E non dimenticate mai di dire per favore e grazie. I grandi sono pronti a darti praticamente qualunque cosa, se la chiedi per favore…

Per un po’ non accadde nulla. Richard teneva soprattutto d’occhio suo fratello, perché se gli balenava davanti agli occhi qualcosa che lo interessava, Buster si distraeva facilmente; tanto più adesso che cominciava ad avere molta fame e ad annoiarsi un po’.

Quando si mise in contatto con Liam, Richard vide che era nascosto dietro un grande armadio di metallo, da dove osservava un’ampia stanza. Le pareti erano tappezzate fino al soffitto di altri armadi, alcuni dei quali erano punteggiati di luci colorate ed emanavano suoni simili a scatti e a frulli. In quel momento, a eccezione di una sentinella alla porta, il locale era vuoto, ma non era sempre stato così. Nella mente di Liam, Richard lesse il ricordo di due uomini intenti a parlare, che però erano usciti prima che lui potesse rivolgere loro qualche domanda. Indossavano uniformi grigio-azzurre e uno dei due aveva uno stemma d’oro sul berretto. Liam ricordava ogni parola che si erano scambiati, comprese quelle lunghe che non aveva capito.

Gli armadi con le luci intermittenti erano chiamati Computer di Punteria, ed elaboravano velocità e Tra Iettorie, in modo che ogni razzo contenuto in quella caverna, e in circa altri venti depositi come quello, potesse essere lanciato verso l’obiettivo prefissato e lo centrasse. Il computer era capace di dire a centinaia e centinaia di razzi dove andare, e li avrebbe fatti partire non appena fosse scattato un segnale di ritorno. Però Liam non sapeva che cosa fosse un segnale di ritorno. Lui, Richard, lo sapeva?

— No — rispose il bambino, fremendo. — Perché non lo hai domandato a uno dei soldati?

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